Arte in Memoria – di Massimo Locci

Arte in Memoria, la mostra site specific nella Sinagoga di Ostia Antica, curata da Adachiara Zevi, è giunta alla decima edizione. Come  nelle precedenti, gli interventi rimandano a significati profondi, che toccano la coscienza collettiva come l’Olocausto, e a relazioni con il luogo, un ambito archeologico scoperto non molti anni fa.

L’impostazione si rifà e amplifica  l’iniziativa, partita nel 1990, all’interno della Sinagoga di Stommeln, in provincia di Colonia, dove ogni anno un artista è invitato a creare un intervento in dialogo con il contesto. La Sinagoga è l’unica che non sia stata distrutta dal Nazismo in tutto il territorio tedesco.

Quella di Ostia Antica, risalente al I sec. d.C., è la prima realizzata in Occidente; rappresenta, di conseguenza, l’emanazione simbolica e formale dei coevi  luoghi di culto in Palestina. Misurarsi con i suoi spazi significa misurarsi con i valori di una delle più antiche religioni monoteiste, con una testimonianza diretta della Diaspora e con la Storia nel suo complesso: religiosa, antropologica, artistica, architettonica. 

I cinquanta artisti internazionali, invitati in dieci edizioni dal 2002, hanno tutti fatto riferimento all’interazione tra luogo e memoria; quindi agli aspetti simbolici, ai contenuti identitari, alle relazioni morfologiche. Ogni intervento rappresenta un cortocircuito tra opera e sito che   focalizza un approccio al tema, una relazione personale, una specifica poetica. Le parole chiave ne rappresentano, infatti, una declinazione di significato: storia, racconto, testimonianza, reperto, distruzione, traccia, prova, ricordo, memoriale, memento, monumento, documento, cancellazione, vuoto,  e/o contemporaneamente sollecitazione a conservare, a non dimenticare, a non distruggere.

Alcuni artisti, che hanno partecipato alle scorse edizioni, hanno donato le loro opere alla Soprintendenza: tra questi Sol LeWitt (Senza Titolo, 2002), Gal Weinstein (Blaster, 2002), Pedro Cabrita Reis (Untitled, 2005), Lawrence Weiner (Ignoti Nullo Cupido, 2007), Liliana Moro (Stella polare, 2011), Michael Rakowitz  (Gheniza 2013), Stih &Schnock  (Sinergia, 2015), Horst Hoheisel (Felt Stones, 2017), Ariel Schlesinger ( Nameless. 2017). Le opere d’arte contemporanea hanno trasformato un ambito negletto del sito archeologico in un museo di scultura all’aperto, un luogo proiettato al futuro, aperto al dialogo tra discipline e culture. Gli interventi, quindi, richiamano l’attenzione anche su un monumento poco noto e da valorizzare. 

L’iniziativa partecipa al Giorno della Memoria, istituito dal Parlamento Europeo nella data di apertura dei cancelli di Auschwitz. I riferimenti per molti artisti sono, di conseguenza, i temi della Shoah; in altri si allargano allo sterminio di tutti gli ‘indesiderabili’ per motivi politici o razziali. Gli approcci e le visioni interpretative sono ispirate sia alla storia, sia radicate nell’attualità. 

In questo momento storico, infatti, il problema dell’intolleranza sta pericolosamente riemergendo in molti paesi, anche europei. Si manifesta sotto forma guerre etniche ma anche come nuovo nazionalismo, come difesa dei confini a oltranza, non riconoscendo il diritto umanitario all’accoglienza per ragioni religiose o di necessità. 

Non a caso i quattro artisti scelti per questa decima edizione (inauguratasi il 20 gennaio e visibile fino al 14 aprile) sono di nazioni diverse che stanno vivendo problematiche di questa natura. L’obiettivo della rassegna biennale, evidenzia la curatrice, è “insegnare ai giovani che la memoria del passato serve ad impedire che l’intolleranza, il razzismo e la discriminazione vengano perpetrati oggi ai danni di altre minoranza, di altri deboli e diversi”.

Tre interventi s’inseriscono al margine esterno delle preesistenze antiche, creando con esse un dialogo a distanza. 

Karyn Olivier, nata a Tridad e Tobago, realizza al confine della strada di alto scorrimento  un ‘muro del silenzio’ (per proteggere dai rumori la Sinagoga) che rievoca il Muro del Pianto. Come in quello di Gerusalemme, dove si lasciano i desiderata nei foglietti piegati, in questo di Ostia, essendo di colore nero come una lavagna, i visitatori possono intervenire lasciando un messaggio, un logo, un disegno. 

L’italiana Ruth Beraha, per simboleggiare l’eterna lotta tra sopraffazione e resistenza, tra potere e opposizione, disegna la sagoma del gigante Golia scavata nella terra. E’ una scultura in negativo che rappresenta il senso di una benefica catastrofe, la traccia silente di un rumoroso crollo. Per l’artista, rievocando uno dei temi biblici più citato dagli artisti, è il “pretesto per continuare a raccontare”. 

Il polacco Zbigniew Libera immagina che in una campagna di scavo archeologico emerga un tratto di 30 metri di un binario ferroviario; è l’esplicito riferimento a un’infrastruttura del passato e, come  figura retorica, rimanda ai vagoni merci per la deportazione degli ebrei nei campi di concentramento nazisti.

L’unico artista che interviene al centro della Sinagoga è l’austriaco Norbert Hinterberger. La sua opera, ‘Capitelli disseminati / Vasi comunicanti’, rappresenta l’ipotizzata ricostruzione dei capitelli mancanti,  alla sommità delle quattro colonne della Sinagoga, e il loro successivo crollo. L’autore fa riferimento alla Kabalah al significato della distruzione come “processo della creazione”.

La mostra nel suo complesso rappresenta il tempo della sospensione e della riflessione, lo spazio è scarno ed essenziale ma non silente: è un richiamo forte, ad alta voce, un memoriale corale risolto con un poetico e simbolico azzeramento del linguaggio. 

Scrivi un commento