Dall’arte del rifiuto al rilancio dell’arte pubblica – di Alessandra Muntoni

Anche se non è dato “avere sogni”, anche se non si può realizzare alcuna utopia, possiamo però considerare possibile un’altra eventualità, proprio perché radicata nel nostro recente passato. Sarebbe urgente riprendere un filo interrotto della cultura architettonica italiana ben presente alla fine del Novecento e ai primi del nuovo millennio, dedicando nuova energia alla cura e all’uso dello spazio urbano inteso come convergenza, capacità d’incontro culturale, di dialogo, di bellezza. È quanto mi faceva presente, in un recente colloquio, Giovanna De Sanctis Ricciardone − che all’arte pubblica ha dedicato opere rilevanti − sostenendo quanto fosse necessaria per questo scopo una precisa strategia con progetti intelligenti e coraggiosi. Viene spontaneo pensare alla sua Nike.

Tra le grandi sculture di Giovanna De Sanctis, quella installata a Palermo in ricordo dei giudici Falcone e Borsellino uccisi dalla mafia, ha infatti proprio questa valenza. La Nike, ispirata al barocco sempre presente nell’immaginario dell’artista, costruita con la tecnica della “cera persa”, sgorgando da terra senza alcun piedistallo, capta lo spazio urbano della Piazza della Memoria tra il vecchio e il nuovo Palazzo di Giustizia. Plasma un segno simbolico ispirato alle ali della Vittoria, tale da concentrare e solidificare una memoria collettiva antica e diventare un importante messaggio esplicito per le nuove generazioni. “I due frammenti accostati, mi spiegava in una intervista del 2006 (“Metamorfosi, Q.d.A.”, n. 58), sono delle ali corrugate; il bronzo maturando in un verde scuro diventa un pezzo di natura, una sorta di materia lavica improvvisamente solidificata. Penso con felicità che questa scultura è davvero un pezzo di Sicilia”. Ha ragione. Ho visto recentemente i ragazzini correre liberamente in quella piazza e trattare l’opera d’arte non con la soggezione dovuta a un monumento ma con la fraternità instaurata con un compagno di giochi. Così, quell’opera viene assimilata, entra nel Dna dei giovani, riversa nel quotidiano un alto contenuto civile, conservando intatto il proprio mistero estetico. “Non credo alla vocazione salvifica dell’arte pubblica nello spazio urbano, semmai consolatoria;” chiarisce Giovanna “l’opera è comunque un bene, che ha un suo costo, attiene al rituale di un dono”.

Finché gli artisti riescono a conservare questa attitudine a donare, si può dire che la civiltà non è morta, ma occorre pretendere che chi governa le città non dissipi con indifferenza questa generosità e solleciti la realizzazione di nuove proposte accanto all’attenta cura di quelle esistenti. 

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