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Preti e pietre rotolanti, Rolling Stones in Naples forever – di Eduardo Alamaro

Oggi parliamo di pietre.

“Tu sei buono e ti tirano le pietre. / Sei cattivo e ti tirano le pietre. / Qualunque cosa fai, / dovunque te ne vai, / capire tu non puoi, / se è bene o male quello che tu fai.” Così cantava tanti anni fa il buffo italo-francese Antoine.

 

Ma noi ci proviamo lo stesso a scrivere ‘e PresS/T. Gesù salva, quasi come LPP. Gesù muratore, Gesù costruttore, fa miracoli. Gesù che usa le pietre di scarto dell’Università (come me) per edificare il tempio e il tempo suo futuro. Forse, chissà. Provare per credere. E cedere. 

“Lanci la prima pietra chi è senza peccato”, disse infatti il Salvatore ai lapidatori dell’adultera, forse pensando (anche) a tutti gli abusivi di questo mondo peccamin-uso dell’architettura per necessità, per carità, per carnalità. Da lì iniziò il primo condono. Inginocchiatevi, vi faccio tutti con-donati, disse Giesù, Giesù. (Ma attenzione: se non c’è confessione et oblazione non c’è redenzione a cinque stelle camp – campano)

Parlano di pietre due libri di e da Napoli recentemente presentati di seguito, uno ‘e PresS/T all’altro, alla Feltrinelli di Chiaia-Napless, facimmo ambress (facciamo prest, ndt). 

La Napoli vista dallo storico, ordinario della Federico II, Paolo Macry, “Napoli, nostalgia di domani”; (Il Mulino) e quella dell’ottuagenario attivista sociale cattolico, padre Alex Zanotelli: “Prima che gridino le pietre” (Chiarelettere). 

Tutti e due sono sguardi di “immigrati”: il primo (72 anni) è di Sulmona (e giunse a S-Partenope 50 anni or sono et sano); l’altro è del Trentino ed è attivissimo padre missionario a Napoli, Vergini-Sanità, da almeno due lustri, se non di più. Sguardi “giusti” e mediani, di lungo soggiornanti in Napoli: non sguardi abitudinari come quelli dei “nativi”, non sguardi frettolosi come quelli dei turisti, anche se grand tourist. 

“La storia è un incubo da cui cerco di destarmi”, fa dire Joyce a Dedalus nel suo migrante “Ulisse” letterario. E ciò, per chi per mestiere fa lo storico, come Macry, è ancor di più difficile. Specie se questa è la storia di Napoli, strizzata in 200 pagine: dalla “Cava greca” – che sta proprio sotto il Poggio di tufo del cimitero di Poggioreale, (da cui i neapoliti greci ricavarono le pietre di tufo squadrate che ora si vedono, superstiti, nelle mura sottoposte a piazza Bellini) … fino al lungomare liberato di De Magistris/sindaco … e oltre … e altro, (“corona di spine” della periferia post-metropolitana, compresa).

Nell’introduzione scrive esemplarmente il Macry: “Questa, devo confessarlo, è una modesta prova autobiografica. Gli storici nascondono spesso gocce di autobiografia nei propri scritti. Del resto è inevitabile che la scelta di un tema o di un taglio rifletta anche vocazioni e vicende personali … E’ inevitabile che sia così, non è una colpa. Perciò meglio dirlo subito. La Napoli delle pagine seguenti è la mia, quella che vedo io ….”.

E da dove parte Macry, nel primo capitolo di questa sua Napoli, “Nostalgia di domani”? Dalle sue pietre millenarie. Scrive infatti il Nostro: “Le pietre di Napoli hanno un’origine antichissima, una storia di oltre venticinque secoli che s’intreccia con le civiltà del mondo antico… Costituiscono un caso di straordinaria continuità insediativa ….”. Quelle pietre presentano, conservano dentro di sé, ben visibili, i segni, i sogni, le voci, le grida, il sangue, le dolcezze, le speranze, la rassegnazione, l’as-segnazione e il piacere antico di chi le ha abitate …; le pietre parlano a chi ha orecchie per sentire. Senza autoassolversi, senza compiacersi. 

A questa tendenza vittimistica tutta s-partenopea (per cui la colpa è sempre degli altri), è dedicato il capitolo quinto del pamphlet: “L’identità debole”, pag. 163 e sgg.  Napoli, in sintesi, nonostante le apparenze, nonostante le sue pietre bimillenarie-plus, strano a dirsi, ha identità debole (e la via neo-borbonica è facile fuga nella nostalgia, nella consolazione, secondo Macry). 

Parlare sempre di sé stessa (spesso male) ma respingere al contempo le critiche è un segno evidente di questa debolezza ereditaria ed identitaria. Napoli appare così sempre-sempre oscillante tra ribellismo e passività. Tra multi-vociare e silenzi opprimenti. 

Napoli oscillante tra èlite e popolo basso. Tra tragedia e farsa, forse. Tra miseria e nobiltà ta-ttà. Tra città adattiva e città reattiva, spesso poco attiva ma molto attrattiva. Pendolante nei secoli tra la Napoli Novantavoce e la Napoli senza voce, silenzio cantatore! Napoli rassegnata (salvo improvvisi impeti). Fiammate da Masaniello a Mara-dona. Comprese le sue famose “Quattro Giornate”. Peccato che furono solo quattro, senza repliche.

Napoli tutta sospesa nel tempo, in attesa di un posto stabile e sicuro, come le anime del Purgatorio evocate da Aldo Masullo, filosofo eccelso, a pag. 8. Quelle fiammelle purganti che saltellano su e giù, che però non vanno in Paradiso e non scendono nemmeno nell’inferno. Anime napulitane in attesa del Giudizio finale e/o delle provvidenze temporanee del re di turno. Franza o Spagna, purché se magna. I napoletani sono anime purganti di centro, si sa. Nel mito sono vissuti come sempre in attesa del buono posto – pasto o del reddito di cittadinanza. Sono tra color che son sospesi. Come il famoso caffè altruista al bar, da loro inventato, non a caso: il “Caffè sospeso”.

Napoli immobile e immobiliarista nelle sue pietre scarrupate secolari, archeologiche (salvo spinta della metropolitana dell’arte, “la più bella del mondo”, ovvia me – mente). Di tutto ciò (e molto altro) chiosa Macry, pag. 62: “Le pietre di Napoli, anche quelle millenarie, assistono in silenzio. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano” … quanti ne pesano. Peso netto, senza tara della Storia.

Per Alex Zanotelli, uomo di fede nell’uomo, nel Dio fattosi uomo, le pietre siamo Noi. E’ il popolo di Dio costruttore. E’ il popolo religio, legante, religioso, litigioso, unico collante valido e solidale, insostituibile. Ma a Napoli, dice padre Zan, il silenzio è oggi preoccupante. Silenzio complice, assordante. 

Dice che le uniche rivolte contro la camorra imperante e opprimente l’hanno fatte gli africani, uomini coraggiosi, a Villa Literno. E perciò a presentare il suo libro ha invitato un giovane sindacalista nero. Che già parla in gergo sindacalese, però. Ahinoi, ahi loro! 

Dello stesso parere di padre Zan pare essere il capo della Procura partenopea Giovanni Melillo che dice: … “C’è una camorra «bassa», con uomini donne e bambini che vengono prelevati dagli strati sociali più bassi.” Poi c’è un’altra camorra, più «alta», costituita, dice: «dal ceto delle professioni, che coltiva l’illusione di non avere nulla a che fare con l’altra camorra e che invece è estremamente impegnata in riciclaggio. Per esempio nella gestione del mercato immobiliare a Napoli, con case con prezzi di Manhattan, nel condizionamento delle scelte urbanistiche … ». Borghesia (spesso) collusa.

Aggiunge: “«A Napoli c’è una diffusa apatia che a volte è generata dall’indifferenza, dal timore, o dal convincimento di essere impotenti e che contribuisce a restringere gli spazi di vita democratica, di libertà, di vita civile e ciò porta alla perdita dei nostri giovani migliori, che vanno via». Jatevenne, disse Eduardo ai giovani, a suo tempo. E altro tempo non è venuto (ancora).

“Mi preoccupa il silenzio degli onesti”, disse Martin Luther King. E lo fecero fuori. “Per amore del mio popolo non tacerò”, disse don Diana dalla sua chiesa di Casal di Principe e firmò così la sua condanna a morte. Cosi come accadde al coraggioso Monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, oggi santo: tutte pietre miliari, martiri militanti dell’umanità, … come tanti resistenti-residenti laboriosi, operosi, silenziosi, quotidiani, fattivi e non fottivi del prossimo. 

Zanotelli non ha paura: in giro, dice, sostiene, c’è un brutto clima. C’è paura, paura del diverso, paura del migrante, paura del prossimo, del fratello nero, del vicino, dell’altro. La maledizione dell’Africa, dice ancora, è la sua ricchezza di risorse. Che gli occidentali hanno depredato nei secoli coloniali, duri a morire. Perché noi ci siamo “pensati” (e ci riteniamo talvolta ancora) i Migliori. 

“Noi abbiamo la civiltà. Noi abbiamo la cultura, abbiamo la religione giusta. Noi abbiamo l’Arte, la musica giusta, l’architettura giusta, …: NOI siamo giusti e sce,ti dal Signore, siamo bianchi e voi neri neri”. Siete nati Calimeri, che ci volete fare?” 

Ma ora, dice padre Zan c’è l’emergere del mondo altro, quello sommerso, diverso, migrante, nero. Ora c’è … c’è chi lavora sulla paura, chi diffonde paura, chi costruisce carriere politiche sulla paura, dice, scrive Zanotelli. Sono gli untori della paura globale. Possiamo stare in silenzio? Può il cristiano rimanere in silenzio? Certo che no. Qui è spiegato il titolo del suo libro: “Prima che gridino le Pietre”. 

In quel tempo Gesù disse ai Farisei: “Se impedirete loro di gridare, grideranno le pietre”. Tutti sanno come andò, e puntuale fu il grido delle pietre, la distruzione del tempio di Gerusalemme, il muro del Pianto degli ebrei ma … ma c’è pianto e pianto, luogo e luogo. Napoli non è Gerusalemme. 

“Il Pianto” è infatti uno dei cimiteri di Napoli, dove son sepolti anche Totò e il gran tenore Enrico Caruso. Al muro cimiteriale de “Il Pianto” faceva capolinea, nella “Napoli ’44” bombardata di Norman Lewis, (pag. 69), il famoso 133. 

Una volta salito su quel mezzo pubblico eri invisibile agli umani. Solo sguardi sfuggenti, complici, ciechi, assolventi. Il cimitero de “Il Pianto” di Napoli era infatti luogo d’ammore tacito, consentito, giusto. Eri al di là, nel regno dei morti, dietro il Muro del Pianto. Congiunzione (carnale) terra-cielo dietro tombe anonime e cappelle gentilizie, talvolta d’autore. Sottrazione, sparizione, congiunzione, comunione. Crescete e moltiplicatevi. Non fiori, ma opere di pene. Eterne. 

Amen!

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