Bauhaus, architettura sociale e linguaggi artistici trasversali, 1919 – 2019 – di Alessandra Muntoni

A cento anni dalla sua fondazione, si cominciano a proporre iniziative per ricordare e ridiscutere quel decennio folgorante del Bauhaus che, dal 1919 almeno fino al 1928, anno nel quale Walter Gropius lascia l’insegnamento per dedicarsi alla professione, ha dato l’incipit a una trasformazione radicale del concepire, costruire, usare lo spazio della città e della casa. La Fondazione Bruno Zevi mi ha inviato un ampio programma, curato di Carlo Severati-Embrice, che vede insieme Sapienza, Roma 3, il Liceo Artistico di Via Ripetta e il Liceo Artistico Ettore Rossi. I temi individuati sono: Il Vorkurs di Lazlo Moholy-Nagy e il New Bauhaus; l’architettura tedesca dal 1910 al 1924 e la sua influenza sul primo Bauhaus; la teoria del colore di Johannes Itten; gli esercizi didattici di Wassili Kandinskij. Ottimo programma e ottima suddivisione dei temi. Anche perché se ne prospetta l’approdo critico in Italia fin dagli anni Cinquanta del Novecento. 

Possiamo chiederci: perché tutto ciò ci coinvolge ancora così profondamente? Credo si possa rispondere: perché il Bauhaus, in un momento storico cruciale tra le due Guerre mondiali, ha anticipato un sistema interrelato tra architettura sociale e trasversalità dei linguaggi artistici che ancor oggi è nel nostro codice espressivo, coniugando tecnica industriale, avanguardia e questioni sociali. L’avanguardia trasforma gli strumenti espressivi di tutte le arti: pittura, scultura, architettura, artigianato artistico, teatro, musica, grafica. Il Bauhaus dà spazio a tutte queste attività, ma ne rivoluziona il momento teorico, creativo e costruttivo, indagandone nei laboratori il loro travaso oggettuale. Il segno unificante è apparentemente la tecnica e l’astrazione, ma in mezzo passa la teosofia, l’irrazionale, l’azzardo, il gioco, la società, la comunità e il mercato. La casa e l’oggetto ne sono il tema base, il Masse-Mensch e la città i terminali fruitivi. Concetti oggi lontani dal nostro orizzonte, se qui da noi non fossero passati attraverso la strategia di Adriano Olivetti che di quella temperie ha saputo raccogliere alcuni frammenti fondamentali e, trasformandoli, gettarli nel mondo. 

Una riedizione scientifica e completa di tutti i Bauhausbücher sarebbe, ad esempio, molto utile. In italiano sono stati tradotti Pedagogisches Sckizzenbuch, Quaderno di schizzi pedagogici di Paul Klee (II, 1925), Die Bühne im Bauhaus, Il teatro del Bauhaus di Schlemmer, Moholy-Nagy e Molnnar (IV, 1925) e Punkt und Linee in der Flache, Punto, linea, superficie di Wassily Kandinsky (IX, 1926). Ma ci sono anche i contributi di Gropius, Adolf Meyer, Albert Langen, Piet Mondrian, Theo van Doesburg, Lazlo Moholy-Nagy, J.J.Pieter Oud, Kasimir Malevitsch, Albert Gleizes ‒ riguardanti l’architettura internazionale, i fondamenti della nuova arte della forma, i materiali, la fotografia e il film, la casa, il quartiere e il cantiere sperimentale, i laboratori del Bauhaus e la produzione di oggetti d’uso, l’architettura olandese, il neoplasticismo, il suprematismo, il cubismo – che completano l’arco culturale considerato allora indispensabile da Gropius. Alcuni di questi, fascicoli, nella loro veste originale, sono stati resi disponibili online dalla Bibliothèque Kandinsky del Centre Pompidou, in formato pdf. 

Qualche coraggioso editore italiano se la sentirebbe di proporne una bella edizione italiana?

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