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Il nutrimento dell’architettura [2.5] – di Davide Vargas

Una sedia a dondolo lasciata in mezzo a un prato suscita un sacco di pensieri. Per esempio che ti metteresti lì a osservare i fili d’erba il forasacco il panìco e i fiorellini azzurrini e pelosi, senza neanche alzare lo sguardo fino alla balza di verbena e all’orizzonte dove sicuramente c’è un mare o un lago. Basta il pezzetto di terra che hai davanti a farti scoprire che la natura non è uno scenario ma un canzoniere di forze vitali che chiedono partecipazione. Allora pensi pure che intorno al dondolo potresti costruire qualcosa che stia nella natura in rapporto. Pochi segni per un uomo tanto integrato nell’aria la luce il calore e il vento da sembrare persino invisibile. Capace in ogni caso di lasciare una traccia di sé come fece il primo con il menhir. E misurò l’ombra e scoprì le distanze. Ti fai domande, tipo quale è infine il sottile rapporto virtuoso tra uomo spazio natura e pensieri? Intanto un colpo di vento smuove il dondolo che oscilla per un secondo o due.

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