presS/Tletter
 

Sandro Mendini da lassù ci fa cucù, tra Napoli e la Milano che fu – di Eduardo Alamaro

Stop, fine corsa, scendere prego. Avanti il prossimo…

S’è stutato, s’è spento a Milano, all’età di 87 anni, Alessandro Mendini, grande firma sempre in forma del contro-design ‘900 italiano, architetto creativo quant’altri mai, attivo e reattivo a tutto tondo, a rettangoli e riquadri. Quadri d’autore, s’intende. 

Un diluvio di articoli ha pianto la sua morte. Coccodrilli, squali, squallor, … giaguari, iene, volpi, … avvoltoi, ciucciuvettole, usignoli, erano già pronti all’uso nelle redazioni da tempo previdente, si sa. Basta farsi un giro nel web e si può ripensare e ripesare la notorietà dell’illustre & ben illustrato defunto di turno. Tutto passa e va a questo mondo. Una prece, anzi due preti e una benedizione con orazione ‘e PresS/T da parte nostra per Mendini, din, din, don. Alleluia, alleluia.

Anch’io mi unisco alle ricordanze e alle condoglianze; mi son fatto anch’io un giro (gratis) sulla nostra giostra internet quotidiana e, … poi sono andato a curiosare nelle “immagini Mendini”. Ho digitato, digitato, digi-tatto tanto che di botto, ohibò, mi sono intristito: mi son ritornate alla mente cose & casi, fatti & fotti sepolti, di più di quarant’anni della vita d’‘a vita mia aaah!! Come passa il tempo!

AAA a partire e apparire dal 1973, quando vidi Mendini e gli parlai per la prima volta, che emozione! Alla Triennale di Milano, dov’ero andato al seguito del mio relatore di laurea Riccardo Dalisi, prof. sociale d’architetture avanzate, tutto a nuova sinistra non ancora sinistrata dagli eventi e dai venti p. v. procellosi …. 

Era il tempo del contro-design e Mendini aveva fatto della storica “Casabella” di Rogers un forti-lizio per s/fizio e per gusto; un asilo di umori e amori libertari post ‘68. Nel caso di Dalisi un simpatico asilo d’infanzia dell’arte e dell’architettura estesa agli utenti “minori”, ma non ancora minorati delle periferie napoletane. Io stavo in quell’asilo di idee e di speranze, poi presto disperate. Oremus. 

Frammenti e lacerti di quella “Scuola-laboratorio” apparvero poi un paio di volte nella “Casabella” di Mendini: certamente nel numero dedicato alla Cultura popolare (404-405), e nell’altro centrato sull’interrogativo “Quale Scuola?” (408/1976). Che animi nobili, che tenerezza, una carezza e un abbraccio alla memoria!

Tutto ciò sempre per tramite & merito-meritato del sullodato Dalisi social che costituiva il punto estremo del controdesign tosco-lombardo nel regno del Suddesign. Un appiglio (e un “melopiglio” senza cipiglio) di sperimentazione e di partecipazione possibile a Napoli capitale di guai, (eravamo al tempo del colera e della collera anti Gava (e chi è?), 1973 – ‘75). Napoli città sfusa, diffusa e confusa, sempre volante e vociante, esultante tante; “spontanea”, amorosamente criminale e piena di leggerezza, di strade ‘nfose (bagnate, ndt) e di vicoli “ca non spontano” (senza uscite, cieche, ndt) ….

  quei vicoli … tra, tra, trasferiti nei nuovi quartieri di edilizia sovvenzionata fine anni ’50 dove il secondo settennato del piano Fanfani “allargato” aveva versato e ri/versato, con le migliori intenzioni di quel mondo crudele, le fasce di popolazione “bombardate” del centro e centrillo istorico napoletano; nonché gli accampati nelle baracche della Marinella e della prima fascia periferica post/bellica spartenopea. 

Sempre e comunque la stessa Napoli “imprevista” dalla contemporaneità, ta-ttà: sempre e ovunque affascinante tante; città problematica, folclorica, esuberante, indomabile; sempre utilizzabile e/o a misura del miglior offerente non sofferente, ma “dotato”. Sempre in qualche modo connessa alla Milano dell’industria culturale ed editoriale dell’arte, già dalla seconda metà ‘800 musicale delle canzonette. Napoli-Milano, autostrada del sole di idee, andata e ritorno a rischio e a fischio. Si parte! 

In questo senso penso che il Dalisi dei primi anni ’70 radical del ‘900, sulla supposta linea Napoli – Milano, prese il posto che fu già occupato, con scarsa fortuna ma molto merito, da Cangiullo (e chi è?) negli anni venti futuristi. Marinetti pro-mosse Cangiullo, poi lo scaricò e “mise in prova” il pittore Lionello Balestrieri (e chi è?); quindi centrò il bersaglio con veloce Carlo Cocchia (e chi è?); allo stesso modo il milanense Mendini promosse e tirò nei Global Tools il Dalisi partecipativo, ma poi…

… ma poi l’Italia gira pagina, arrivano le domeniche a piedi e la crisi del dollaro e del petrolio …; viene il tempo delle “giunte rosse”, cioè l’inizio della fine del sogno partecipativo; quindi il Midas del ‘76, la svolta, il mercato non marcato e bilanciato …; impazza l’autonomia operaia, le brigate rosse e i tempi duri degli anni di piombo; ABO inventa la TTTransavanguardia dell’arte e della vita, la mescola e il mix delle tre carte global e … e perciò il sogno Sociale, quel Sociale prematuramente invecchiato dei primi ’70, non regge più: defunto, sparito, archiviato, sepolto … 

AAAltro giro, altra corsa, nuova rincorsa. Parola d’ordine: mantenersi a galla, riciclarsi, ripro-gettarsi e non gettarsi, non scoraggiarsi, a tutto c’è rimeDio: inizia così il ciclo festoso della Milano da bere, cin, cin, … e Mendini fa a “Modo” suo…. 

Capitò all’uopo -sempre su questa supposta linea Napoli – Milano, centro-periferia d’Italia- che andai da lui, da Mendini, sarà stato il ’78 -’79; volevo pro-porgli da pubblicare un mio lavoro di comportamento sociale, d’artista parà-sociologico sulla sua rivista a “Modo”. Gli telefonai, mi diede un appuntamento volante, rigorosamente “milanese”: 10 minuti 10 nel retro di uno showroom. Parlai, lui guardò, lo guardai, lui ascoltò, l’ascoltai e … e poi lui chiuse la cartellina con dentro i disegni e le foto e disse secco, netto: “Bello, interessante, ma io queste cose così non le pubblico più”. 

Era finita un’epoca. Quando è Modo è Modo …, mi piace Milano per questo motivo: netta, dura, senza caffè “sospeso”, senza rinvii: quà la pezza e quì il sapone da barba, accomo-darsi prego, dentro o fuori, prendere o lasciare Milano … per ritornare a Napoli, in seconda classe o in wagon-lit di quel tempo, dipende dai soggetti e …. 

… e in effetti ed affetti Sandro Mendini sembrava incuriosito dalla Napoli vibrionica, colerica e collerica, (potenzialmente) “artistica”, da lui indagata dapprima (quasi esclusivamente) attraverso la mediazione creatrice e creativa di Dalisi (al quale dette molto spazio nella Casa sua Bella), poi direttamente in prima persona, povero Dalisi!

Mendini infatti iniziò a “scendere” sempre più spesso e volentieri a Napoli, quasi come per una predestin-azione. Era infatti molto invitato, molto ben visto e voluto, specie al tempo della buonanima di Almerigo de Angelis (prematuramente poi mancato al design nostrano); agit-prof. che cercò di far arrivare un po’ di scintille milanesi a Napoli, colle sue intense “Settimana del design”, defunte con l’ideatore stesso per mancanza di eredi alla sua altezza dinamica & capacità organizzativa ….

In quelle occasioni, come sempre, Mendini parlava calmo e chiaro, preciso, a voce bassa; una confezione perfetta, studiata, calibrata, la sua: corpo-parole, immagine-voce, aspetto-rispetto, mai con un minimo di dispetto versus il pubblico; solo il focoso Dino Gavina di Bologna lo mise in fuga; gli fece perdere le staffe e lo staffone, in uno scontro memorabile, godibilissimo, tra i due, all’Istituto francese “Grenoble” di via Crispi. Stop, stappo, strappo. Passo oltre e ad altro.

Leggo in internet che Sandro Mendini “derivava” da una famiglia dell’alta borghesia industriale meneghina. Lo zio Antonio era un appassionato collezionista d’arte moderna; nel suo appartamento trascorse la sua infanzia culturale, tra i quadri di Savinio, di De Chirico, di Sironi e di Carrà, chi va là?

PPP per il piccolo Mendinino non sarà stato certo un bel vedere quelle piazze deserte d’Italia assolata, con orologi senza lancette dechirichiane; tristezze, angosce, senso di vuoto, solitudini che … che forse sono sopravvissero, credo, ipotizzo, in certe sue sedie-scultura: Lassù, Scivolavo, Terra, Croce, Valigia per ultimo viaggio: tutte cose sue d’autore anni ’70 (che mi parvero, quando le vidi pubblicate su “Casabella”) tutte centrate e concentrate sulla tematica dell’estremo addio, della morte, orazione e dissacrazione con dissipazione, sebbene mascherate da ironia e misurato sarcasmo meneghino, (si deve comunque sopravvivere a questo mondo a Modo gentile, nda). 

Mendini era maestro in ciò sciò; … di … di… diceva infatti che i (suoi) oggetti dovevano procurare negli altri “pensiero e allegria”; spiritualità e simpatia, libro e progetto; essere contemporanea-mente provocatori e consolatori; apocalittici e integrati, mai integrali; dritti, rovescio e trans: è la sua contemporaneità, l’attualità intelligente della (sua) quotidiana “micro-commedia” dell’arte-industria. 

E’ lui, Mendini, che in prima opersona trasversale dosa cinicamente e perfidamente le quantità omeopatiche, mai antipatiche, dei personaggi in commedia-design. E’ Lui che manovra i fili dietro le fila del prodotto dotto e indotto nel teatro quotidiano. E’ lui il geniale burattinaio che, come dichiara, “vuol fare un po’ di tragicommedia”. Soddisfatti o rimborsati. O la borsa d’impresa o la vita d’artista.

In questa lucida e spregiudicata direzione di lavoro, la Napoli allegramente traballante da sempre sarà apparsa, credo, immagino, perfetto scenario d’azione per il milanense Mendini: una tragicommedia di città capitale, “un disorganico sistema arti-colato sui luoghi perfetti per la (mia) teatralità”, osservò il Nostro.

Poi chiosò e osò: “Da queste premesse sono nate tante idee e grandi trasformazioni estetiche, urbanistiche per Napoli”, semplicemente parlandone con Gianegidio Silva, presidente Metropolitana Napoli, recentemente scomparso, del quale divenne consigliore; nacque così, alla fine del ‘900, dice Mendini: “… la scintilla dell’arte della Napoli duemila: l’idea cioè di portare le opere d’arte all’interno delle stazioni della Metropolitana”. (E io che avevo sempre pensavo che “l’arte obbligatoria” metropolitana a Napoli l’avesse inventata il nostro ABO!, nda) 

Pe, pe, pe, .. per la Metropolitana dell’arte di e in Napoli, Mendini ha progettato, per chiamata diretta, per chiara fame, due stazioni: quella di Materdei nella quale è intervenuto, chiassosamente e malamente, intromettendosi in un già “civile” disegno di quartiere anni ‘20 e … e quella di Salvator Rosa, molto meglio riuscita. 

Ciò perché, in quest’ultimo caso, l’atelier Mendini ha lavorato su una tematica amica:  il vuoto urbano; su un terreno di risulta di speculazioni post-belliche, rimasto vacante perché di interesse e con vincolo archeologico per la presenza di alcune arcate, miracolosamente ancora in piedi, di un acquedotto Augusteo del I secolo d.C. che portava l’acqua a Pozzuoli e poi alla flotta romana a Miseno….

E qui Mendini centra il bersaglio perché fa “il Presepe”: le arcate storiche del rotto e malridotto acquedotto romano dialogano infatti bene con le arcate “alla Muzio” della stazione metropolitana propriamente detta; sui vari livelli della retrostante collinetta Mendini sistema poi i pastori dell’arte moderna, secondo ‘900, a Napoli. Essi vanno a portar doni al nuovo Gesù bambino del metrò dell’arte, il quale passa quando può e vuole, quando sta di genio d’arte, quando sta “ad arte”.

In questo indovinato scenario “presepiale”, efficace risulta il segno forte delle scale mobili esterne. Insomma al terzo tentativo Mendini colpisce, capisce finalmente lo spirito teatrale profondo della città di Napoli: ‘o Presepio e … e quando a Napoli (e in Italia) fai il Presepe subliminale vai sicuro, hai successo!! WWW Gesù, W Maria! 

Ma, domanda: perché al “terzo tentativo? Perché l’architetto Mendini di Milano a Napoli aveva un precedente design penale e penoso. Penalizzante, da espulsione, da foglio di via obbligatorio a furor di popolo e di élite spartenopea compatta: la recinsione della villa comunale, già reale, borbonica, alla Riviera di Chiaja, per la quale “creazione” è assolutamente ricordato in città. 

E’ notorius che dopo Bernini, Fuga e Vanvitelli, gli architetti del loco e fuori loco amico, non sono mai stati molto noti e notati a Napoli. Non hanno mai fatto epoca, simpatia, popolarità … mai alimentato “confidenza”. Non sono mai entrati, nemmeno uno!, credo, nella toponomastica cittadina del ‘900. Nemmeno Marcello Canino, Roberto Pane, Carlo Cocchia, Giulio De Luca …, nessuno, assolutamente, nemmeno il fu Eduardo Persico (e chi è?) …; tutti ignoti al grande pubblico nostrano, tranne Mendini. Perché se dite, ancor oggi, a Napoli: “l’architetto Mendini”, certo vi risponderanno: “… si, è quello della cancellata della Villa comunale!?” 

Cancellata, recinzione che rientrava nel programma complessivo della prima giunta del sindaco Bassolino, con la creazione di grandi parchi, polmoni verdi per la città della speculazione; politica velleitaria, praticamente ingestibile, insostenibile, … ma sostenuta dai Verdi dell’assessore Di Palma (che poi fu successivamente Presidente della Provincia di Napoli).

Una politica fatta di buoni propositi e belle intenzioni verdeggianti ma …. ma che nei fatti e misfatti è totalmente fallita, con notevole sperpero di danari pubblici, europei. Per sincerarsi di ciò basta andare oggi al Parco dei Camaldoli (per il quale progettai una mai realizzata fontana miracolosa di Padre Pio); o al Parco Troisi a San Giovanni a Teduccio; o ai Ventaglieri, … o alla Villa comunale d’oggi, variamente offesa. 

Un disastro annunciato nel quale fu coinvolto, sempre per chiamata diretta e per chiara fama, sempre per vie brevi, lo studio Mendini pel tramite dell’allora soprintendente Zampino o dallo stesso sindaco Bassolino, non s’è mai capito bene. 

La cancellata, si disse, era assolutamente necessaria per “motivi di sicurezza” e per perimetrare e controllare l’area anche di notte. Pasticciato, opaco e furbesco fu, come sempre, l’iter procedurale amministrativo della pratica, tipico della Napoli incerta e possibilista: ‘mbruoglio aiutame!! 

Per la fretta e per rendere meglio “l’effetto sorpresa” (il nemico ci ascolta, i bambini ci guardano, siamo assediati!!!), furono infatti saltati, tra l’altro, alcuni passaggi ovvi di legge; anche il parere obbligatorio (ma non vincolante) della Commissione edilizia integrata (ambientale), ricadendo l’intervento della nova cancellata bassolinesca in area di tutela, (così come oggi, penso, sia il caso della contestatissima griglia di areazione del metro dell’arte al Plebiscito).

L’architetto Isabella Guarini e io, componenti della Commissione, rilevammo questa “disattenzione”, questo “salto” procedurale e lo facemmo notare al presidente della Commissione, il nostro coetaneo e caro amico prof. Benedetto Gravagnuolo, prematuramente scomparso successivamente. E così ebbe inizio il teatro dell’assurdo del parere “cancellata Mendini” nell’ambientale commissione edilizia, che delizia: un pezzo della tragicommedia quotidiana di Napoli, che tanto piaceva a Mendini. 

Il quale Men din din ci dette una bella mano in tal senso e controsenso. Infatti il suo atelier confezionò, credo rapidamente, alla sveltina, una innovativa recinzione “illuminata” e (letteralmente) illuminante la Villa perché inglobava nella cancellata stessa, (guarda, stupisci!) anche i lampioni. Tutti in fila, tutti uguali, belli e snelli, simili -si disse- a capocchie di spilli d’agopuntura in azione sul corpo (già) reale della malata Villa napolitana. Che fantasia, quella dell’agopuntore Mendini da Milano! 

Le intenzioni a tavolino erano forse buone, ma quelle capocchie di spilli apparvero e furono percepite, piuttosto come acute punte di siluri e/o di “supposte dorate per Napoli”, come si disse sarcasticamente. Beccatevi questo!!! 

Per non parlare poi delle “casette” dei nanetti; cioè degli chalet e bar, tutti di pura “architettura banale” mendiniana; tutte cose ben note e notate, perfette da impaginare sulle riviste patinate ben curate, ma che – quando le vai a realizzare nel vero edificato – mostrano tutta la loro inadeguatezza: sono fuori luogo, specie se sono da inserire in un contesto delicato storico-ambientale, come quello del lungomare di Napoli, di fronte a sua Maestà lo sterminator Vesevo, sull’arco del golfo. Banali si, ma fessi no!

Per placare la rivolta mediatica e la Napoli bene di Chiaja-Posillipo, (famosa in tal senso la “lettera aperta” della Mirella Baracco), Bassolino fu poi costretto, cosa terribile e orribile per un architetto, a tagliare d’autorità un “pezzo d’autore” di uno degli chalet incriminati e già edificati, perché ostacolava la veduta e il pubblico godimento del Vesuvio e del panorama …

Non dico qui della seduta decisiva, quella svoltasi nella gran sala giunta del Municipio di San Giacomo, presidente il sindaco facente funzioni Marone per l’assenza dell’eletto Bassolino, in quel tempo ministro del Lavoro di D’Alema (che poi se ne tornò a Napoli quando le nuove B.R. fecero fuori il suo collaboratore D’Antona). Da qualche parte devo avere ancora il verbale di quella seduta, ma non ho voglia di cercarlo. Acqua e pareri del Passato, a che serve più? 

Dirò solo che il secretato progetto “Cancellata Mendini” ce lo fecero vedere, per la valutazione d’obbligo, solo mezz’ora prima della discussione, inau-dito! Qualcosa però era filtrato dai media e perciò non fui del tutto sorpreso della modestia dell’elaborato, veramente sommario. Mancavano tavole di approfondimento tecnico, ambientale e tante altre cose che avremmo richiesto “a integrazione” ad altri cittadini.

Faticosamente, di stretta misura, comunque l’approvarono: la “scancellata Mendini” alla villa ex borbonica di Napoli passò nella Commissione ambientale, seppur di stretta misura: ben sei componenti su 15 votarono contro, a iniziare dalla Guarino, da Mario Mangone, da me e Bruno Discepolo, oggi assessore regionale … 

Il tentennante presidente Gravagnuolo ne uscì male, malissimo. Dimostrò che “la cultura”, l’università, non avevano nessun grado di autonomia di giudizio rispetto alla politica e all’amministrazione, almeno in quel caso. Erano in sostanza pareri obbligati, se no sei fuori. Sei espulso dal giro-tondo, non sei affidabile. Glielo dissi al Benedetto amico mio, e quello mi rispose, (alamarcord, ricordo), che non eravamo in un convegno di studi ma nella commissione edilizia. Due pesi, due misure: prevale in questo caso e casotto la convenienza politica. Allinearsi si deve.  

La cosa triste e bizzarra fu che, in assenza di parametri “ambientali” più certi a cui riferirsi, la discussione, la divisione, il gioco dei pareri fu giocata tra chi era a favore della “Modernità” e chi era per “la Tradizione”, per il restauro e il progetto in stile; ragion per cui noi sei (dico 6), che ci dichiarammo e votammo contro, passammo per “passatisti”. Comme se dice a Napoli: “la carne ‘a sotto e i maccheroni ‘ncoppe (sopra, ndt)!!”

Basta, è troppo, è trippa, mi son stancato. E voi lettori mi avete già mollato da un pezzo, lo so! Ma, non lascio l’ultimo giapponese resistente senza quest’ultima battuta, perché è troppo bella. Col sovrintendente Giuseppe Zampino avevo molto confidenza e avevamo reciproca simpatia. Lui ci teneva al progetto Mendini: era una sua innovazione, ma io votai lo stesso contro. In sostanza apprezzò la coerenza. 

Alla fine della fatale riunione mi disse sfottente, napoletanamente, con un simpatico gioco di parole: “… ma poi, del resto, la cancellata può essere sempre cancellata, è reversibile, è avvitata con i bulloni e si può sempre levare; poi sta anche vicino al mare: lo smog, la salsedine, la corrosione, le polveri, col tempo se la mangeranno: si svita tutto e si porta via. E così tutto ritornerà come prima!” Grande Zampino nostro!!

Stop, me ne vado, s’è fatto tardi, bona notte!! Saluti, Eldorado

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