Paolo Pellegrin – Un’antologia – di Massimo Locci

Finalmente il MAXXI è diventato il Museo del Ventunesimo Secolo. Con le mostre Low Form (Immaginari e visioni nell’era dell’intelligenza artificiale), La Strada (Dove si crea il mondo), Michele De Lucchi (L’anello mancante),  Zerocalcare (Scavare fossati, nutrire coccodrilli) e Paolo Pellegrin (Un’antologia) la struttura museale più importante d’Italia ha scelto di occuparsi  in modo sistematico del contemporaneo, dando spazio alle ricerche più innovative e proiettata sul futuro; stratificando /attraversando/ ibridando  discipline espressive differenti. Soprattutto trovando una modalità comunicativa efficace per spiegare le ragioni di una ricerca, ciò che precede l’esperienza artistica, le motivazioni e i processi.

In particolare la mostra del fotografo Paolo Pellegrin, a cura di Germano Celant, è in tal senso esemplare. Le 150 immagini, scattate in luoghi di conflitto e/o fortemente problematici, “raccontano uomini, guerre, emergenze umanitarie ma anche il rapporto tra la condizione umana e la natura”. Le immagini della Striscia di Gaza, di Mosul, della Libia o di Guantánamo, si affiancano a quelle di Miami, di Tokio, di Roma o dell’Antartide e ci forniscono il senso di un percorso interpretativo (dal buio alla luce) su realtà complesse, per dare voce/volto agli ultimi, ai dimenticati, agli invisibili (“Ghost” nella definizione di Pellegrin). 

Nella parte iniziale, al buio, i racconti di guerra, le distruzioni, l’uomo e le sue emozioni; nella seconda parte, in piena luce, immagini di vita quotidiana e riflessioni sulla condizione umana, splendidi ritratti di personaggi anonimi e letture astratte di ambiti naturali incontaminati.

Nell’unire frammenti di realtà diverse e lontane Pellegrin crea immagini aperte, in fieri, dove non ci sono valutazioni concluse o “pensieri finiti”, senza pretesa di verità, dove non entra in gioco neanche la categoria del giudizio. Ognuno può interpretare le immagini attraverso la propria sensibilità , la propria visione geopolitica, ma certamente non ci si può estraniare. 

Nel suo lavoro il punto di vista cambia, l’orizzonte muta, il particolare diventa generale, panoramico, ma la finalità della sua poetica non muta: riflettere (“essere finestra e specchio” afferma) le condizioni di inumana sopraffazione per opporsi all’oblio, per creare documenti non confutabili da futuri negazionisti, per creare memorie condivise e massa critica. Raccontare storie drammatiche, dolorose ed entusiasmanti per eventi straordinari è per Paolo Pellegrin un impegno civile, che non ci lascia indifferenti. Anche noi diventiamo comunque partecipi, entriamo nella mischia, sentiamo gli spari e il frastuono dei crolli, gli odori dei corpi e della polvere da sparo, i rumori di fondo delle città bombardate, i lamenti dei civili e le sirene delle ambulanze. 

Lo splendido allestimento di Sergio Bianchi, con la sua dinamica spazialità, gli effetti di luce e i suoni, fornisce la migliore modalità immersiva nei drammatici temi, creando contestualizzazione e pathos; rendendo palpabile sia la molteplicità di sensazioni comuni sia, isolando episodi singoli e puntuali, i sentimenti individuali. Soprattutto l’allestimento mette il visitatore nella stessa condizione del fotografo, che lavora sulla soglia degli eventi, al confine tra partecipazione e reportage. Come evidenzia Celant, “Il reportage, per Pellegrin, non è un’operazione accelerata e veloce, distaccata e fredda, ma è una manifestazione dell’interpretazione personale, che si alimenta di estetica e di espressività, di angoscia e di sofferenza”.

Nell’essenza della fotografia la questione della ‘presenza’ e della ‘distanza’; Pellegrin è coinvolto nella drammaticità delle storie ma le filtra con la propria sensibilità culturale, portando alla luce le esperienze artistiche precedentemente maturate, nella facoltà di architettura, nella frequentazione dell’arte con il padre Luigi (architetto, artista e, anche lui, bravissimo fotografo). Nella mostra emerge un taglio interpretativo colto, un ricco patrimonio di immagini con riferimenti alla pittura barocca e a Caravaggio in particolare. Ma più che sull’accumulazione lavora per sottrazione, cercando l’essenzialità, la poetica miesiana del ‘Less is More’. Nell’impaginazione privilegia i punti di vista multipli, lo sguardo diagonale “che dilata all’infinito la profondità del tempo (lo spazio/tempo curvo di Einstein)”. 

Tra gli elementi più interessanti dell’allestimento il grande muro/bacheca, che accoglie taccuini, schizzi, appunti, locandine e materiali accumulati negli anni da Paolo Pellegrin. La vivace composizione rende evidente la complessità del processo ideativo che precede lo scatto, la ricerca e la misura interpretativa che integra la logica del saper cogliere l’attimo e mitiga l’approccio istintivo. Tra note, schemi grafici e storyboard, emerge con chiarezza che le sequenze disegnate anticipano le inquadrature, che sono concettualmente preesistenti nell’immaginario del fotografo; quindi le foto sono cercate o, nei tagli della postproduzione, sono virtualmente “liberate”, come una scultura dal blocco marmoreo. 

Le sue fotografie – scrive ancora Celant –sono frammenti di una scrittura per immagini e riflettono un tempo storico, basato sulle fisionomie, singole e collettive, delle persone che vivono una tragedia. Esse diventano anche una storia privata di Pellegrin che sente la necessità di condividere, con la sua presenza e la sua testimonianza, la responsabilità della nostra cultura verso questi eventi drammatici.

In copertina: © Paolo Pellegrin/Magnum Photos | Paolo Pellegrin, A man is arrested by the Rochester police after having assaulted his father with a samurai sword, USA, Rochester, NY, 2012

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