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Il nutrimento dell’architettura [2.11] – di Davide Vargas

VIAGGIO IN ISRAELE_3

A Tel Aviv ci sono oltre 1500 edifici vincolati. Sono stati realizzati a cavallo della guerra e progettati dagli architetti ebrei formati nel clima Bauhaus e sfuggiti al nazismo. Dalla prima Casa Engel di Zeev Rechter costruita nel 1933 sul Rothschild Boulevard è stato un susseguirsi di edifici bianchi e nudi che tracciano un tessuto diffuso. La “città bianca” come viene definita è dal 2003 patrimonio dell’Unesco. A girare tra le strade di una città che si sviluppa per pezzi [enclaves] accostando disinvoltamente edifici moderni a casette modeste e povere, grattacieli stile Manhattan a mercatini vocianti e colorati, a un distributore di carburante al centro di uno spiazzo sterrato, ai pali di legno e ai cavi della corrente dove schiere di piccioni appollaiati vengono avvolti dagli odori delle spezie, a girare in una città così  che è pervasa da una esuberante voglia di modernizzazione che riconosci nelle architetture e nei comportamenti delle persone che affollano strade e locali, ad ogni angolo ritrovi una finestra a nastro, un aggetto arrotondato, un volume puro, un angolo svuotato. Sono vocaboli di una grammatica condivisa e riconoscibile.

E come sempre interviene l’imprevisto di un segno, un pergolato, un colore una ringhiera, quasi un idioletto che ne costituisce la cifra più vera.

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