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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – NOVEMBRE-DICEMBRE1968 – di Arcangelo Di Cesare

Tra i premi regionali In/Arch, assegnati nell’anno 1968, emergeva l’edificio costruito dall’Architetto Leonardo Ricci all’interno del piano urbanistico di Sorgane.

Le vicende della costruzione del quartiere ebbero inizio nel 1957 coinvolgendo moltissimi progettisti coordinati dal Maestro Giovanni Michelucci; l’obiettivo era di insediare, alle porte di Firenze, circa 12.000 abitanti in due villaggi distinti.

Come accade spesso in Italia, dopo decenni di discussione, il progetto fu realizzato solo in parte. 

Venne a mancare quella forza propulsiva iniziale che, unita alla mancata realizzazione dei servizi pubblici, complicò la vita e lo sviluppo del quartiere nelle sue fasi iniziali.

In questo desolante contesto, il geniale Architetto Fiorentino, riuscì comunque a costruire la sua prima macrostruttura composta di percorsi pensili, terrazze, piazze sopraelevate, strade interne e scale imponenti. La tensione sprigionata da quest’aggregato non risiedeva solo nella suggestività ma si intensificava nella dinamica di un sistema aperto e continuo capace di creare un nuovo modo di concepire l’aggregazione.

Rileggere oggi l’architettura di Ricci, nel centenario della nascita avvenuta nel 1918, è ancora estremamente istruttivo: con lo strabordante talento di cui era dotato, riuscì a declinare nel tempo dei veri capolavori assoluti. Dalle prime opere del villaggio di Monterinaldi “partorito” dalla terra con materiali lapidei cavati in sito alla svolta espressionista-organicista impostata sulla curvilinearità dell’ellisse che caratterizzano la villa Balmain e il villaggio sul Monte degli Ulivi, dalle prime macrostrutture brutaliste di Sorgane alla svolta morfologica dei palazzi di Giustizia caratterizzati da un formulario compositivo potente e complicato che suscitò molte polemiche. 

Raccolse molto meno di quello che seminò. 

Lui amava ripetere: “Prima di crepare voglio realizzare un pezzo di città globale non alienata. Non è vero che l’architettura è in crisi. Se smettiamo di imitare i modelli socio-culturali di un mondo finito, possiamo fare cose nuove, belle e autentiche”.

Non ci riuscì ma lo avrebbe meritato.

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