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Te voglio tantu bbene immateriale, Unescete cu mme, ‘e PresST! – di Eduardo Alamaro

AAA Arti applicate Unesco immateriale, lista della Regione Campania ‘e PresS/T. Frienno magnanno. Attenzione che scottano, le ex arti industriali.

Notizie fresche sull’argomento ci giungono per merito dell’amico (ritrovato) via mail di questa settimana: Giuseppe Schiavone di Vietri sul Mare, località ceramica tra Salerno e Cava de’ Tirreni, nota e ben nuotata anche agli architetti e cultori della modernità per due “pezzi unici” e opposti: per l’exploit (primi anni ‘50 del ‘900) della fabbrica ceramica Solimene, creazione assoluta Soleri – Solare, ineguagliato vortice, vaso & invaso abitabile e … 

… e per il famoso e in-vasivo albergo Mazzitelli degli anni ’70, più noto come “il Mostro del Fuenti”, (fuje, fuenti), ricadente nel territorio amministrativo di Vietri sul mare, andando verso Cetara, sulla via amalfitana. 

Quindi Vietri dall’alfa all’omega. Dalla A alla Z. Dal bene al male architettonico assoluto. Dall’uso all’abuso della modernità. Dal sogno di Soleri all’incubo dell’Amalfitana Hotel. (Il “mostro” fu poi abbattuto nel 1999, dopo alterne e amene vicende giudiziarie e burrocratiche, nda).

Il giovane Giuseppe Schiavone di Vietri coltiva da tempo passioni e ragioni civili verso la sua problematica terra, tra cui quello di essere ottimo cronista di cose locali. Ma non localistiche. Cose e casi minori ma non minorati. Le sue cronache, mail-inviate pel “Comitato Vietrese Beni Comuni”, sono sempre attente e giuste. Lode agli Schiavoni d’Italia, agenti di uno spostamento comunicativo epocale: 2 milioni e mezzo di giornalisti social e corrispondenti in rete, spesso in diretta, sul pezzo. 

Come, ad esempio, il resoconto dell’incontro: “L’arte della ceramica vietrese verso l’UNESCO immateriale, obiettivo possibile”, svoltosi nei giorni scorsi nella popolare sede dell’Unione Sportiva Vietrese ma, peccato mortale!, in concomitanza d’orario con le iniziative della più nobile e colta “Congrega letteraria” vietrese, che si tengono ogni fine-settimana con l’intervento di noti e ben nati onorevoli relatori, professori, politici, studiosi, clientes, vuotantes, ecc. ecc.. . 

La cronaca dello Schiavone, giocata tra la Congrega letteraria d’élite e quella più pop della (immaginaria) Vietri immateriale Unesco, è in questo senso esemplare e netto. Peso netto senza tara. Onestà, onestà. Cioè, in sintesi, in pillole, secondo me: la nave dell’arte (ceramica) sta in mano al cuoco di bordo di turno …

… in questo caso & casotto, a un attivo consigliere regionale del loco salernitano che, ben ispirato e motivato, ha spiegato ai presenti Unesc-abili l’iter della navigazione, la procedura burrocratica, i vantaggi, le difficoltà, le maree avverse per essere riconosciuti bene immateriale dell’Umanità, ben vi sta’! 

Che è un po’ come spiegare la gag della nebbia di Totò e Peppino a Milano anni ‘50: c’è la nebbia, ma non si vede e non si tocca: è immateriale, appunto. Appuntino. 

La proposta Unesco patafisica, con all’orizzonte (forse) materiali fondi europei e i soliti carrozzoni e carrozzelle dei corsi di formazione professionale, non (mi) pare molto originale. E’ certamente da politico accorto, ben bilanciato, centrista centrato sulla antica logica cerchiobottista dc: una botta al cerchio “provinciale” e una alla botte del capoluogo regionale. Pari e patta. 

Vale a dire & a fare, nel caso specifico della tradizione e del “saper fare” dell’artistica  comunità applicata: una botta a Napule in porcellona Capodimonte Unesco (con prolungamento presepiale pop alla via San Gregorio Armeno dei pastori presepiali, gettonatissimi dai media, di gran successo turistico) e … e l’altra mezza-botta al cerchione sballato della Vietri maiolicata che fu, che fuje sempre di più nel mare.

Proposta equilibrata tra Napoli e Salerno, quindi. Modellata, mutatis mutandis, tutto ritorna, sulla direttiva Napoli-Caserta di sessanta anni fa. Quella del famoso senatore dc Giacinto Bosco – dal 1960, per un biennio, ministro della pubblica istruzione. Essendo questi eletto, sempre trionfalmente, nella circoscrizione Napoli-Caserta, agì in questo spazio “artistico-fattivo” regionale, riesumando alcuni “cadaveri eccellenti”, ma non del tutto però putrescenti, con una spruzzatina Vintage. Profumo d’Oriente? No, Lavanda Cannavale democratica!

Collegandosi al Borbone manufatturiero riformista ‘700, il ministro casertano istituì d’autorità ministeriale -altro che medagliette Unesco, quelli di Bosco & sotto-bosco erano posti lavoro veri!, (posti e pasti statali, s’intende) – l’Istituto d’arte a San Leucio di Caserta e, quale pendant e compenso napoletano, l’Istituto “Caselli” per le Porcellane di Capodimonte, settore che aveva già goduto di cospicui aiuti del Banco di Napoli, Isveimer e Cassa Mezzogiorno con la creazione (o ammodernamento) di nuove e moderne fabbriche ceramiche (Fratelli Freda, Mollica, Visconti …), andate poi in crisi dopo il ’68 e anni sgg. ‘70.

Risultato degli sforzi pubblici sulle arti e sulle economie del luogo: zero spaccato. La seta e la porcellana non ebbero nessun vero rilancio. Nuovi imprenditori: zero; coraggio d’impresa: zero; sperimentazione tecnologica, formale, modellistica, di mercati: zero. Visione di futuro app, app-licata & app-etibile: zero-zero (tranne lodevoli sforzi personali “culturali”, che non fanno testo d’impresa, nda). 

Si campava sul nome, sul passato glorioso, sulla fabula, sull’immaginario a cui rimandavano San Leucio e (San) Capodimonte. Erano solo simulacri. Dietro quei nomi prestigiosi borbonici il (poco o) Nulla odierno “democratico”. La scuola non attivò (ahinoi!) Nulla di spendibile overamente nell’oggi. Solo un diplomificio come tanti, un onesto stipendi-ficio per necessità. Assistenza, sostegno, reddito di cittadinanza post-borbonica. ‘O rre me ne saglio ‘o rre! 

Il San Leucio delle sete e il (San) Capodimonte porcellonato scivolarono così dal Borbone al barbone; fino ai fiorellini delle bancarelle e alle odierne bomboniere a forma di pistola, ultimo gadget di gusto e mercato malavitoso. 

Poi vennero anche la globalizzazione e i voraci cinesi. Non ci facciamo mancare nulla. Per tale motivo strutturale oggi sete e porcellane sono totalmente spariti dagli scenari territoriali della terra di lavoro e del lavoro, come entità rilevanti e rilevabili. Sono fuori mercato. E non c’è tutela Unesco immateriale che tenga e che tanga a risollevarli. Salvo sorprese o (augurabili) smentite. 

Ma i posti finto-lavoro di Stato a carico del contribuente restano. Dinamiche simili (o tale e quale) a quanto visto & pre-visto oggi per le case abusive di Ischia terremotata dagli “operosi” ischitani. Che fai?, che fare? 

Quelli so’ abusivi, alcuni forse, si dice, “per necessità” abitativa. Ma dove li vai a mettere se vai a spianare con le ruspe che raspano? Li butti nei forni crematori? Riattivi la bocca ‘nfuocata del Vesuvio ardente, gnam gnam? Siamo seri, siamo democratici, siamo sanamente democristiani a cinque stellette legaiole: li devi in qualche modo condonare e donare al co-co – contribuente d’oggi. E io pago!

Alamarcord per il “Capodimonte”. Nel 2001, per la mostra “Artigiani per New York”, col mio antico amico napo-salernitano Enzo Bianco, ebbi occasione di toccare con mano, indagare le voci di dentro & le opere da dentro le fabbrichette, del Capodi-mente: un fine corsa annunciato, già da allora, inizio millennio. Poi è andata sempre peggio. Il “Caselli” avrebbe dovuto chiudere da tempo, se inteso come istituto indirizzato a quel settore specifico, salvo problematica riconversione in corsa. 

Avrebbero dovuto dire: “Ci arrendiamo all’evidenza. La terapia era giusta, ma il malato è morto. Abbiamo tentato, ci siamo sforzati, non ci sono più le condizioni. Richiamate in servizio Carlo III e Maria Amalia dalla Sassonia. Coi loro ducati-bucati”. Ma non l’hanno fatto, anzi si son salvati, son stati premiati con la sigla di: Caselli istituto raro, di indirizzo unico, eccellente e non eccedente. Caselli-castelli (in aria). 

L’indimenticata ministro Fedeli ha anche dato di recente, cito: “precise indicazioni ministeriali per la definizione di un Piano industriale che deve accompagnare l’unicità dell’istituto Caselli e il rilancio dell’intera filiera della porcellana: dal museo, alla scuola, agli artigiani che operano operosi”. Fantastico ministro, miracoli della politica di carta. “Fedeli” nei secoli, arte applicata immaginaria, arte per ope legis …. (troppo lungo, taglio preventivo di forbici d’autore, per autotutela, nda).

Di Vietri-ceramica ‘900 & co-contemporaneo ho scritto tante di quelle volte (soprattutto sul blog del compianto Giorgio Muratore, amico delle arti industriali) che non ne voglio più parlare: sono ridotti (salvo passioni perdonali e personali competenze e passioni) a zombi zombati dalla Storia. Di questo passo spariranno. Tirarsi su le maniche (e i calzoni) o sparire. Ideare, fabbricare, competere, ripetere, se ancora c’è spazio e forza d’animo. O perire con dignità. Andate in pace. Amen!

La spinta propulsiva dei generosi artisti “tedeschi” degli anni ’20-’40, s’è esaurita da tempo. E non c’è più spazio d’impresa per un genio imprenditoriale ruspante e tellurico, come il fu don Vincenzo Solimene, “complice” di Soleri; anzi: coautore-pagatore con (suo) piacere. Il bollino Unesco immateriale, come il più materiale ministro Bosco anni ’60 per San Leucio e il Capodimonte, non può fare miracoli.

Anche il centro Storico di Napoli gode da tempo del timbro: sito Unesco, ma sta ‘nguiaiato lo stesso. Al pari di Vietri e la costiera amalfitana, s’è riempito spontaneamente di bed and breakfast, si affitta come scenario ai Dolce e Gabbati di turno, ma nulla di più. Meglio di niente, s’intende, con i tempi che (non) corrono. Occorrerebbe invece cittadinanza attiva e manufatturiera e non assistita et bollita nel pentolone del pienone dei turisti, melassa quasi come Firenze o Venezia. 

Forse potrà godere Vietri-ceramica immateriale Unescata e ammescata (come spero) di qualche sovvenzione regionale in più; di qualche bombola di ossigeno maiolicato in più, di qualche fondo assistenziale in più, ma anche Vietri di produzione sta alla frutta del Biffimondi, come mi dicono (e ci credo).

Del resto il Capodimonte e il Vietri stanno in buona compagnia pop. Sono già riconosciuti ufficialmente dalla Lista Unesco del Patrimonio Culturale Regione Campania, beni immateriali come: “L’arte del pizzaiuolo napoletano”, “I gigli di Nola”; la “Dieta Mediterranea”. Avanti il prossimo. Il finanziamento previsto dall’avviso regionale di luglio scorso è di 1 milione e 350mla euro; ogni proposta progettuale non potrà essere superiore a 200mila euro. Auguri!

Per tutto quanto scritto sopra, la cronaca mail appiccia-focus dello Schiavone di Vietri è bella et utile: è materiale grezzo di letteratura fantastica, fantasy ceramorevole, piena com’è di gotici morti viventi, vampiri, mummie, cadaveri riesumati e rievocati per l’occasione Unesco; ceramici e ceramisti da rianimare che camminano per inerzia; e poi smarriti ex sindaci che parlano, che si confondono, che pigliano pisci per fiaschi, ‘a mummarella per ‘na zizzarella, agli pe’ fravagli, ecc. ecc. 

Basta, è troppo, me so’ stancato. Chi volesse saperne di più sull’argomento digiti su google “Unesco immateriale Regione Campania”. E si divertirà. Tra l’altro si legge che si è insediato: “l’Osservatorio permanente per il patrimonio culturale immateriale della Campania”, istituito ai sensi della legge regionale n. 38 del 2017, “con l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio culturale immateriale e le pratiche connesse alle tradizioni, alle conoscenze, ai saper fare della comunità, bla, bla, bla.”

No, occorre investire nel nuovo e non tutelare il passato. Basta conservazione, basta paura & tradizione, basta assistenza. Le tradizioni s’inventano, come sempre è stato. La cultura è antropofaga & migrante, sorprendente, inarrestabile, aaumh …

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