Rifiuti urbani e arte del rifiuto – di Alessandra Muntoni

Siamo ormai abituati a farci largo tra i rifiuti per trovare una strada, anch’essa peraltro disastrata, che ci conduca a un cassonetto dove gettare i nostri. Abbiamo seguito, qualche anno fa, le vicende Napoli invasa dalla spazzatura e ora tocca a Roma, incapace di trovare soluzioni a questo problema del quale si discute da anni e che la malavita, con le “terre dei fuochi”, gestisce con sprezzante disinvoltura. La cosa strana è che i primi ad impadronirsi della questione siano stati gli artisti.

Più di quarant’anni fa gli artisti segnalavano il fenomeno “rifiuti solidi urbani”, o i “rifiuti della memoria”, come soggetto da manipolare in sede estetica per conquistare gallerie e musei. Dalla Pop Art americana che installava compact di sfasciacarrozze alla “Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto, al “Muro occidentale del pianto” di Fabio Mauri. Per non risalire ai ready-made di Marcel Duchamp e, ancora indietro, alle sculture realizzate con materiali di scarto nel Bauhaus e ancor prima da Umberto Boccioni. Un azzardo provocatorio capace di contestare, in un primo tempo, il mercato artistico, salvo poi rimanerne invischiato. Certamente, i depositi caotici di materiali eterogenei dai colori vistosi possono avere il fascino imprevedibile dell’assurdo. Pensiamo al fenomeno del “electronic waste” che stringe a tenaglia le metropoli dell’Est asiatico, dove montagne di schermi, tastiere e mouse di computer, stratificazioni informi di cellulari in disuso, intrighi di fili elettrici e modem, mostrano come i cascami dell’era elettronica siano veicoli percettivi della veloce trasformazione dell’oggetto d’uso da accurata suppellettile di design a impraticabile rottame. Forse proprio per restituire a quei frammenti l’aura progettuale originaria, molti artisti li hanno assemblati per farne immagini espositive, vedi Bernard Pras che fa il verso alla Marilyn di Andy Warhol, o il teschio gigante realizzato coi suddetti frammenti a mo’ di Arcimboldi al Kala Ghoda Arts Festival. 

Seppure intrigante, questo recente atteggiamento mostra un cinico disprezzo per l’ambiente. Ormai, ha perso ogni funzione di denuncia e diventa una conferma dello status quo, anzi lo preserva come sconfinata riserva di un repertorio che celebra il proprio degrado. L’arte pubblica, assai viva il Italia e altrove dagli anni Ottanta, aveva indicato tutt’altra strategia e sarebbe utile farla riemergere. Qui ne ho già parlato, a proposito della Metropolitana di Napoli, ma invito tutti a riprendere il discorso.

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