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Il Villaggio ENI, un’altra tessera del mosaico Italia anni Sessanta che se ne va – di Alessandra Muntoni

Quanto dura un edificio? Millenni, centinaia di anni, decenni? Dipende dai secoli, dai materiali da costruzione usati, ma anche dai terremoti, dagli incendi, dalle guerre, dai disastri causati dall’incuria, dall’abbandono. Nel Novecento la durata breve è stata teorizzata dal Futurismo, ed è stata praticata dal nomadismo metropolitano, dall’effimero come spettacolo, dalle demolizioni speculative. Nel suo libro La vita delle opere (2011), del quale abbiamo parlato qualche anno fa, Vieri Quilici ha fatto un’indagine molto interessante sui residui edilizi diventati rovine di pietra, macerie di guerra, frammenti di architettura povera, fabbriche in disuso dell’archeologia industriale. Scriveva «La domanda del “quanto dura” sembra comportare la separazione dell’intenzione progettuale (attribuibile al pensiero dell’autore/autori di un’opera in un determinato momento della loro attività) dall’autonomo sviluppo materiale della cosa. La buona riuscita di un’opera, di cui la durata costituirebbe in prima istanza la misura, sembra infatti dipendere più dalle concrete condizioni in cui essa è destinata a svolgere la sua “funzione”, che non dalle buone intenzioni di chi l’ha creata».

Un esempio di questo genere sta sotto i nostri occhi: il villaggio Eni, costruito a Corte di Cadore, sotto il Monte Antelao nelle Dolomiti, in base a un programma sociale dovuto a Enrico Mattei e messo in forma da Edoardo Gellner e Carlo Scarpa alla metà degli anni Cinquanta, già negli anni Sessanta rimaneva incompiuto.  Con la morte di Mattei si estingueva anche l’utopia socialitaria della colonia ideata per 400 bambini, con le tende fisse per 200 ragazzi, le 500 villette, i due alberghi, la chiesa, il centro della Colonia, i passaggi pedonali aerei e il piano urbanistico con un disegno organico disteso nel bosco. Come spiega la scheda redatta da Anna De Salvador, “fra il 1974 e il 1990 il progetto del centro sociale, concepito come fulcro dell’intero intervento, viene sottoposto a continue modifiche da parte di Gellner, ma nessuna delle 6 soluzioni viene attuata. La successiva privatizzazione dell’Eni comporta la vendita dell’intero patrimonio immobiliare”. Il villaggio è oggi visitabile accompagnati dal personale di Dolomiti Contemporanee. 

Dal 2914 si è aperta una fase di recupero dovuto alla società Minoter che ne ha rilevato la proprietà. Cambiati gli utenti futuri, si tratta di ripensare completamente l’uso del complesso, che diventerà un centro per attività artistiche, culturali e scambi ad ampio raggio gestiti da Eni Progettoborca.net. Dispiace staccarci da una di quelle ipotesi incardinate a un programma di evoluzione sociologica positiva dove cultura, progresso e sviluppo si coniugavano insieme in una progettazione vivace e armonica. Ci si augura che gli spazi svuotati, mutando funzione, riacquistino una vita non fittizia, ma concreta e dinamica. Sarebbe un bell’esempio di rigenerazione urbanistica che attualizzi quella sintesi tra produzione, arte e tempo libero in un formidabile paesaggio montano sulla quale il villaggio Eni era nato.     

 

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