Il nutrimento dell’architettura [2.8] – di Davide Vargas

 

Sto leggendo Imperium, un libro di viaggi di Ryszard Kapuściński. L’autore nato nella Polonia Orientale e toccato da bambino dall’ingresso delle truppe sovietiche nella cittadina di Pinsk [oggi Bielorussia] intesse una narrazione polifonica della sua prima conoscenza [1939-1967] e dei viaggi successivi [1989-1991] con e nei territori sconfinati dell’ex Unione Sovietica. Dal Baltico alla terribile Kolyma [mi vengono sempre in mente i grandiosi Racconti di Sâlamov che rimangono impressi nelle fibre della tua anima] fino ai tragici paesini montuosi dell’Armenia, praticamente è il racconto di frontiere, fili spinati, soldati con i cani e i mitra puntati, check point attraversati da una violenza di interrogatori e sospetti, sempre sul punto di esplodere fragorosamente, muri e barriere naturali e invalicabili, ghiacciai tundre e montagne.

E mentre penso che per superare tutto questo e approdare a una libertà di relazioni sono morti milioni di persone e il mondo è stato sconvolto da eventi che mai si vorrebbero rivivere, mentre penso all’architettura del “recinto” trasformato in “tema” con una sua poesia interna, mentre penso a tutto ciò proprio non riesco ad accettare i muri reali e simbolici che il mondo di oggi sta ricostruendo tra territori e individui dalla pelle diversa con una protervia che proviene soltanto dall’incultura volgare di chi decide.

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