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La compagnia degli Illusi (di ieri e di oggi) – di Eduardo Alamaro

Salve amici, complici, indifferenti & varia umanità non avariata. Buon anno con la PresS/Tletter. Sono sopravvissuto alle feste di Natale e al Capodanno. Più danno che capo, però. Meno male che dal mio amico “Feltrinelli solo per oggi”, tutto a 1 euro, una piccola bancarella che sta impavidamente abusiva proprio accanto al famoso palazzo de Capua – Marigliano di San Biagio dei Librari, sono stato illuminato e scarfato da una illusoria stella splendente sull’avvenire (mio e Vostro, se volete). 

Quella che vedete graficamente splendente e alche-amica qui sopra, sotto il titolo del post: “La Compagnia degli Illusi”. Era questa la titolazione di una “associazione d’arte” che aveva sede a Napoli, Rione Amedeo 48, attualmente “Cinema Hart Ambassador” a via Crispi, che sta proprio di fronte al “Grenoble”, (istituto francese che era in origine una grande villa architettata dall’anglo-napolitano Lamont Young a fine ‘800, -ma che pare, per trattamento del tufo della facciata e per l’impianto neorinascimentale complessivo, piuttosto di Errico Alvino, nda-).

Il librettino degli Illusi riporta meritoriamente lo Statuto generale, il regolamento e l’elenco dei soci dell’associazione (287 maschietti e 96 donne) al 1920. Essi sono articolati in simpatiche categorie: neofiti, adepti, illuminati, onorari e fondatori. Questi ultimi sono coloro che nel marzo 1919 fondarono “la Compagnia” (tra un paio di mesi sarà quindi passato giusto un secolo: festeggiamo?, convegniamo?!, nda). Fra i fondatori, tra cui donna Margherita Compagna, erano scelti “I Sette” del consiglio direttivo, tutti uomini, però. 

Presidente onorario della Compagnia degli Illusi fu acclamato ovviamente Benedetto Croce, senatore del Regno dal 1910 e nel 1920, data di stampa del librettino degli Illusi, ministro della Pubblica Istruzione. In questa veste don Benedetto elaborò nel 1920 il fondamentale disegno della “legge Croce” sul paesaggio e beni culturali, (poi entrato in vigore -con qualche modifica- nel 1922). 

Esso s’articolava, tra l’altro, in “bellezze individue” e “bellezze d’insieme”, concetto quest’ultimo sul quale batteva molto, nelle sue conferenze maestre, il prof. Roberto Pane, indimenticabile autore della “Napoli imprevista”. (Curiosità: Pane nelle sue lezioni non nominava mai Mussolini, ma -quando era proprio necessario- usava dire: “il folle buffone”, nda).

I soci onorari degli Illusi di Napoli del 1920 erano, nell’ordine: Francesco Cilea, Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito, Corrado Ricci, Matilde Serao, Francesco Torraca. Sono -nell’insieme eletto- una non disprezzabile propaggine dell’800. Il socio “illuminato” è invece il pittore Ezechiele Guardascione, oggi assolutamente dimenticato senza rimpianti.

Scorrere l’elenco dei soci (con relativi utili indirizzi di domicilio) è come farsi un giro nella Napoli alta del Vomero, Chiaia e Posillipo dell’epoca. Oggi non è cambiato molto, dopo in un secolo: pochi sono infatti i residenti nel centro & centrillo storico, già da allora. Nemmeno uno risiedeva a Bagnoli, a Poggioreale o San Giovanni a Teduccio, luoghi un tempo non lontanissimo “nobili”, corona della città gentile, poi ridotti a “corona di spine” periferiche. Ahiloro, ahi-noio!! 

Nell’elenco degli Illusi figurano moltissimi pittori e artisti vari ed eventuali, ormai negletti (Tomai, Balestrieri, Galante, Farneti padre e figlio, Casciaro, De Lisio, i fratelli Parisio e … e poi il famoso Francesco Jerace che aveva villino-laboratorio di scultore -poi demolito negli anni cinquanta dal crudele costruttore Ferlaino-, proprio di fronte all’Associazione, nda). Pochissimi invece gli architetti (ad esempio il noto Adolfo Avena, via Luca Giordano, “villino proprio”, e Manfredi Franco, p.tta Aniello Falcone, nda). Di uomini di scienze leggo il chimico- ceramico ingegner Orazio Rebuffat, forse qui presente ed aderente piuttosto nelle vesti di collezionista. Ma … 

… Ma c’è elencato al numero 189 degli Illusi anche Achille Minozzi, ingegnere, banchiere e molto ricco-ricchissimo imprenditore, autore del “più autentico dei risanamenti di Napoli, quello fognario, da lui progettato dopo il colera del 1884 e finanziato dal banchiere belga Rothschild”. Da don Achille (via Mergellina 216), discende per li rami materni Luigi Cosenza, maestro d’architettura moderna e di nette e radicali opzioni politiche. (“Non sono comunista, non me lo posso permettere”, sfotteva all’epoca di Cosenza il fulminante Ennio Flaiano, nda).   

Tra i soci degli “illusi” leggo lo scultore Gaetano Chiaromonte, padre dell’architetto Ferdinando, nostro bonario professore alla Gravina di Napoli di elementi costruttivi. (“Non c’è Chiaro Monte senza Scura Valle”, dipingemmo a caratteri cubitali bianchi sul bel ciottolato del cortile della facoltà, nel ’68, nda). 

Non c’è invece lo scultore Luigi De Luca, padre del famoso Giulio De Luca dell’assoluta Arena flegrea -poi distrutta da De Luca stesso!-, nostro (nevrotico) docente di composizione al biennio della Gravina, nei lontani anni sessanta che furono. (La tradizione degli scultori che filiavano architetti-artisti era evidentemente ancora viva dai tempi dei Bernini. In effetti, forse, i padri scultori avevano “visto” lo spazio-plastico dall’esterno; facevano la consegna di testimone e i figli entravano dentro, trase-vano nella scultura e l’abita-vano. Vano per vano, talvolta in-vano, nda). 

Insomma, avete capito, una goduria scorrere questo librettino degli Illusi, nonché il loro logotipo così intrigante (degno di un partito della illusioni, ci proviamo alla prossima scadenza elettorale patafisica?); una goduria andare per la piccola-grande Napoli anni venti, casa per casa, indirizzo per indirizzo ….; uno spasso aaa… 

AAA annusare non inutilmente quel ceppo ‘nceppato dirigente Chiaia-Posillipo che, sebbene depotenziato, spesso imbastardito e colluso, è tutto insommato -sociologicamente- lo stesso di oggi; anche quello che si sforza di guidare alla men peggio la città di Napoli metropolitana …. ba, ba, ba… bar e barcamenandosi tra la forza dei numeri “democratici” e la cultura delle élite, delle arti & professioni degli uomini e donne “di pensiero”. Delle competenze di famiglia. Partita sempre difficile e aperta dal 1799 a Napoli (e in Italia), per difficoltà di alleanze, analisi errate e presunzione “di classe” (che solo i democristiani doc sanno “sciogliere”, finora). 

Mi son domandato, alla fine della lettura del libretto: si facevano ancora illusioni quei borghesi e aristocratici napolitani “culturali” anni venti?, alle soglie del fascismo? Percepirono il cambiamento di passo del ‘900, delle culture di massa, del linguaggio rapido del populismo del tempo? Della rivoluzione di modi e tecniche di consenso in atto grande? O pensarono come Croce che l’azione del fascismo, dei fascismi d’Europa, era solo un incidente della storia, una parentesi, una malattia morale transitoria giovanile? … Non lo so, forse no, forse si, almeno per alcuni.

Certo è che il regime si stava accorto, non li attaccava direttamente, gli illusi. Non li scioglieva, non mostrava il suo volto più truce e duce. Troppo difficile e inutile. Li sopportava, li teneva d’uocchio. Attendevano. D’altro canto la posizione economica e la “possidenza” di mezzi e di culture “lente”, penetranti e sedimentate, permetteva agli “illusi associati” di Chiaia-Posillipo, di mantenere una certa distanza dalla fascistizzazione a forza. Dalla tessera di partito per fame, per tengo famiglia. 

La classe è classe, nobili e signori si nasce. E loro, gli illusi associati di Rione Amedeo di Chiaia, lo nacquero. Certe volte, in alcune condizioni storiche, essere nobili “illusi” è l’unica possibilità di resistenza passiva-attiva, di sfilarsi dal mazzo. Resistenza di censo, almeno intellettuale, culturale, igiene mentale. Tutto sommato più o meno com’è oggi. Illudersi o morire è un lusso.

Secondo lo studioso Stefano Arcella: “si trattava, dunque, di un sodalizio aperto alle maggiori espressioni del pensiero filosofico del tempo ed ai maggiori temi di dibattito che segnavano la cultura italiana ed europea di quegli anni; un centro culturale che al dinamismo univa una forte impronta di pluralismo culturale – particolarmente significativa nel quadro di un regime totalitario e di un partito unico che si identificava con lo Stato –  vista la diversa estrazione e i diversi orientamenti di pensiero dei vari intellettuali che parlavano agli Illusi” … da Evola a Giovanni Gentile, con l’esplorazione di una vasta gamma di discipline, dall’esoterismo alla parapsicologia, allo spiritismo …. a … a …

… ad esempio, in quegli stessi anni, si diffuse, soprattutto a Napoli (ma anche a Roma), un singolare movimento artistico-esoterico, quello dell’Amletismo, (in questi “amletici”, il Roberto Pane sfottente annoverò -negli anni cinquanta- anche Ludovico Quaroni, in quel tempo docente alla Gravina, nda). Il conte Edoardo Garin di Cocconato, di origine provenzale, fondatore di quel movimento, aveva casa a Napoli e, a leggere i suoi scritti, si occupava anche di esperimenti del paranormale e di una forma di spiritismo che chiamava “spiritismo terapeutico” …. 

E’ noto che contemporaneamente “si diffusero circoli teosofici, sebbene ristretti, (uno al Vomero) nei quali si leggevano le opere dell’esoterista Rudolf Steiner ed i numeri della rivista Ur, diretta da J. Evola.” Tutto ciò non pare però aver avuto alcun influsso formativo sulle arti visive e sulla cultura architettonica (forse, successivamente, riflessi negli interessi di studio e di ricerca di Francesco della Sala e di Giorgio di Simone, quest’ultimo allievo della Filo Speziale e recentemente scomparso, nda). 

Tutti fenomeni, questi elencati, fortemente minoritari e marginali, mentre la vita culturale ufficiale della città degli illusi era dominata dalla statura culturale e morale di Benedetto Croce, dalla sua “religione della libertà”, che doveva però, prima o poi, entrare fatalmente in contrasto con la cultura ufficiale del regime. Come infatti fu. 

Il punto di attrito si ebbe quando una autorevole “nota riservata” prefettizia del 1934 (riportata meritoriamente sempre dall’Arcella) auspicò, comandò, il rinnovamento dei membri del Consiglio Direttivo degli illusi con l’immissione di “giovani energie fasciste” in sintonia coi tempi nuovi. Non so se questo avvenne e in che tempi e misura avvenne. Si dovrebbe vedere l’elenco dei soci degli anni trenta e “le cariche”. Certo è che, ad esempio, Giorgio Napolitano da giovanissimo faceva teatro tra “gli illusi”, prima dell’ampia rete gettata nel 1944 a Salerno da Togliatti, che tanto pescò a Napoli, proprio tra questi ceti “illusi”. Continuità e trasformazione della specie. 

Fu così che la Compagnia degli Illusi mutò prudentemente il nome in Compagnia degli Artisti: al regime non piaceva certamente Illusi, che sembrava esprimere, cito: “un senso di decadente compiacimento ad adagiarsi nelle illusioni dietro cui traspare scetticismo senile, crepuscolare, che potrebbe sfociare – è questo il timore politico – in aperta opposizione o, quanto meno, in “fronda”, in “disfattismo antipatriottico”. 

Insomma, illusi no, artisti sì. “Artisti” è ancora sopportabile, sta nella tradizione e nell’autonomia dell’arte. Forse è per questo che, mutatis mutandis, a Napoli la nuova linea 1 metropolitana 2000 l’hanno chiamata dell’arte. Illusione di viaggio veloce nel contemporaneo, che però viaggia da tempo tutto su un’altra linea. Sta nei viaggiatori che non marcano il biglietto dell’arte di mercato codin-ficcato. Sono fuori il marcato.

“Illusione dolce chimera sei tu / che fai sognare e sperare d’amare tutta la vita …”, si cantava fiduciosamente all’epoca. Ma chi e cosa speravano d’amar tutta la vita, gli illusi? La libertà?, una sana concorrenza d’impresa?, un … un bel taglio preventivo d’autore a questo post troppo lungo: non c’è tempo per leggere. Jamm’‘e PresS/T!!!

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