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Mondi Possibili d’Architettura: il fumetto come pratica contro. di Eduardo Alamaro

No, non è possibile. 

E’ proprio vero il detto pop: non c’è due senza tre. Tre amici ritrovati, uno di PresS/T all’altro, con la posta elettronica, a mia insaputa. Come farei a vivere senza internet, internos? La mia Patria è google, Lpp è la mia bandiera, la PresS/Tletter è il mio asilo parà-architettonico. Asilo d’infanzia, s’intende: non passerò mai alla prima classe (elementare). Povero me, ripetente a vita!

L’amico mail-ritrovato d’oggi è Giacomo Ricci, architetto, docente universitario, napoletano di multiforme ingegno, ottima mano con capa da disegno, antico amico della Gravina che non vedevo da anni, almeno sette, dai tempi cupi miei di capostrapp dell’assessoreato all’edelizia & supporto tecnico centro storico Unesco del Comune di Napoli, pre-de Magistralis.

In quel tempo “edelizioso” cercavo di … (troppo lungo, taglio emozionale operato all’autore, nda).  … Non potendo fare il prodotto (architettonico) per assoluta povertà di fonti politiche e fondi energetici (assessorato senza portafogli, né borsellino degli euro-spiccioli et idee spicciole spendibili), potevamo però – pensai, pro-posi – almeno “divertirci”, borbonicamente “fare ammuina”: situazionistica-mente creare “’na situazione” oltre e altra. Dal Palazzo al vicolo. Meno nobili idee ’99, più lazzaroni e lazzarelle 2000.

Fare cioè uno spostamento laterale di comunicazione nei consumi storici dati, mangiati e defecati dai molti. Per una narrazione edilizia “desiderante”, che raccontasse l’opera che non c’è, il progetto di felicità possibile e non passibile. Proviamo a raccontarla diversamente, passiamo dal centro storico al centro storyelling.  

Un bluff, un miraggio, una fuga nel sogno, un po’ come facevano gli storici dell’arte sovietici davanti alle cornici vuote delle grandi tele del museo di Leningrado assediata, portate preventivamente in salvo per sottrarle alla furia … (nuovo taglio emozionale d’autore, nda).  Dare voce al progetto partecipativo, azionariato d’idee popolari: le voci di dentro, da dentro il decumano fatto a mano, mano artigiana. (Te piace ‘o presepio? O vuoi le palle Unesco dell’albero di Natale del Palazzo?, nda).   

Giacomo Ricci, nostro antico amico alternativo ’69 (e ani sgg.), tecnologicamente molto innovativo nel fantastico storico disegnato, giunse a fagiolo, la mano di Dio situazionista!, con una event-uale sua proposta: giocarci il centro e centrillo storico con un marchingegno suo digitale di progetto partecipativo, tra miseria e nobiltà spartenopea …;

… progetto ludico, notevole e lodevole, fatto con fatti, storie, luoghi e voci dai (e nei) Palazzi mixati da signore e concubine, puttane e lenoni, principi e guardaporte, guardie e ladri, assassini & poliziotti associati ma … 

… ma poi non se ne fece niente: freddo, gelo, neve nel Palazzo, proposta irricevibile, bocciata dal commissario De Luca per “benaltrismo” e per essere Oltre il comune e comunale senso del pudore edilizio …. (troppo lungo, tagliato preventivamente dall’autore, per autoconservazione della specie, nda).

…. Ragion per cui non l’ho più né visto, né sentito, Giacomo Ricci. Sapevo che era andato in quie-scienza quale docente della Pescara d’architettura che pesca e che s’era da tempo rifugiato (a disegnare) nella divina costiera: Ricci con Furore amalfitano, mica male! (all’uopo vedasi: “Amalfi, Furore, Ravello. Architettura del paesaggio costiero”, Giannini editore, Napoli, 2007, ndr)”. 

Provvidenziale alla ricongiunzione è stato il dott. prof. arch. Sandro Raffone, col quale intrattengo da qualche tempo una simpatica corrispondenza e-mail giocata tra Loos e molla L’oos, nda; il Raffone ha fatto da tramite col Ricci, meglio di Maria de Filippi, scrivendomi: “… se domani non hai nulla di meglio da fare, mi farà molto piacere incontrarti alla DIARCH del Forno vecchio della fu Architettura di Napoli, aula SL 3.4, terzo piano (con ascensore), per la lectio di un collega straordinario, Giacomo Ricci”. Mi allega anche un biglietto d’invito alla lectio, troppo bello (ma troppo pesante per spedirlo a Lpp, nda).

E così son andato alla Diarch della Pignasecca di Napoli. Mi sono un po’ sperso nei corridoi, ma poi ho ingarrato l’aula giusta, più o meno in tempo. La lectio era appena iniziata, puntualmente come di rado accade a SPArtenope. C’era anche un bel numero di studentini, silenziosi e attenti, III anno, con tanto di mini-registratori di supporto alla loro memoria e orecchio.

Durante la lectio – miracolo! – non è squillato nemmeno una volta un cellulare, tranne quello del relatore (ma forse faceva parte della sua scena). Infatti Ricci – che è un tipo architettonico molto serio, severo, mentale, addirittura concettuale, uno “strano napoletano” – in cattedra si scatena. Vive la cattedra come un palcoscenico teatrale. Prepara meticolosi canovacci, tutti compressi in minuscoli e raffinati computerini portatili, ma poi improvvisa, recita. 

Studia molto per poter apparire spontaneo. Messo in cattedra diventa un performer assoluto, un attore consumato, un provoc-attore molto pensato, un dissacratore di tutte le regole e buone maniera accademiche, male parole e quasi-bestemmie incluse. Così era e così è rimasto, per sua e mia fortuna Giacomo Ricci. Non sono solo a questo modo e mondo. Mondo cacademico crudele, s’intende!

In più, Giacomo, a differenza di me che pur pro-vengo dall’Artistico, è sempre stato un gran disegnatore, meglio di Purini. A introibo della sua lectio ha spiegato candidamente, coraggiosamente, l’origine molto privata & drammatica di questa sua passione per il disegno fantastico e per il fumetto, già alimento visivo dei poveri e dei somari dell’ultimo banco delle elementari, ai nostri tempi postfascisti, primissimi anni ‘50. 

E così delinea gli elementi base della sua non facile infanzia; cioè di come aveva vissuto l’essere figlio della guerra; figlio -cioè – di una ragazza-madre dei malfamati quartieri spagnoli di Napoli, sopra Toledo. Una giovane napoletana che aveva la colpa sociale di essere rimasta ‘mpressiunata (come recita la straziante canzone “Tamburriata nera”) sotto ‘a bbotta dell’occupante alleato americano …; 

… si dilunga poi sull’accettazione popolare e familiare di questa sua condizione mixata (la nonna, la madre, la giovane maestrina privata che “per i suoi capelli a Ricci sembra -oggi- Angela Davis”) ma … ma ricorda, per converso, anche la riprovazione morale (palese o mascherata) della Scuola ufficiale di quel tempo. In particolare la sua percezione del maestro elementare, “fascista”, che lo riteneva figlio del “nemico” e perciò l’aveva sepolto all’ultimo banco, quello dei somari; relegato nella “schifezza, della schifezza, della schifezza assoluta dell’umanità”, parole di Giacomo Ricci alla lectio. 

Poi la svolta, il rifugio nel fumetto, nella casa disegnata, nell’immaginario salvifico delle strisce di Tex; del Grande Black col professor Occultis; di Capitan Miki col dottor Salasso anni ’50 … perché, udite, udite, è ancora la mano di Dio che vede, precede e provvede!, il maestro, pur “fascista”, era però “avanzato” sul piano didattico e … e perciò aveva varato un giornalino scolastico, nel quale c’era spazio anche per i fumetti. E fu la salvezza di Giacomino, somaro dell’ultimo banco ‘ncoppe ‘e Quartieri. 

Dal fumetto inizia così il recupero, il miracolo scolastico; inizia l’inclusione, l’essere “considerato” socialmente per le sue doti fumettare e … e poi il lungo percorso nella cultura scritta, nella scuola media e media-superiore, nel latino e matematiche, materie nelle quali il nostro Giacomino eccelleva; indi nell’Ingegneria e poi, pentito della scelta ingegneresca, dietrofront, nell’Architettura di Palazzo Gravina, dove lo incontrai. Nelle terre di Utopia di quel tempo.

La bellezza narrativa e umana di Giacomo Ricci sta però proprio nel suo radica-mente architettonico nella Napoli della Madre, anzi della ragazza-Madre, quella dei Quartieri spagnoli, e insieme, nel suo interrogarsi da piccolo (e forse ancor oggi, ormai padre, autore, professore, ecc, ecc. …) sul Padre venuto dall’Oltre, dall’Oltre Atlantico, dall’Oltre Manica (larga); milite “alleato” (forse) a lui ignoto, ma in effetti, paradossalmente, suo alleato fecondatore di immaginario venuto dal Mondo nuovo. Per una congiunzione Napoli – New York e ritorno, fumetti compresi e a lui comprensibili.

Tutto quanto sopra scritto viene a conferma di quanto penso da sempre: l’arte nasce sempre da una diversità, da una condizione eccentrica, da una ferita, da un inghippo avvenuto nell’infanzia. Da qualcosa di non risolto, da risolvere, da rielaborare e spendere, da rigiocare utilmente …. 

L’aaarte nasce da un rovello che ti rode dentro e non ti fa star quieto. L’arte morde, mozzeca. Altrimenti te ne vai sul lungomare liberato e ti metti steso al sole di Napoli, lontano dal (non tanto distante) reticolo ombroso e molto pericoloso dei Quartieri, sopra Toledo, già accasermamento della soldataglia spagnola del ‘600 e -quindi- delle Nanninelle, Lazzarelle e Bammenelle (per necessità o per loro scelta) cantate da Viviani nel primo ‘900 a teatro.

Giacomo Ricci è in buona compagnia d’arte d’oggi a Napoli-mondo. Una vicenda simile alla sua ha infatti beneficamente segnato la vita del combattivo Erri de Luca. Recentemente, al Mann di Napoli, lo scrittore ha …. (troppo lungo, tagliato dall’autore, preventiva-mente, nda).

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