Il nutrimento dell’architettura [2.6] – di Davide Vargas

È un disegno fatto di materia. Il muro di tufo scavato come un relitto marino poggia su strati di basamento sovrapposti, fatti di cemento, pietra, lacerti di abbozzo di intonaco grigio ferro, screpolature da cui viene fuori un tono marrone come il tabacco bruciato e sportelli di metallo mezzo imbiancati. E non solo. Un muschio soffice e verdastro risale dal distacco del basolato grigio all’attacco con il muro punteggiato di erbette e ne ricopre pezzi come l’orlo di un’onda. Nel tufo emergono innesti di pietra antica, rappezzi grezzi che ricoprono pluviali o chissà, monconi di tubi. E più su riparte intonaco e una pellicola di pittura dilavata che ne leggi lo spessore. Poi qualche scritta inevitabile sulle campiture più levigate.

Un palinsesto, diresti, ma oltre la descrizione e i rimandi quello che vedi è un atlante di storia minuta. Se beninteso passando per i luoghi della città sai riconoscere una bellezza che solo a te sta mostrando la necessità come unico codice. Una specie di essenzialità.

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