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Le opere di pubblica utilità – di Isidoro Pennisi

Le opere di pubblica utilità (che sono materiali e immateriali) il ritardo che da anni auto segnaliamo (come se il farlo bastasse a realizzarle) le differenze che in sé riscontriamo tra le diverse realtà geografiche della nazione, sono le prove di una questione che pur avendo in Italia una prevalenza e originalità, ormai coinvolge tutti gli assetti delle società occidentali. La questione è quella dell’equilibrio tra i diritti assegnati alle persone e quelli di uno Stato; tra quelli dei cittadini e quelli della Città, come ebbe a dire il Sindaco di Reggio Calabria nel pieno della ricostruzione della sua città dopo il terremoto del 1908. 

Persone fisiche e contenitore storico artificiale dove esse compiono la loro vita (Nazione, Stato, Città) vivono da sempre in base all’attrito tra le diverse attese di vita che le contraddistingue. Le persone sono istintivamente portate a basare le loro azioni sulle brevi attese di vita concesse dalla biologia, mentre una Nazione o un Città, se potessero farlo sapere, hanno un’idea e delle esigenze coniugate da un tempo diverso e lungo. E’ in questo quadro endemico che vanno inserite le nostre peculiarità italiche. In Italia, per non sfuggire alle “cose nostre”, pretendiamo da almeno quarant’anni di realizzare Opere di Utilità Pubblica (materiali o meno) senza avere un Piano Strategico Nazionale complessivo, sociale ed economico, disteso lungo un tempo congruo. L’ultimo fu il “Progetto 80”, elaborato però negli anni settanta, che poneva degli obiettivi importanti (molti sono ancora quelli di cui parliamo oggi) che s’infransero con la situazione sociale di un Paese alle prese con la violenza politica diffusa e con un’atavica incapacità di sposare un interesse nazionale se non in casi estremi, come fu la ricostruzione post bellica. Tutte le manifestazioni indecorose che a seguire hanno caratterizzato le opere costruite con lentezza, quelle inutili, quelle mai finite, quelle mai iniziate, hanno all’origine un’assenza di strategia che le sorregga. 

Il problema vero non è la quantità delle risorse finanziarie disponibili ma il disegno, l’organizzazione e il tempo che serve per realizzarlo. A Canne i Romani avevano il doppio delle forze militari di Annibale ma lui non solo li sconfisse ma dimostrò che la maniera di utilizzare le risorse che si dispongono è molto più rilevante della loro quantità. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, nella patria della proprietà privata e delle libertà inviolabili d’impresa, fu una ferrea pianificazione d’intenti, quasi da socialismo reale, che realizzò un piccolo oggetto (non più grande di uno scaldabagno) che poi, esplodendo in Giappone, chiuse un conflitto ancora tutto da definire, e mise gli Stati Uniti in una posizione prevalente, gerarchica e geopolitica, che ancora oggi detiene. Juscelino Kubitschek, nel 1955, fu eletto presidente del Brasile. Il suo governo, senza il quale non esisterebbe il Brasile d’oggi, si caratterizzò per aver immaginato, disegnato e organizzato un piano socio economico denominato “Cinquant’anni in cinque anni” che nel 1960 lo portò a inaugurare la nuova capitale Brasília lì dove prima esisteva un grande altipiano del tutto inabitato. Quella realizzazione, oggi definibile come una grande opera, in fondo era piccola, rispetto a un piano, molto più vasto e incisivo che, anche quelli che seguirono, realizzarono, pur non condividendolo.

In questo quadro è evidente che lo strumento tecnico di previsione che ormai tutti conoscono come Analisi Costi Benefici, è inutile come lo sarebbe quando bisogna capire se conviene, oppure no, uccidere un Capodoglio con una forchetta da tavola, oppure schiacciare una zanzara con una Ruspa. Per capirci meglio. Immaginate se avessero fatto un’Analisi Costi Benefici per dirimere il dibattito a Parigi sull’eventualità di tenere in piedi al Torre Eiffel oppure tirarla giù, com’era previsto dai piani dell’Esposizione Universale. Sarebbe stato possibile contabilizzare dei benefici come l’iconicità di questo manufatto, il valore aggiunto incalcolabile di quel disegno in ferro, senza il quale oggi Parigi non sarebbe più la città che conosciamo? Se ci pensate, capirete il ridicolo della discussione sulla TAV (e su atre cose) che al momento occupa la realtà e l’immaginario del poco spazio mentale che rimane agli italiani dopo una lunga e dura giornata di lavoro. 

Una grande opera d’interesse pubblico ha a che fare con la sua influenza nel tempo, con gli effetti differiti che produce, e non con le dimensioni fisiche o con la quantità di risorse che servono per realizzarla. Non esistono limiti alle risorse da impiegare, se la finalità dispiegata nel tempo è vitale per una comunità, così come non andrebbe mai spesa una vita umana di un lavoratore (che fisiologicamente e statisticamente sacrifichiamo per costruire) se la finalità di un’opera è destituita di fondamento in rapporto alle esigenze di un tempo molto più vasto di quello che contorna il momento della decisione. La decisione da prendere non è numerica o matematica, tecnica o filosofica ma politica e discrezionale, nel senso più vero del termine, e cioè scelta fatta nei riguardi della Polis intesa nel senso territorialmente più vasto e secondo le attese razionali di vita che sono proprie alla Polis e non nei confronti di chi temporaneamente la abita. Qualcuno deve tornare a dire ai cittadini della nostra comunità nazionale cose del genere, e se non sono gli Architetti, che storicamente devono conoscere le cose che ho detto, chi lo deve fare? Secondo me è su questa base che è possibile immaginare una battaglia civile, sociale e culturale (intesi in senso forte e non retorico) per l’Architettura che non si trasformi in apparente furia senza qualità a fini, pur apprezzabili, di testimonianza autoreferenziale. La realtà brucia e il problema non è quelli che hanno appiccato il fuoco. Quelli sono irrecuperabili. Il problema siamo noi, tutti noi, che non facciamo niente e che manovriamo per restare ai margini delle fiamme sperando che non ci coinvolgano. Speranza molto vana.

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