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Narratives of buildings: una breve riflessione personale sul saggio di Luigi Prestinenza Puglisi “ArchiTexture” – di Daniel Screpanti

In “ArchiTexture”, Luigi Prestinenza Puglisi ha esaminato, forse per primo, un fatto evidente. I più importanti architetti contemporanei hanno recentemente compiuto un’operazione meravigliosa: hanno concepito la costruzione come se fosse il genere letterario di un libro da scrivere con il progetto di architettura. 

L’insegnamento che si potrebbe trarre da tale brillante reinterpretazione dello spazio costruito è il cambiamento del ruolo principale del progetto di architettura: da mezzo costruttivo a strumento narrativo, ovviamente per chi è disposto a sondare le nuove potenzialità contemporanee di scrittura delle pagine architettoniche, e per chi vuole tornare ad essere protagonista nel mondo delle costruzioni e delle trasformazioni territoriali. 

La nuova finalità centrale del progetto di architettura potrebbe essere giustificata da due spiegazioni principali e altri motivi secondari, che andrebbero certamente trattati compiutamente con maggiori argomentazioni di quante non si possano addurre con una breve e personale riflessione.

La prima ragione per cui ripensare il ruolo del progetto di architettura è la seguente: nei paesi sviluppati, la costruzione, nelle sue molteplici varianti e possibilità, spesso esiste già, come concetto normativo, economico e socio-tecnologico, o proprio come struttura fisica già esistente, e si tratta solo di ordinare ciò che si può fare, o che è già in essere, per poi svilupparlo, prevalentemente in termini di adeguamento tecnologico, funzionale e formale. 

La seconda spiegazione può invece essere individuata nel fatto che viviamo in un’epoca dove la tecnologia è talmente sviluppata che non ha quasi più bisogno di un progetto per consentire specifiche forme di organizzazione sociale, collegarsi ad altre tecnologie funzionali o costruttive, e infine per integrarsi a un contesto. Siamo oggi in presenza di tecnologie che si auto-connettono, integrano e compensano tra di loro, anche in termini estetici e non solo funzionali o tecnico-costruttivi, e ciò vale anche e soprattutto per le tecnologie delle costruzioni.

Relativamente ai motivi secondari, è infine possibile una sintesi. Le dinamiche già esaminate hanno contribuito a far saltare completamente la narrazione territoriale connessa alle figure archetipiche della città e della campagna, identificabili attraverso i tratti caratteristici e cristallizzati di una società, una economia e un paesaggio di tipo urbano, contrapposti a quelli di una società, una economia e un paesaggio di tipo rurale. Ne consegue che l’architetto non abbia più un canovaccio stabile di forme ed esperienze a cui attingere e riferirsi. Ogni volta è come se fosse un attore sul palco di un teatro dove va in scena uno spettacolo senza un copione e un regista, ma con un pubblico da attrarre, o da accontentare, che costringe a inventarsi da zero uno o più personaggi, e trovare anche delle battute più o meno credibili da recitare. 

Dal problema principale del recente passato, costruire fisicamente le narrative dell’architetto, o del cliente, o dei fruitori di uno spazio costruito, siamo di fronte a una situazione nuova in cui il grande tema è quali narrative elaborare, organizzare e attivare con i progetti a partire dalle costruzioni.

Per fare questo occorre la penna dello scrittore piuttosto che la matita del muratore. E occorre conoscere bene i generi letterari che si possono sviluppare e scrivere con i progetti di architettura. Per agganciare uno spazio a delle nuove relazioni con un pubblico, non necessariamente ampio e talvolta anche molto ristretto. 

La moda e la musica conoscono bene questo problema. E anche i cuochi più o meno stellati sembrano aver compreso la lezione. La partita si gioca sulla scrittura della superficie o, come ha scritto Prestinenza Puglisi, sulla costruzione e restituzione di una “profondità paradossale”, perché la sostanza creativa, o artistica, si dipana al contrario: da ciò che è oggettivamente solido a ciò che è relativamente fluttuante. E non viceversa.

Se è vero che ciò è probabilmente sempre avvenuto, oggi è l’attuale contesto delle costruzioni, con la loro economia e tecnologia, a imporre un radicale ripensamento dell’architetto come tecnico e soprattutto come artista del progetto.

In definitiva, si consiglia la lettura di “ArchiTexture” a quei progettisti che vogliono trovare nuove tavole da elaborare, o rivoluzioni copernicane e utopie spaziali per cui lottare. Il saggio è anche consigliato a chi cerca nuovi spazi di critica dell’architettura, ancora da scrivere.

Immagine: Screpanti, D., 2018, Cinema all’aperto (Fermo)

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