presS/Tletter
 

Co.creazione, tempo e linguaggio – di Felice Gualtieri

Nella società della comunicazione (o delle relazioni) mediate, ci scopriamo sempre più vulnerabili e fragili; è l’esperienza di un “buio nella rete” come condizione ontologica dell’era digitale a creare il più evoluto ambiente panottico.   Utilizzare strumenti e servizi per ridurre l’asimmetria (P2P, Tor, Vpn etc.), o mettere in campo azioni politiche di sensibilizzazione sulle  tattiche di ambientamento nello spazio digitale buio (riconnessione sinaptica, Arte del Se’ in senso stretto, condivisione di account etc.) non è sufficiente a risolvere una situazione ormai generalizzata senza il necessario supporto di un intervento pubblico sui server messo in atto dagli Stati che (pare) siano soltanto in grado di abdicare sovranità e cedere diritto pubblico. 

Codici, linguaggio e co.creazione sincronica:

Creare utilizzando script di codice è più vantaggioso rispetto all’analogico che ha il difetto della lentezza. L’utilizzo degli script mette in luce  il problema fondamentale della co.creazione sincronica che non è tecnologico né  di capacità di banda né di devices, ma fondamentalmente di linguaggio! 

Come è possibile co-creare in uno spazio immateriale che si forma attraverso pure interazioni? è necessario innanzitutto: 

A) creare una soglia minima di pure interazioni;

B) modulare le pure interazioni è stabilire una comunicazione umana; 

ma è proprio sulla forma delle interazioni che sorge il problema: sarebbe di grande sollievo riuscire a ridurle a purissimi impulsi. Oggi, per esempio, abbiamo la possibilità di co.creare in rete in maniera effettivamente a-sincronica; il codice (come linguaggio digitale ) lo permette. Ma il vero problema è quello della  co-creazione sincronica, collegato al fondamentale e più ampio problema sulla natura del tempo:  tutte le interazioni, infatti, sono sempre mediate (dal tempo stesso). 

Cosa significa “creare”:

Siamo abituati a pensare che la creatività umana sia una capacità singolare, più o meno sviluppata, che realizza qualcosa che prima non esisteva. Ma dobbiamo anche considerare che le creazioni umane non sono mai (o quasi mai) pure espressioni dello spirito, poiché ogni attività è mediata ed è condizionata dai limiti del mondo (questo mondo), dalle circostanze esterne e da tutti quei vincoli che ne formano il presupposto.

 “Creare” non è qualcosa di umano; sarebbe più prudente parlare di “elaborazioni o processi creativi” che si attivano quando ci sia un bisogno o quando situazioni specifiche e contingenti lo richiedono. 

La natura di questi processi, in un certo senso, non sembra essere diversa da una qualsiasi attività che ha come scopo lo sviluppo di abilità riconducibili alla persona ed al suo dominio, abilità che sono frutto dell’apprendimento e di un training specifico.  

Caratteristiche dell’esperienza estetica:

La bellezza che ci appaga nell’esperienza estetica è qualcosa che appartiene a tutti. Non si può negare che esistano qualità che fanno vibrare in noi un moto di approvazione, di empatia, suscitando un sentimento positivo che ci fa esclamare “è bello”. Questo sentimento può avere diverse angolature: può succedere che qualcosa ci piaccia perché la sentiamo simile a noi, o perché la sentiamo diversa (quasi esotica) e per questo aggiunge in noi completezza. Una cosa ci piace anche per il fatto che riusciamo (a partire da essa) a crearne un altra; cambia in noi lo sguardo; comprendiamo qualcosa che non avevamo capito, conosciamo qualcosa che ci appare nuovo. Tutte queste emozioni sono il fondamento dell’esperienza del bello e dell’arte intesa nel senso classico del termine.

Parola e sguardo:

L’arte nell’epoca contemporanea (e quindi i processi di creazione), non hanno a che fare con tutto ciò. Pensare all’esperienza estetica oggi significa entrare in una dimensione superiore del linguaggio; nel senso che non è più l’immediatezza dell’emozione a coinvolgerci nell’esperienza del bello, ma il linguaggio e la narrazione che possiamo co.creare ed elaborare a partire da essa.

In questi termini, sembrerebbe che l’esperienza di co.creazione sia qualcosa legata, più che al bello, all’attività del conoscere e del comunicare. E’ come se dessimo all’oggetto d’arte (e quindi all’arte  ed all’attività creativa) il compito di creare linguaggio e cioè narrazioni trasferibili e interscambiabili. E’ questo il motivo che ha demolito l’ambito specifico del fare artistico e che ci fa esclamare “mi piace” quando qualcosa, frutto di un processo creativo, attiva in noi un meccanismo conoscitivo generando un discorso attraverso il linguaggio e ponendoci potenzialmente in relazione con gli altri.

I processi di co.creazione,  vengono distrutti quando banalmente si toglie la capacità relazionale del linguaggio di creare narrazioni, in altre parole quando un processo creativo comune viene ridotto ad attività d’elite.

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Leave A Response