Quartieri della città antica e quartieri della periferia – di Alessandra Muntoni

I modelli urbani immaginati o realizzati nel contemporaneo non reggono. Riprendo le cronache del 2019 da un ricordo letterario che li riguarda. Il mio compagno di liceo, il più colto e intelligente tra noi che consideravamo nostro mentore e al quale volevamo tutti molto bene ‒ si chiamava Francesco Manacorda e morì giovanissimo ‒, un giorno mi chiese che libro stavo leggendo. Gli risposi: “Kaputt di Curzio Malaparte, mi ha interessato moltissimo”. Mi rimproverò, quasi scandalizzato: “Non devi leggere Malaparte, è un reazionario!”. “E chi devo leggere, allora?”, chiesi. “Leggi Vasco Pratolini”, rispose senza esitazione. Comprai Il Quartiere, Cronache di poveri amanti, Le ragazze di San Frediano e scoprii un mondo sconosciuto: i quartieri di Firenze sotto il fascismo, subito prima e subito dopo la Seconda guerra mondiale. Più che quartieri, contrade: via del Corno, via dell’Angelo, dove abitava povera e poverissima gente, facendo mestieri antichi: il calzolaio, il trippaio, il carrettiere, il fornaio, l’operaio, l’impagliatrice di fiaschi. E poi personaggi che restano impressi nella memoria: la vecchia, Maciste, Tosca. E vi fiorivano ‒ tra piccoli gruppi di giovanissimi ‒ amicizie, amori, prese di coscienza ma anche risentimenti, traffici loschi, agguati, congiure, tradimenti. Il tutto su e giù per l’Arno, nelle Piazze del Carmine e di Santa Croce. Così, se non del tutto presa, conservai quei libri di Pratolini, ma disposti vicini a quelli di Malaparte, che prendeva di petto non tanto il privato ma la tragedia globale della guerra, del costume degli italiani.

Nel dialogo conclusivo de Il Quartiere, due giovani si rincontrano dopo molte vicissitudini: Valerio e Marisa. Camminano per le strade del quartiere di Santa Croce, in parte bombardato, in parte oggetto di cosiddetti risanamenti, cioè sventramenti in vista di speculazioni edilizie, per cui la gente deve trasferirsi in periferia, ma la maggior parte preferisce restare lì, in appartamenti piccolissimi, pur di conservare la propria identità. E Marisa disse: “Hai trovato diverso il Quartiere. Ma la gente c’è ancora tutta, lo sai. Si è ammassata nelle case rimaste in piedi come se si fosse voluta barricare. Quei pochi che sono andati ad abitare alla periferia, dove c’è aria aperta e il sole, nel Quartiere li consideriamo quasi dei disertori”. “Infatti,” le risposi. “Anche l’aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate”.

Non sono mai riuscita a condividere quell’attaccamento così esclusivo al luogo di nascita, ma poi l’ho ritrovato nelle intenzioni del giovane Carlo Aymonino e del più disincantato Ludovico Quaroni a proposito del Quartiere Tiburtino, progettato per far nascere “rapporti sociali allo stato embrionale”, da cementare negli anni, ma da superare presto e invece risultato paradossale di un “racconto dialettale a tavolino, come surrogato di una impossibile invenzione diretta dei protagonisti di quelle abitazioni”. Nemmeno i grandi complessi popolari romani degli anni Settanta riuscirono a far breccia nella critica e nella gente; furono abbandonati dalla pubblica amministrazione, seppure opere di grande impegno professionale e costruttivo. La periferia è tuttora il soggetto chiave delle metropoli. Mentre si vanno disfacendo per incuria al centro, contano in periferia spazi di formidabili risorse, solo a farci un serio ragionamento. 

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