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Paura della libertà – di Alessandra Muntoni

È un testo attualissimo di Carlo Levi, del quale hanno parlato, nella trasmissione di RAI Cultura L’altro Novecento il 19 novembre scorso, Giulio Ferroni, Daniela Fonti, Anna Foa, Franco Armonio, Cristina Battocletti, commentando gli anni del confino ad Aliano dell’artista torinese, della sua pittura, del suo sentire così originale nella cultura italiana di quegli anni e dell’immediato dopoguerra.

Paura della libertà è stato ristampato nel maggio di quest’anno e offre un modo di ragionare sull’arte, sulla poesia, sul linguaggio, sul sacro, sulla politica, sullo Stato e sulla schiavitù, sul popolo e sulla plebe, sull’informe, sull’indifferenziato e per contro sul desiderio di certezza, di sicurezza, che trova oggi una eco sorprendentemente viva nell’attuale momento storico italiano.  Giorgio Agamben, nella sua prefazione, ricorda che quel libro, pensato e scritto nel 1939 sulle spiagge di Le Baule, in Bretagna, mentre le corazzate di Hitler si apprestavano ad invadere la Francia, fu pubblicato solo nel 1946, dopo Cristo si è fermato a Eboli (1945) e, nonostante il successo di quest’ultimo, fu subito sottoposto a severe critiche, da destra e da sinistra. Per troppo misticismo, per mancanza di una seria analisi politica, per voler riportare a un mondo solitario, individuale, lontano, la crisi della civiltà moderna intesa come ormai priva di ogni valore.

Eppure, quel testo oggi ci parla in modo diretto e inquietante. Lo possiamo capire meglio dopo i testi più meditati, filosoficamente e storicamente documentati, di Hannah Arendt Le Origini del totalitarismo e La banalità del male − inoltrati negli abissi della logica della disumanizzazione programmata dal nazismo − ma anche de Il Cacciatore celeste di Roberto Calasso, ove la percezione del sacro e l’emergere delle religioni del Mediterraneo ritrovano i moventi della loro antichissima origine. Paura della libertà è invece scritto per intuizione colta, per sanguigna partecipazione, da un artista-intellettuale che parla a se stesso e alla gente.

Una citazione a proposito dell’estinzione della lingua latina insieme a quella dell’impero romano, allorché la lingua che prima tutti parlavano diventa una lingua da iniziati, mentre il parlato si trasforma in mille fanciulleschi balbettii (p. 87): “Ma la massa informe, il caos iniziale umano, è muto. L a sua unità è pura potenza inesprimibile. Tutte le parole vi sono implicate, tutte le lingue confuse – ma nulla può essere detto. Una sola parola aprirebbe il grembo oscuro. Perciò l’antica lingua latina si ritira dalle bocche e dai pensieri, e alla chiara aperta espressione si sostituisce sempre più un silenzio umano, pieno di tutti gli spaventi e di tutte le possibilità”. Pensata nel 1939, questa frase vale anche nel 2018. 

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