presS/Tletter
 

L’incredibile Torino – di Alessandra Muntoni

Mentre la Lombardia sta diventando la nuova terra dei fuochi, mentre a Venezia il ponte di Calatrava si deve arrendere alle troppe cadute dei pedoni che scivolano sui suoi gradini di vetro, Torino − nonostante la debacle delle prossime Olimpiadi invernali − diventa la città del futuribile. La sua funzione di capitale, perduta immediatamente dopo la conquista dell’Unità d’Italia, riconquistata negli anni Trenta grazie alle iniziative imprenditoriali e culturali di Agnelli e Gualino, poi ripersa e ripresa nel dopoguerra come una delle punte del triangolo industriale, prova oggi a dimostrare che tutto è possibile.

 Una recente indagine − forse un po’ agiografica − di “R”Album del 16 ottobre dedicato al Piemonte, descrive la città come epicentro di una regione collegata all’Europa. Sede della salute biotech, è intenta in una formidabile sperimentazione agricola che affonda in una tradizione secolare, con la contro-faccia dei robot-barman; punta sulla cultura non solo universitaria e sull’arte; sospinge la sperimentazione dell’automobile verso le sfide del motore elettrico e della teleguida, rivoluzionando il design; immagina il settore dei musei-librerie-teatri come una industria emergente; diventa polo assicurativo del domani; rilancia il supermercato dei vini, del caffè e dei dolci per uomini e animali domestici; si rivolge ai più deboli con la solidarietà dell’assistenza medica; il calcio è sempre ai primi posti, la moda incalza. Ha saputo restaurare la Cappella della Sacra Sindone dal disastroso incendio del 1997 e innalza nuovamente quel formidabile simbolo del barocco colloquiando a distanza con il puntale della Mole Antonelliana. 

Se questo è il quadro d’unione che differenzia Torino dalla crisi di moltissime grandi città italiane, tra le quali Roma, si può rileggere con più misurato giudizio il Campus Universitario Luigi Einaudi. Progettato da Norman Foster, dal 1912 conferma o forse ha riavviato il nuovo volto di Torino che, è bene ricordarlo, all’inizio del Novecento aveva assunto il Liberty di Raimondo D’Aronco e di Pietro Fenoglio per delineare le nuove prospettive e le ambizioni della città, riprese negli anni Sessanta dallo studio di Gabetti e Isola. 

Costruito in un lotto triangolare affacciato sul Lungo Dora, ai piedi della collina di San Vito dove sorgeva la casa-Museo Gualino progettata da Clemente e Michele Busiri Vici con la consulenza di Lionello Venturi, dal 1994 sede della Fondazione europea ETF, triangolando con il Castello del Valentino sulle rive del Po, ora sede del Politecnico, il nuovo Campus poteva sembrare una dissonante astronave avveniristica. Ora, leggendolo con più attenzione, lo scopriamo un apparecchio dell’apprendimento calibrato alla realtà di oggi. I giovani  circolano liberamente negli spazi aperti curvilinei e nelle corti aperte alla città, o  studiano in biblioteca di fronte al diorama di Torino. Una distribuzione di attività adatta alla serietà degli studi, alla biocompatibilità,all’appartenenza urbana dei grandi centri culturali.

La contromossa è arrivata puntualmente: il Comune M5S ha votato lunedì 29 ottobre “Torino no TAV”.

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Leave A Response