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Quel “Tempo” di Bruno Munari del ’43 (e oltre …) – di Eduardo Alamaro

AAA al mercatino che si svolge intorno all’ippodromo di Agnano (Naples, Italy), domenica scorsa ho incontrato per caso, non ci crederete, Bruno Munari in persona. Non lo vedevo dal 1990, quando “fece” una sua mostra di simpatiche sculture “di fantasia” sul lungomare di Napoli (non ancora liberato e demagistralizzato). L’aveva organizzata il gallerista Peppe Morra e Paola Pozzi architetto l’aveva allestita. 

Una cosa simpatica, un tocco di gioia oper-ambiente, un tuffo nel passato prossimo “moderno”, co – co con una bella serata su una nave fittata per l’occasione, cena a sbafo compresa. Bei tempi pre-tangentopoli tutto pagato. Altro che questi nostri tempi di brulli Monti del PIL; nonché delle odierne cinque stelline, con un tric trac e un botto a salve di Salvini a quota 100. (Da qualche parte devo avere ancora qualche foto ricordo di quella simpatica serata sulla nave pre-ONG, per noi migranti e naufraghi dell’arte napolitana coi primi telefonini: “Pronto, aiuto, veniteci a salva’!). 

Munari lo ricordo veloce, snello, cordiale, simpatico, giovanile, nonostante avesse superato ormai gli 80 anni, nel 1990. Tipicamente milanese, misurato, “commerciale”, intelligente, speriment-uso. Caratterialmente non inutilmente oppositivo, anzi “morbido” e aggiratore d’ostacoli. Da sempre tutto dentro l’industria culturale, sin dalla sua prima giovinezza “futurista”. Milano è sempre Gran Milan, moderna arte applicata con cura e vaselina alla vita pratica. Bisogna far arte con dignità. “O mia bela Madunina, avimma campà!” (e ci dobbiamo adattà, perché non ci sono più principi, re e cardinali del bel “Tempo” che fu. Del fu-fru ancien regime).

Mi sono un po’ sorpreso di vederlo lì, tra le cose vecchie del mercatino domenicale, il Munari/ello nostro anni del ’90 “mundial”. E gliel’ho detto: “Che fai ccà, Munà?” Disinvolto m’ha risposto ch’era di passaggio, nel paesaggio spartenopeo. Ch’era sceso ad alta velocità per vedere la sua bella mostra al PLART di via Martucci (“I colori della Luce”, fino al 20 marzo, ndr). Poi sarebbe andato subito via e … 

… e infatti, -detto fatto & fotto-, m’è sparito d’improvviso, squagliandosela tra la folla commerciale, (dove sta Zazà, dove sta Munà…) …; pero però m’aveva lasciato un bel ricordino sul banchetto di un modesto venditore: 5 numeri 5 consecutivi di quel suo “Tempo” del 1943. Tutto “a forfeit”, (regalia a piacere al venditore).

Largamente sostenuto finanziariamente dal regime di guerra fascista, il settimanale “Tempo” della Mondadori, a partire dal 1939, fu paradossalmente (ma non troppo) una palestra di giornalismo, di sperimentazioni di formule grafiche e di libertà tout court. Libertà impensabili colle vecchie tecnologie dell’arte, tutte in velocissimo cambiamento. E Munari lo capì e s’inserì rapido in quel “Tempo”. Pensò che …

… l’Arte -più che da applicare nel settimanale – dovesse adattarsi e adottare le tecnologie rapide, ta-ta-ta …., le tecnologie comandano sempre, si sa. Nei casi migliori l’arte le invoca e apre la strada al desiderio, alla ricerca tecnica. “Tempo” fu infatti il primo rotocalco italiano stampato a colori. Una delle sue innovazioni memorabili, filtrata dall’americana “Life”, fu il “fototesto”: un cambio totale di scrittura, necessariamente senza più fronzoli e fru-fru dannunziani dannosi.

AAA casa ho sfogliato i cinque numeri 5 del “Tempo” che fu di Munari. In particolare il numero 197, 4-11 marzo 1943, (il marzo del famoso sciopero operaio alla Fiat di Torino, ndr). Bella l’obbligatoria foto guerresca di copertina, di regime; bei tagli, magico bianco e nero, rubriche di qualità letteraria, come quella di Bontempelli; un racconto di Elio Vittorini; e poi l’arte-grafico Puppo che fa indossare l’imperme-abile marca “San Giorgio” a un manichino di De Chirico, che affronto! ma

… ma alle pagine 34 – 35 di quel ’43 post Stalingrado liberata mi son fermato e … e so’ rimasto sott’’a bbotta ‘mpressiunato, conquistato da un articolo di Bruno Munari. Titolo: l’ARTE E’ UNA”,  (una che? Chi lo sa?, … è una bellezza, una destrezza, una schifezza, è una sòla … e basta!, nda). Assoluta creazione & comunicazione, la sua, di Munari super. 

Giornalismo culturale d’artista spregiudicato. Il suo tentativo (riuscito e valido sempre) è quello di mettere in pagina sé stesso, semplicemente sé stesso, tutto compro-mettente al mittente, per spingerlo alla lettura “facile”. Con un gioco di parole direi, parole d’ordine sue: “Versare quello che sEi in quello che sAi e che Fai, haaai!” E’ appunto quanto tenta Munari per spiegare al “Grande Pubblico” (che sta sotto le bombe alleate del 1943!!) “le principali tappe della evoluzione dell’arte di questi ultimi trent’anni”, come del resto scrive nel testo. Cioè il percorso dell’arte dal reale al surreale, dal “vero” all’astratto, dalla “bella figura” alla “brutta s/figura”.

Tutto ciò in 6 botte d’autore, in 6 flash magistrali semplificatori, dolcemente assassini (verismo, impressionismo, futurismo, cubismo, astrattismo, surrealismo). Tutto con gioco e ironia, senza accademie et falso pudore. A garanzia d’artista, rivolto ai lettori, Munari stesso chiosa ironico: “Ve le posso spiegare IO tutte (queste fasi), con tutta sicurezza, perché le ho attraversate tutte. Ora sono arrivato all’arte astratta. Cosa sarà di me, ahimè?”

La “botta” dell’arte astratta spiegata fotograficamente al pubblico in questo articolo è quella più tosta e ardita perché è risolta da Munari con un rettangolo tutto nero. Più nero della mezzanotte del ’43 e delle faccette nere africane involatesi con le camice nere (il 25 luglio è vicino, ma c’è in vista la R.S.I.) .… 

…. sotto il rettangolo nero sta scritto, quale didascalia: “Astrattismo – l’oggetto che ha ispirato tutte le altre forme d’arte, scompare. In una pittura astratta il soggetto è solo pittura. Tutta pittura, soltanto pittura. Senza equivoci”.

Così Munari spiega ai suoi lettori le fasi della ricerca d’arte ‘900 post vero: “l’impressionismo vede l’oggetto appena accennato, il futurismo lo mette in movimento, il cubismo lo seziona, il surrealismo lo smaterializza, l’astrattismo lo elimina del tutto ed inventa in piena libertà forme e colori armonici.”

E tutto ciò con le foto di un solo suo oggetto, un gioco per bambini: una povera macchinina fatta con quattro bottoni a mo’ di ruote, un po’ di scatolette di fiammiferi, una buattella di colla industriale, una scatoletta di sardine e … e così, quando la foto è mossa, diventa una macchina futurista in corsa; quando Munari la smonta diventa “il cubismo”; quando la fa uscire dalla pancia di un coniglio di un illusionista diventa “il surrealismo” … Tutto per far divertire la bambina che disegna felice sotto il titolo dell’articolo: “L’arte è una”, è un gioco felice, lasciateci divertire, lasciateci lavorare.

Come si vede nella impaginazione e nella impostazione della pagina, c’è un rapporto capovolto a 69 a favore dell’immagine e delle nuove tecnologie di produzione e ri-produzione. Tutto aaa …favore della foto veloce pop, clic, cloc, fatto, fato, … dica duca: colpito, affondato … co, co.. con una …

… SSSscrittura asciutta, snella, discorsiva, semplificativa, d’accompagnamento alla foto; come una musica per film, rafforzativa della scena e non esclusiva in sé. Colonnetta sonora, supporto alla narrazione, punteggiata da slogan espliciti, manifesti, quelli efficaci alla D’annunzio, per il pubblico di massa (e di mazza)!

Un redivivo Bruno Munari digitale farebbe molto coModo a questa nostra PresS/Tletter. Ma il “Tempo” passa e va inesorabilmente “oltre”. Oggi sono Altri Tempi. Ma qualcosa di quella lezione ‘900 rimane tuttavia maestra e utile. Cioè la capacità di far sintesi, di parlare e farsi comprare da un pubblico largo e chiatto, ruspante e raspante, distratto-selvaggio polpulista …; pubblico bambino, asilo d’infanzia dell’arte, imparare giocando.

Pe… Pe…. Pensate se si riuscisse a far sintesi giocosa (cosa?) dei progetti d’architettura d’oggi, a spiegarli ai bambini innocenti, così come faceva semplicemente Munari …; così come Cavour voleva utopisticamente spiegare il bilancio dello Stato, la finanziaria del suo tempo, alla cuoca e alla guardaporte di Collegno … ooo alla casalinga di Vigevano ooo a quella di Pollena Trocchia, che figlio ‘e ndrocchia! Che suonno, che sogno, che aaarchitetture ‘e ndrocchia! (“nate da più padri, furbo meticciato opus incertum”, ndt).

SConclusione: sembra facile fare un buon caffè di divulgazione d’AArchi/AArt da comprare ‘e PresS/T, ma ci vuole una buona miscela e una buona macchinetta coi baffi. E bisogna avere ‘na bbona capa contemporanea e … e molta fortuna, cosa che ho avuto io. Infatti, …

P.S.- … infatti son ritornato al mercatino di Agnano e … e che ti vedo su un traballante banchetto di vendita? Un pacco di altri 20 (dico venti) numeri di quel “Tempo” di Munari, tutti dal 1940 al ’43, tutti impaginati ed immaginati da Munari. Grazie Bruno, lo so, sei stato tu, li hai messi tu (per me) su quel banchetto, … te voglio bbene assaje, fammene trovare ancora (sempre a prezzi stracciati, mi raccomando!).

Saluti, Eldorado

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