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Antonio Mainardi – di Massimo Locci

Per me, e per molti della mia generazione, l’idea stessa di abitazione (cioè quell’idea che si forma negli anni dell’infanzia) è legata al linguaggio moderno. Più che alla casa unifamiliare, tipica dei centri minori, faccio riferimento a una unità residenziale in condominio come la palazzina per il ceto medio che rappresenta, ancor oggi, una componente caratteristica dell’immagine delle aree di espansione delle nostre città. 

Ai Centri Storici, in forte stato di degrado, negli anni sessanta si preferiva la funzionalità dei nuovi quartieri, che rappresentavano una maggiore uniformità anche sotto il profilo sociale, in quanto le nuove soluzioni tecniche e finanziarie avevano consentito l’accesso all’abitazione di proprietà a una più ampia fascia di utenti. 

Inoltre le palazzine, proponendo una configurazione articolata e slegata dalla forma del lotto, rappresentavano un campo di sperimentazione linguistica e di materiali.

Negli esempi migliori del nord della penisola i linguaggi espressivi erano marcatamente razionalisti e capaci di definire spazi urbani di qualità, spesso presentavano facciate eleganti, con telai a vista e in un dialogo, ben composto, di pieni e vuoti. In quelli del centro/sud era prevalente la valenza organica, con piegature del volume, per consentire agli alloggi aperture ed esposizioni su vari fronti, con variazioni di materiali e pareti cieche che, staccandosi dal corpo dell’edificio, si mostravano  come membrature autonome. 

In tutti i casi le giovani famiglie intravedevano negli alloggi moderni un reale miglioramento funzionale (gli spazi diventavano più fluidi e aperti verso l’esterno), cui corrispondeva una logica simile nella scelta degli arredi. 

Nelle case degli Italiani con la televisione entrano in quegli anni le librerie svedesi in legno di teak, le cucine “all’americana” in formica, i salotti essenziali e dai tessuti colorati,  i tavoli e le sedie superleggere di Giò Ponti e/o le loro infinite imitazioni. 

Alla fine degli anni ’70, però, e in tutti gli anni’80 (anni del cosiddetto “riflusso” che per il mondo dell’architettura rappresenta l’anticamera del Postmodernismo), si ritorna al “classico”: le case si riempiono di mobili dal linguaggio ambiguo, con fattezze simili all’antico ma con funzionalità moderna, con materiali compositi e dettagli simili a quelli tradizionali ma del tutto sproporzionati, prodotti in serie e con logiche industriali veicolando, però, un pericoloso gusto retrò degli anni della nonna.

Negli stessi anni, viceversa, la ricerca italiana nel design e nelle componenti di arredo si affermava in tutto il mondo per l’originalità linguistica, l’alta qualità dei materiali, per lo stile elegante e senza concessioni alla tradizione più retriva. 

I migliori prodotti venivano presentati nei saloni del mobile e, contemporaneamente, negli showroom  più qualificati delle nostre città. Il ruolo di questi ultimi diventava importantissimo sia per il sostegno alle ricerche espressive più innovative, attraverso una selezione culturalmente orientata dei prodotti, sia per l’azione divulgativa, determinante per la costruzione di una visione e un gusto contemporaneo anche presso i non specialisti. 

Per il salernitano Antonio Mainardi, uno dei più noti cultori del design italiano e rappresentante commerciale del centro-sud delle migliori aziende, che prenderemo ad esempio per spiegare il fenomeno, si trattava di una forma di “democratizzazione del design”.

Se non fosse stato per l’azione capillare, di formazione, comunicazione e di “resistenza” sul fronte del moderno, da parte dei commercianti qualificati come lui, l’intera filiera dell’arredo italiano non si sarebbe affermata.  

Già agli inizi degli anni ’80, in collaborazione con un giovanissimo Vanni Pasca, Mainardi organizza nel proprio showroom incontri/mostre di architettura e design su Achille Castiglioni, Dino Gavina, Philippe Stark, Mario Botta, Le Corbusier, Filippo Alison, di cui ha promosso la mostra “Un viaggio tra le forme”. Soprattutto Mainardi ha sostienuto la ricerca dei giovani talenti, come Mòdesign, portandoli al Salone del Mobile di Milano e trasformando i suoi spazi in un luogo di confronto culturale.

Importanti sinergie ha creato, inoltre, con il mondo dell’arte (con artisti/ceramisti come Pietro Lista o Ferdinando Vassallo) e con l’artigianato di qualità, per creare soluzioni personalizzate rispetto alle esigenze degli utenti e per i diversi contesti. 

Oggi dopo 50 anni di attività Mainardi chiude, come tanti altri in tutta la penisola, perché questa tipologia di negozi per prodotti selezionati di arredo e di illuminotecnica, al pari delle librerie e dei negozi di dischi, non ha più un potenziale commerciale. Strutture che stanno scomparendo per una serie di motivi: i principali riguardano la vendita diretta on-line (per cui il negozio specializzato diventa solo un luogo dove si vede ma non si acquista il prodotto)  e i megastore come Ikea che offrono una scelta vasta e a basso costo, spesso anche dal design accattivante.

Un ulteriore ragione va ricercata nella perdita di valori culturali complessivi, ma anche nella riduzione del potere di acquisto, di quel ceto medio italiano cui quella produzione di qualità era rivolta. 

Oggi le aziende che continuano a realizzare a livello industriale arredi e componenti selezionati esportano fino al 90% del prodotto. Altri si sono riconvertiti in produzioni semi-artigianali, fortemente customizzate e che reggono il confronto solo elevando i prezzi di vendita.

In questa logica trovano nuove opportunità anche le aziende piccole come quella di Antonio Mainardi, che può mettere in connessione la propria rete di relazioni con artigiani di altissimo livello (attivi da sempre a Salerno nel campo della ceramica, della lavorazione del vetro, della pietra e dei metalli, del legno, etc) con validi giovani architetti e designer, interessati a iniziare percorsi di sperimentazione concreta.

E’ questa una formula valida e, penso, sia esportabile in tutta l’Italia, salvando un patrimonio di conoscenze e di socialità.

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