La pagella in fondo al mare – di Eduardo Alamaro

Pencolo, nicchio, oscillo, tentenno, come diceva Totò. 

Non so quale aaa…argomento scegliere per questo post PresS/Tato dall’actualitè, ta-ta-ttè. Vado alla ricerca di un porto sicuro dove approdare. Mi domando: scrivo dell’Italia sul divano dimaio domani, design assistuto? O dell’inaugurazione di Matera capitale europea 2019? Vale a dire: Matera o Mater-asso culturale d’Italia domani?, asso ‘e denari €€€, s’intende. Oppure, terzo, del match Sgarbi vs Lpp sul ring della supposta aggiunta contemporanea all’intocc-abile palazzo ducale di Ferrara aculea? Il brand della paura: “Le mani sulle città Unesco, allarmi!!”, funziona e finzionerà. Mirare, sparare al contemporaneo di turno, anche se pezzottato art-tribunale. Chi vincerà, chi la sputerà, chi lo sa! Ma … 

mah … ma l’ex Mare Nostrum (ora Monstrum) m’ha preso, senza dubbi. Perché è venuta a galla, da quel mare di morti, una storia struggente, che precede ogni architettura futura. La vicenda di un ragazzino africano del Mali, (i Mali suoi!) annegato nel Mediterraneo. Uno dei tanti naufraghi senza identità, migranti senza dignità, ma che ce vengono a ffà ccà? Aiutiamoli a casa loro. Stateve ‘a casa vostra! Vi mandiamo anche l’architetto per l’arredamento. Tutto made in Italy. Soddisfatti o rimborsati da Sal pane & vini. 

La vicenda è venuta fuori per un racconto, potenza della narrazione. Perché è finita in un libro dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo: «Naufraghi senza volto», (Cortina editore). Ovvero per merito dei media che l’hanno meritoria-mente ripescata e rilanciata. Con gran successo di ricezione. Bel colpo! 

Tastando gli abiti del morticino, la dottoressa Cattaneo ha sentito “qualcosa”. Incuriosita, ha indagato, ha lavorato, ha frugato, ha capito che cucita in una tasca interna del giubbotto del ragazzino africano c’era, incredibile!, la sua pagella scolastica. Scritta in arabo e in francese. Tutti bei voti, bravo studente, promettente, volenteroso, speranzoso (che in Italia spesso ce li sogniamo). 

Ingenuo passaporto “culturale”, garanzia per il suo futuro in Europa, pensava il ragazzino. Illuso! Come illusi sono molti nostri giovani con laurea cucita nel taschino che … che partono e vanno nel mare di internet in cerca di fortuna global. Di master e poster e posti di lavoro. Sommersi e salvati anche loro. O Dimenticati e affondati. Una prece. Siamo tutti migranti nel global.

Grazie a questa pagella il ragazzino del Mali-malia è diventato, per noi che leggiamo al caldo la sua struggente storia, “un abitante del nostro cuore”. Per chi ha ancora buon cuore et amore cristiano, civile, umano. Per il buon samaritano ormai nano.  “Ci pare di conoscerlo, di parlargli”, è stato scritto giustamente. Mente…

No, vero, verissimo. Infatti questa storia di ordinaria mattanza silenziosa nel Mediterraneo, nuovi desaparecidos, ha parlato al cuore di un vecchio signore, un filosofo napoletano ultranovantenne, Aldo Masullo, indomabile leone nolano, fortunatamente (per noi) ancora in piena attività. Ha scritto una sua not-azione in forma di poesia, meritoriamente l’ha pubblicata “La Repubblica / Napoli”. Titolo: PAGELLA DI SCOLARO IN FONDO AL MARE. E’ questa:

“La portavi cucita sul petto /      – medaglia al tuo valore /     risorsa estrema per avere almeno /      un poco di rispetto – /   l’orgogliosa pagella di scolaro /      tu, solitario ragazzino perso /   nell’immensa incertezza del migrare /   corpicino in balia d’infide forze. /   Non t’è servita /     a salvarti la vita /   ma t’è rimasta stretta sopra il cuore /     fedele come il cane di famiglia /   a custodir del tuo abbandono l’onta /     e finalmente sbatterne l’orrore /   in faccia all’impunita indifferenza /     della presente umanità d’automi.” 

“Umanità d’automi”, quella di antica memoria e parola: “ho solo eseguito gli ordini”, che mi ha fatto venire in mente un’altra poesia, inscritta in una simile tragedia epocale: i lager nazisti. E lager sono in sostanza quelli libici per cui il Mediterraneo è diventato un enorme mare di affondamento migranti, variante dei campi di annientamento col gas. 

Porti chiusi in mare aperto, andate a Marsiglia. “Se non partite non morite”, è stato all’uopo consigliato. “Rimanete a casa vostra, è meglio”. Meno partenze, meno morti e meno poesie. Con la cultura e con la poesia non si mangia e non si vive (e non si approda in Italia: qui solo prosa, molto prosaica).

La poesia che mi è venuta in mente leggendo quella odierna di Masullo è del 1942, della polacca ebrea Zuzanna Ginczanka, donna affascinante, poetessa assoluta, militante per una umanità più umana. In internet leggo che ella “aveva un aspetto esotico, chi diceva armeno chi diceva creolo. Sempre al centro dell’attenzione nei circoli intellettuali della Varsavia anni ’30.  Scatenava passi e passioni furiose, maschili e femminili”. 

Quando, nel ’41, i nazisti arrivano anche a Leopoli, Zuzanna comincia una lunga clandestinità. Viene però denunciata dalla padrona di casa (o dalla guardaporte), e deve fuggire. Viene presa e “concentrata” ad Auschwitz. Quando il 27 gennaio 1945 arriva l’armata rossa sovietica e si aprono i cancelli del campo di sterminio industriale è troppo tardi per la nostra poetessa. Ma la poesia le sopravvive, eterna accusa. E’ questa che segue, breve, soffice, veloce, contemporanea. Sopportabile dal web:

Non lascio eredi – “Non omnis moriar, i miei possedimenti /   Prati di tovaglie, roccaforti di armadi, /   Distese di lenzuola, preziosa biancheria /   E vesti, vesti chiare mi sopravviveranno. /   Non lascio alcun erede, che la tua mano frughi /   Tra le mie cose ebree, signora Chominowa, /   Donna di Leopoli, prode moglie di una spia, /   Lesta delatrice, madre di un Volksdeutcher. /   Adesso sono tue, perché lasciarle a estranei?”

Sulla base di questa poesia, di questa netta accusa poetica, la signora Chominowa, “Donna di Leopoli, prode moglie di una spia, / Lesta delatrice, madre di un Volksdeutcher. …” verrà poi processata e condannata a 4 anni di reclusione. Purtroppo il ragazzino del Mali, chillu povero guaglione della pagella in fondo al mare, non saprà mai chi è stata la sua nuova Signora Chomi-nowa. Nova, novo, senza volto, di massa e popolar-populista novissima d’oggi. Anzi antica spia, perché affonda nella signora identitaria che vive in noi. Profonda, difficilmente ineliminabile. 

Italiani brava gente, Europa culla del Mondo civile impaurito. E la paura rende pazzi, ti fa a pezzi le cervella e la dignità. Indifferentemente, distrattamente, ti fa complice di crimini contro l’umanità. A tua insaputa molto saputa e democraticamente vuotata. 

Stop, anzi no. C’è un P.S. – Ho ricevuto in sogno questa lettera dagli abissi: è un mixage di due famose poesie russe, forse le ha azzeccate così il ragazzino della pagella per l’Europa, in fondo al mare. Recita accussì: “Io sono al fondo, sono un triste frantume, / sopra di me l’acqua verdeggia. / Non vi sono strade per uscire / dalle pesanti tenebre di vetro. / Rammento il cielo, i zigzag del volo, ma … ma voi, ma tu, aspettami e io tornerò, / aspettami con tutte le tue forze, / i tuoi scritti, le tue idee. / Aspettami quando le gialle piogge / ti ispirano tristezza, / aspettami quando infuria la tormenta, / aspettami quando c’è caldo, / aspettami quando più non si aspettano gli altri. / Aspettami quando da luoghi lontani / non giungeranno più mie lettere e pagelle, / aspettami nel ricordo che agisce ‘e PresS/T, / e lavora nell’attesa”. In attesa di giudizio della Storia, almeno si spera. Saluti, Eldorado 

Scrivi un commento