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Punto e virgola per l’Architettura: la necessità di una Retroguardia – di Isidoro Pennisi

Ho letto le puntate della discussione tra Prestinenza Puglisi e Sgarbi e il generoso appello, molto chiaro, di Gianluca Peluffo. La vicenda di Palazzo dei Diamanti a Ferrara (che segue a quella del Ponte a Genova) è però una vicenda occasionale che segnala una totale incomprensione epistemologica di massa. Un’incomprensione non solo tra addetti ai lavori (fenomeno che ci portiamo dietro da molto tempo) ma, più in generale, tra tutti quelli che, in qualche maniera, hanno voce in capitolo e responsabilità civili e culturali in questo Paese, sul significato umano e sociale del costruire manufatti e produrre cultura materiale. Al netto dei comportamenti ineducati di Sgarbi, nel caso di Palazzo dei Diamanti, o dell’analfabetismo logico di chi si è trovato a essere protagonista della vicenda Genovese (Governo Nazionale, Autorità Regionali, Opinione Pubblica) esiste poi una genuina e sincera incomprensione, ormai storica (nel senso che ci caratterizza dentro un periodo preciso del tempo) che non ci consente più di collocare, incardinare, dal punto di vista epistemologico, il sapere costruttivo (architettonico e ingegneristico) dentro la planimetria generale delle conoscenze umane. La questione ormai annosa e, per quanto importante, stucchevole, tra conservazione e trasformazione degli habitat antropizzati, in ogni aspetto e in ogni espressione, è quella più evidente e plastica dove il non sapere più cosa facciamo realmente quando costruiamo, emerge senza possibilità d’essere nascosta.

Per capire bene lo stato delle cose in cui ci troviamo, come architetti, dobbiamo non nascondere più, però, una pregiudiziale che non coinvolge solo il costruire ma che su di esso si abbatte con maggiore forza. Non possiamo più non prendere atto che il progetto, definizione discriminante nel sapere architettonico, ormai ha un valore, un significato, vuoto. E’ una definizione che usiamo senza il suo contenuto, in ogni espressione del fare umano. Perché non esiste ambito, ormai, delle trasformazioni astratte e concrete del nostro Mondo, dove le procedure automatiche, le conseguenze implicite, i sistemi autoregolanti, le scelte univoche, prevedano o contemplino progetti se non come copertura della loro assenza. I sistemi astratti e materiali da noi inventati, in apparenza una volta e per tutte, e ritenuti inemendabili senza che ciò presupponga un arretramento civile, producono ormai autonomamente esiti e si autosostengono nelle scelte di trasformazione. In questo quadro non è possibile immaginare ricomposizioni logiche e originali dei dati oggettivi, dei materiali esistenti, al fine di immaginare e pro-gettare il nuovo e l’inedito, necessario soprattutto nei momenti di crisi. Il progetto e il progettare, ormai, è del tutto simile a una Tribù autoctona Nordamericana, cui è stata data la grazia della sopravvivenza, cui si è garantita una Riserva Culturale, a patto che la sua presenza originale si manifesti solo quando i Turisti vanno a visitarla. In quel caso, possono rimettersi in testa i Capi Piumati, eseguire le loro danze tradizionali, dando segni d’esistenza, senza che questo influisca sull’andamento del Mondo esterno alla Riserva. Questa condizione, ovviamente, impatta in maniera devastante sulla cultura materiale che ha nel progetto e nel progettare la sua ragion d’essere.

E’ ovvio, di conseguenza, che il sentire e l’operare del tempo, non se ne fa nulla ormai degli architetti, tranne tirarli fuori ogni tanto utilizzando la loro inconsapevolezza, per sostenere, quasi come strumento pubblicitario, estetico e autoreferenziale, alcune novità che, però, lungi dal loro essere degli inediti, non sono altro che l’ennesima conseguenza automatica, logica, di una linea di tendenza che sembra incontrovertibile e non più progettabile nel senso vero del termine. Ho voluto dire questo non per giustificare, ma per non creare incomprensioni in chi legge. Dentro questo stato delle cose generale ed epocale (nel senso che segna un tempo definibile ma ampio) esiste poi una responsabilità specifica, del tutto interna alla cultura materiale, che produce l’incomprensione epistemologica di cui parlavo all’inizio, e che trova una foce evidente nel dibattito annoso su cosa sia lecito conservare e trasformare, su come tutto ciò vada fatto, sulle procedure con cui tutto questo si dovrebbe fare. E siccome ormai questo tema riguarda ogni operazione con contenuti edilizi, perché anche il Paesaggio (qualsiasi habitat urbano o extra urbano) ormai, è elemento soggetto ad analisi di opportunità o meno di modificazione (e non sto qui a ricordare le ormai annose discussioni su Ponti dello Stretto, Gallerie in Val di Susa, e Edifici di vario genere) si può dire che questo è un tema che funge da cartina di tornasole di quasi tutto. 

Di nostro, cioè nel campo specifico dell’architettura, poi, troviamo una specifica e storicamente inedita forma di arruolamento volontario di questa disciplina nel campo dell’arte e della rappresentazione. Un arruolamento che poi, attraverso distinguo, non sempre riusciti e incisivi (architettura come sintesi di arte e scienza è uno dei più comuni) prova a rendere logica la contraddizione di chi progetta in assenza di veri contenuti progettuali. Un arruolamento simile a una fuga dal fronte perdente del progettare (perdente per i motivi che ho espresso sopra) per acquistare un punto di vista e un fare in cui il progettare pur rimanendo legato al tipo di procedura tecnica (qualsiasi forma d’arte, in fondo, segue sequenze e procedure progettuali) non ricerca più forme inedite per funzioni sociali edite, o forme inaspettate ma attese, per funzioni sociali inedite. Non a caso, il fatto che l’architettura e i suoi risultati vengano, nel tempo, considerati come il risultato plastico di una cultura e non la condizione affinché esista, cresca e si consolidi una cultura, dice tutto del cambio di fronte cui alludevo.

Arruolare una disciplina che inventa la realtà, che contribuisce a realizzare “chiari nel bosco” (spazi inesistenti, quindi, prima che esistano) in quelle che, con difficoltà e sofferenza, sensibilità e percezione, fanno emergere dall’invisibilità cui sono costrette, dimensioni potenziali della vita umana, ma coperte, celate dalle contingenze strutturali dell’esistenza, ha reso l’architettura qualche cosa che mai è stata (anche quando non si definiva così) facendo mancare alla storia non tanto il suo fare (cosa già grave) ma la sua presenza. La sua capacità di testimoniare l’aspetto innaturale degli esseri umani, la loro condizione originale, che consiste esattamente nel non accettare la natura e le sue procedure così come sono, trasformandola, con tutti i rischi del caso, ma con tutte le necessità storiche, del caso. Senza strappare le cose dalle mani della natura e consumarle, senza difendersi dai processi naturali della crescita e del deperimento, l’animal laborans non potrebbe sopravvivere. Senza trovare la propria dimora tra oggetti resi dalla loro durata, adatti all’uso, alla costruzione di un mondo, la cui permanenza si pone in netto contrasto con la vita, però, questa non potrebbe mai essere umana”. 

Combattere per l’architettura, quindi, vuol dire farlo per qualche cosa di maggiore e più profondo delle opere che produce. Vuol dire sapere che lì dove ancora sopravvive in noi la coscienza di ciò che abbiamo ereditato (che pur non avendo testamento attende d’essere ulteriormente patrimonializzata e non svenduta, come stiamo facendo, da molto tempo) questa deve essere spesa con generosità storica, senza temere le incomprensioni eventuali di un tempo che non teme l’assenza di un sapere che sappia comporre innaturalmente i materiali di una storia e che, al momento, manca esattamente di disegno e architettura, facendo di quest’assenza il proprio tragico vanto. Combattere per l’architettura vuol dire compromettersi ben oltre le opere, senza dimenticare, però, che è attraverso di esse, per chi se ne fa carico con talento, generosità e assenza di autoreferenzialità, che noi diamo tempo al futuro e spazio utile a chi seguirà.

Per questo che ho detto, secondo me, più che un’avanguardia serve una retroguardia, che sappia difendere una necessaria opera di riposizionamento culturale e professionale, su una linea del fronte non scontata che, sorprendentemente, potrebbe trovarsi non avanti a noi ma dietro di noi. 

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