presS/Tletter
 

Vacche grasse e ponti snelli, beati anni sessanta, tra Genova e Napoli – di Eduardo Alamaro

“E’ deciso: demolizione e ricostruzione. Certo, Genova non può attendere”, scrive Alessandra Muntoni, sul n. 22 della PresS/Tletter. Eppure, prosegue, “ci preme sapere cosa è successo.” Perché è successo. Dicitece tutta ‘a verità! Anzi, scopriamola insieme. Indaghiamo. Conserviamo i reperti. Le prove del delitto.

Bisogna perciò, all’uopo e all’uovo, andare indietro nel tempo. Al primo grido delle pietre, ai primi segnali di incrinatura del calcestruzzo armato precompresso dei saettoni del “Morandi”. E’ necessario procedere a ritroso. Andare nelle ragioni urbanistiche del Piano che negli anni sessanta ci fece sognare. Al tempo canoro di Domenico Modugno della vicina Sanremo del festival. Volare, oh, oh, sognare!! 

Andare veloci, magari di notte, a fari spenti, nel blu dipinto di blu del cielo sopra Genova. Con sotto i vicoli delle storie di De Andrè e di Luigi Tenco (che poi si sparò dicendo: Nun Tenco cchiù niente, so’ perdente! Bang, bang!!); bi-sogna immaginare, dico, di sfrecciare spavaldi sopra la città tutta, pieni di sé, gridando: io so’ IO e TU nun sì nisciuno, da quassù! 

Assalto al cielo assoluto. Niente più rombo dei B 24 Liberator. La guerra è finita da un quindicennio: l’Italia bombardata e resistente s’è risollevata miracolosa-mente-mente. Splende il sole sul Bel Paese. L’ombrellone della Nato ci protegge. Tutti al mare, ferie pagate, stato sociale, (attenzione alle scottature e alle fregature, però). 

Bisogna fare zoom sul sogno del “Morandi” di Genova, simbolo di un’epoca, dell’Italia volante, oh, oh! E’ il tempo del benessere, si può viaggiare liberamente, anche in autostop, nelle nuove autostrade. Cadono le dogane, i tempi si accorciano, siamo fratelli d’Europa on the road! Condivisione d’insieme, in prospettiva.

S’erge il Muro a Berlino (meglio un muro che una guerra, si disse), ma si costruiscono grandi ponti di collegamento, punti della speranza d’Unione. L’Europa infatti si va unendo, l’euro non c’è ancora, ma si profila (lontano) all’orizzonte del duemila. La crisi odierna affonda infatti negli anni ’60, ci sono le prime leggere incrinature del sogno, del ponte tra vecchio e nuovo, ma … ma ancora nessuno lo sa (tranne quelli del “club di Roma”). 

C’è invece speranza, anzi certezza del domani, sviluppo e ponti infiniti. I grandi ingegneri italiani danno corpo a questo sogno collettivo di pace e ben essere et avere. Sono tempi di vacche grasse e di costruzioni snelle e ardite, nude e moderne. Non sono assoli astrusi, ma veicoli comprensibili del protagonismo collettivo. Moderno.

Pier Luigi Nervi alle Olimpiadi del ’60 a Roma ha fatto bene e in fretta, mirabilie. C’è il primo centro-sinistra e la riforma della scuola media unificata: non è mai troppo tardi. A livello mondiale i russi hanno lanciato Gagarin nello spazio; John Kennedy indica la nuova frontiera spaziale agli americani: si va sulla luna, nun è peccato! 

La tecnica dialoga e doma la natura, l’immaginario, l’arte, la letteratura. Oltre, ultras Giulio Verne, oltre i futuristi. Dio è morto (o sonnecchia malconcio) e non ci sono più confini, si sconfina nell’Oltre, si va dritti nel post-modern, nel post mortem, nell’eternità. E’ solo questione di tempo, canta sfottente Nicola Arigliano …

Si può così sfrecciare nell’utopia concreta di un ponte aereo fantastico, snello e puntuto come una cattedrale gotica, sospeso su Genova verso la Francia, Parigi è vicina: una fettuccia d’asfalto miracolosa che velocizza i traffici portuali cittadini, regionali, levante-ponente, est – ovest, fino a … 

… fino, ahinoi!, ahiloro!, “all’incuria di tutti coloro – politici, amministratori, manager, controllori − che per decenni hanno gestito il formidabile manu-fatto del Morandi”. Fino al collasso e al crollo, al patatrac dell’agosto 2018. Alla fine del sogno di un’epoca, la nostra, la mia, quella della nostra gioventù. Peccato, c’eravamo affezionati. Una prece. (Meno male che c’è LPP, nda).

Leggo nell’articolo della Muntoni che “tutti i progetti di Riccardo Morandi sono conservati all’Archivio Centrale dello Stato”. E quindi ci sarà, credo, anche quello redatto nel 1969 per il viadotto Capodichino della Tangenziale di Napoli, che mi pare simile, nelle forme e nello spirito d’impresa, al Morandi di Genova, e rimasto poi allo stato di progetto. 

Non so quali siano state le ragioni della scelta di preferire una soluzione meno ardita, più convenzionale: quella di optare per un tradizionale viadotto su pilastri, quello che – provenienti dall’Arenella, usciti dal “buco” del monte di Capodimonte – passa sopra i palazzi della zona di piazza Ottocalli e porta fino all’uscita di corso Malta e poi, procedendo ancora, all’uscita dell’aeroporto di Capodichino e le autostrade tutte.

Quando ad agosto è successa la tragedia del “Morandi” (43 morti) sono andato con la mente a un vecchio libro che avevo comprato tanti anni fa: “Riccardo Morandi, ingegnere italiano”, autori vari, Alienea editrice, Firenze, 1985. Il libro godeva (e gode) della presentazione di Salvatore Di Pasquale, architetto e bravissimo strutturista napoletano che poi s’era trasferito a Firenze, della cui facoltà di architettura fu poi preside.

Al tempo del ’68, Di Pasquale era docente di “ponti e grandi strutture” a Napoli. Vanto e gloria dell’Istituto di Scienza delle costruzioni del preside-equilibrista Jossa, stava spesso con gli studenti nel cortile della facoltà occupata di Palazzo Gravina, al pari del fascinoso professor Giovanni Castellano, col quale poi feci l’esame di Statica e Scienze delle Costruzioni. 

Castellano e Di Pasquale spiegavano i cavalletti, i tiranti, i saettoni, gli stralli dei ponti e grandi strutture come fosse un gioco da ragazzi. Mi meravigliava la loro confidenza con i grandi temi. La loro classe e sicurezza contagiavano, erano tipi affascinanti. Talvolta disegnavano quegli schemi strutturali alla lavagna, col gesso bianco, poi facevano quattro conti (Castellano, gran fumatore, spesso dentro il bianco dell’interno dell’involucro pieghevole dei fiammiferi svedesi “Minerva”), e stavano su così semplicemente, travi e ponti miracolosi e … 

.. e ricordo, Alamarcord, che Castellano era professore nottambulo e insonne, alla Caccioppoli anni ‘50. Aveva la sua stessa trasandatezza-elegante d’èlite. Arrivava in facoltà occupata verso mezzogiorno, e oltre. Lo aspettavamo, l’aspettavo. Si parlava di politica “del giorno”, di come andavano le cose ma … ma poi si finiva a Giordano Bruno, alla magia, alla scienza, alla sperimentazione, al coraggio di Galileo, a Isacco Newton, a Fermi, ai grandi temi, fino al Vietnam. 

Castellano apriva con dolcezza le nostre teste. Era la botta necessaria di Vulcano. Ciò sempre peripateticamente, percorrendo ripetutamente, lentamente, la corte rinascimentale coperta del palazzo Gravina. Indimenticabile insegnamento totale, strano ’68, che fu anche questo, credetemi!

… e fu proprio in una di quelle occasioni che udii per la prima volta pronunciare il nome di Morandi, (che non era Gianni Morandi, il cantante di “in ginocchio da te!”, come pare l’Italia arrendevole di oggi del post-Morandi). 

Ho scartabellato allo studio e l’ho trovato, il libro desiderato, sepolto nel passato: “Riccardo Morandi, ingegnere italiano”. A pagina 26 ritrovo la visione dall’alto, il “rendering”, del progetto di Morandi per il viadotto Capodichino della tangenziale di Napoli. Con sullo sfondo la sagoma dell’edificio massiccio del Don Bosco e sotto i palazzi e le vie… e poi tutto il resto della città che sembra Genova. Leggo, lego ieri e oggi… e domani.

Avverte Di Pasquale nell’introduzione, p. 11: “… una invenzione strutturale può dare ottimi risultati, o pessimi, in relazione alle dimensioni globali dell’oggetto da realizzare, come insegna la storia, non ancora scritta, dei crolli e delle catastrofi.”

AAA Attenzione: Ulisse è sempre in agguato, evidentemente, se si va per la via della sperimentazione e della “invenzione strutturale” dei bei tempi di Morandi. Se si intende, cioè, prosegue Di Pasquale: “… la scienza delle costruzioni non come una disciplina rigidamente definita nei suoi schemi logici (come pretende giustamente l’insegnamento universitario), ma come continua scoperta di nuovi contenuti che la ricerca sulle soluzioni escogitate va proponendo.” Rischio, fischio d’avventura e d’impresa, rischio calcolato. Vivere è rischiare. Armonia, proporzione, bellezza, musica, forma, numeri, sintesi. 

Una raccomandazione per gli studenti che intendono studiare l’opera di Morandi sta scritta a pag. 12: “… provare a definire mentalmente gli schemi delle sue strutture ed i conseguenti diagrammi delle sollecitazioni che derivano dai presumibili carichi agenti, anche se soltanto dei soli pesi propri: sulle grandi dimensioni i pesi propri sono sempre predominanti rispetto ai carichi accidentali.” Accidenti ai Tir!

L’intuizione, la forma giusta sperimentale, perfettamente calibrata e calcolata dall’armonia “sul pezzo”, a occhio, così come fanno i grandi sarti napoletani, ab initio, prima dell’opera, prima del taglio della stoffa. 

Parto d’ingegno manu-mente & manu-fatto insieme, poi verificato coi “numerini”. Qui la classe, qui ‘o sfizio dell’artista! L’incongruenza statica produce infatti sproporzione formale, si vede a uocchio, nun funziona! La firmitas ha una intrinseca connessione con la venustas. Quegli archingegneri d’Italia erano “classici”, solidali nelle tre basilari categorie vitruviane, incrollabili, (manutenzione delle loro opere et idee a parte).

Mi capitò di vedere una volta, c’era una volta, un filmato di una intervista al grande Gian Luigi Nervi. La sua forza di mago delle costruzioni (e del cantiere operoso) stava in questa forma giusta ed armoniosa, calcolata sulla bellezza, sulla pratica antica, poi verificata e confermata nel calcolo. Ma …

… ma non aveva fatto i conti con le tecnologie degli americani che, in occasione della progettazione di una sua ardita cattedrale cattolica negli USA, a San Francisco, mi pare, prima di procedere oltre, vollero verificare quei suoi “numerini” con i loro computer, all’epoca rari, costosi e grandi come case. Non si fidavano, gli americani. 

Una dichiarazione di guerra tecnologica, la loro. Un affronto per Nervi che, ricordando poi quell’episodio della seconda metà degli anni sessanta, disse, (più o meno): “E’ finita l’arte, qualsiasi coglioncello d’ingegnere potrà fare, sarà un giochetto per adulti-bambini”. S’arrese Nervi, era crollata un’epoca, la sua, e -in prospettiva- quella del ponte Morandi a Genova. 

Intuì che si sarebbe aperto a breve lo spazio nuovo e “democratico” dei personal-computer, di internet e del web, dei social, dei vaffa e del tutto per tutti vuotanti, senza limite alcuno; lo spazio istantaneo dell’uomo che non deve chiedere mai; l’arma tecnologica della nuova globalizzazione, dello spostamento dei capitali e delle archistar; dell’organizzazione del consumo, del consenso e del senza senso comune con … con un clic, un clock, un flop. 

“Niente più confini, niente più élite, niente più caste sacerdotali, politiche, intellettuali …”, scrive oggi Baricco da Torino nel suo “The Game”, di gran successo. Auguri! 

In questo senso il ponte Morandi di Genova, col suo spirito propulsivo antico, d’impresa “artigianale” moderna industriosa italiana, paradossalmente era già caduto da tempo, nella storia delle idee e delle buone pratiche innovative. E non c’è manutenzione che tenga. Solo un monumento da restaurare e da mettere in sicurezza di memoria, quale testimone ardito di quel tempo analogico, logico, lineare, artindustriale Novecento d’Italia. Una prece, un prete archeologico. 

Finalino – Ogni volta che passo con la mia scassata Agila gialla sul viadotto Capodichino – Capodimonte della tangenziale di Napoli ripenso a quel progetto di Morandi, rimasto intonso: l’abbiamo scampata bella, dico ironico. 

Perché non so se questi della Tangenziale di Napoli sono più attenti manutentori di quelli della società autostrade a Genova. Non lo so, e non lo voglio sape’, anche se leggo che: “… le strutture della Tangenziale di Napoli vengono monitorate secondo una cadenza variabile; che i suoi ponti, viadotti e gallerie sono ovviamente sorvegliati con una frequenza sempre maggiore; che vengono eseguiti sia sopralluoghi che prove strumentali da ingegneri esperti; che di recente è stato ultimato una importante opera di miglioramento sismico del viadotto di Capodichino – corso Malta – Capodimonte ….”

Speriamo bene, così sia! 

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Leave A Response