Carlo Scarpa – di Massimo Locci

Tra le ricorrenze passate in secondo piano nel 2018 i quarant’anni dalla scomparsa di Carlo Scarpa (1906-1978): solo poche mostre, una a Londra e due a Venezia, ne celebrano l’originalità della ricerca e la grande sensibilità artistica. Tutte, però, si soffermano sulla sua genialità applicata al design e in particolare alle sperimentazioni formali ed espressive sul vetro di Murano.

‘Carlo Scarpa: le forme della luce’, a cura di Paolo Repetto e Marco Arosio si è appena conclusa alla Repetto Gallery di Londra.

‘La Pelle del Vetro. Carlo Scarpa alla Venini 1936-1942’,organizzata dal FAI  presso il negozio Olivetti di Venezia, così come ‘La vetreria M.V.M. Cappellin e il giovane Carlo Scarpa 1925-1931’ sull’Isola di San Giorgio Maggiore, sono curate da Marino Barovier e sono, entrambe, in corso.

Tutte mostre interessanti che documentano molto bene il suo contributo (dagli inizi degli anni ’30) per il rinnovamento della tecnica e delle forme che una materia antichissima come il vetro può assumere, con nuove morfologie astratte, combinazioni di colori, stratificazioni geometriche e linguaggi moderni con ampi riferimenti internazionali.

Anche se questa poetica è stata centrale nell’attività di Carlo Scarpa, che niente affatto la considerava come  arte applicata’, ma affine e con le stesse potenzialità di significato ed espressive dell’architettura, dispiace che, quasi, non sia stata programmata alcuna iniziativa sulla sua ricerca architettonica. “L’architettura – evidenziava Carlo Scarpa – è un linguaggio molto difficile da comprendere, è misterioso… Il valore di un’opera consiste nella sua espressione: quando una cosa è espressa bene, il suo valore diviene molto alto”.

Anche sotto il profilo editoriale, dopo la consistente messe di pubblicazioni uscite nella fase del centenario della nascita, non si riscontra nulla di particolarmente rilevante.

Se si esclude una mostra (con relativo catalogo) in corso al centro Carlo Scarpa presso l’Archivio di Stato di Treviso su ‘Scarpa e Olivetti. Sinergie tra parole e progetti’, che riguarda solo il celebre negozio di piazza San Marco, null’altro è stato fatto. 

Eppure nella sola Treviso, ad Asolo in particolare, l’architetto veneziano ha a lungo operato: a Possagno nel 1955 ha realizzato l’ampliamento della gipsoteca Canoviana, a San Vito di Altivole nel 1969 la Tomba monumentale Brion, entrambe opere significative del suo percorso creativo. 

Nella gipsoteca di Possano contrappone alla preesistenza monumentale un nuovo corpo spazialmente frammentato e molteplice; a San Vito di Altivole crea una monumentalità moderna, intesa come valore espressivo della memoria, in dialogo con il paesaggio. Soluzioni che bene rappresentano la visione scarpiana dei “tagli creativi” e dei giochi di luce, che consentono di leggere l’architettura in una sequenza spazio-temporale. 

Intervenendo negli edifici antichi proponeva “forme audaci” e stimolanti trasformazioni spaziali, seguendo una logica innovativa e contrapposta alla visione rassicurante della conservazione e della tutela canonica. 

La ricorrenza dei quarant’anni dalla scomparsa di Carlo Scarpa è per me particolarmente significativa in quanto, poco prima del suo ultimo e fatale viaggio in Giappone, avevo parlato con lui, in quanto dovevo scrivere una piccola monografia per l’Universale di Architettura della Dedalo libri, diretta da Bruno Zevi. Mi invitò a richiamarlo al suo ritorno per fissare un appuntamento che, ovviamente, non c’è mai stato. Alcuni mesi dopo, però, ho collaborato con il figlio Tobia a un primo riordino (nello spazio che gli aveva dedicato nel suo studio di Montebelluna) dei tanti disegni e immagini, che provenivano dai suoi molteplici luoghi di vita e di lavoro. 

Ho potuto così avere un contatto diretto con i fantastici materiali grafici, densi di appunti e di considerazioni al margine, dei tanti progetti per gli spazi della Biennale ai Giardini (dal Padiglione del Venezuela alla sistemazione del piccolo patio interno), o del restauro della Fondazione Querini Stampalia e del  Museo CorrerVenezia, degli allestimenti di infinite mostre temporanee, del Museo di Castelvecchio, della Galleria regionale di  Palazzo Abatellis a Palermo. 

Tra suggestioni neoplastiche e riferimenti wrightiani, Scarpa ha sviluppato un linguaggio innovativo nella concezione architettonica e, contemporaneamente, ha rinnovato la tradizione costruttiva veneta e il dettaglio artigianale. Nei mirabili interventi di restauro, prevalentemente musei d’arte, lavora sugli interstizi della forma, sulla poetica del frammento, sui congegni spaziali che devono essere intesi come lyers concettuali, materici e tecnico-espressivi per tenere congiunte tradizione e modernità. Anche nella rappresentazione grafica stratifica segni su più piani, rappresentando in un unico grafema altrettante verifiche linguistiche e geometrico percettive.

Tra tante esperienze positive anche alcune sconfitte: tra le più difficili da accettare le proposte progettuali per il Teatro San Carlo di Genova e il Palazzo Steri di Palermo. Soluzioni che rappresentavano molto bene la visione scarpiana, con tutti gli sviluppi ed i ripensamenti progettuali; spazi integralmente rivitalizzanti con effetti singolari e inaspettati, che non superarono il vaglio delle Soprintendenze. Non a caso l’architetto veneziano nel ‘73 affermava: “un edificio deve rivivere, perché è possibile farlo rivivere! e con forme più audaci di quanto vorrebbero i signori Soprintendenti o i difensori del palazzo: è lo stesso Consiglio Superiore delle Arti che ci impedisce di fare”.  Scarpa si stava rendendo conto, infatti, che nei venti anni trascorsi dal restauro del Palazzo Abatellis e dalle sfide creative e stimolanti del dopoguerra si era sostituita la visione rassicurante e pavida della conservazione: con la tutela della memoria storica che privilegiava il corretto rispetto al “rischioso”  spunto creativo, il tecnicamente opportuno rispetto al processo vivificatore.

Per questo riscoprire oggi Carlo Scarpa è ancora strategicalmente importante.

In copertina: foto @Roberta Melasecca

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