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Il nutrimento dell’architettura [2.4] – di Davide Vargas

Per chiudere con la questione del “bel terrazzo” sulla Casa del pittore Ozenfant, mi viene in mente l’Attico per Charles de Beistégui che Le Corbusier realizzò nel 1931. Opera surrealista, con i muri alti, il pavimento di prato come un mare d’erba e il caminetto poggiato sopra. Come a dire: c’è modo e modo per fare un “bel terrazzo”. Cerco le immagini. Oltre la linea del muro bianco si intravede una traccia sottile del profilo urbano e più ravvicinato un pezzo dell’Arc de Triomphe. Ne viene fuori una stanza a cielo aperto da cui guardare con “distacco” la metropoli, in cui rimanere in qualche modo sospesi. A pensarci bene è l’atteggiamento del flâneur, che mi è caro, uno che soffre per poter “guardare” con distacco anche gli anfratti dove è annidato il degrado. E senza il recinto sacro dell’Attico sugli Champs-Elysées. Anzi costruendone uno di volta in volta personalissimo e invisibile.

E poi il flâneur ritorna incamminandosi sui percorsi del pensiero che traccia i suoi nessi tra poli apparentemente distanti e ne fa occasione di ricerca. Quello che conta di più.

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