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ARTE RIBELLE – di ARCHITETTURA MATASSONI

ARTE RIBELLE – di ARCHITETTURA MATASSONI

 

IL SACCO DI PERLE

 

“…Un bravo artista è destinato ad essere infelice nella vita: ogni volta che ha fame e apre il suo sacco, vi trova dentro solo perle…”  Hermann Hesse

 

 

Cosa significa essere un artista? Aldilà del talento, della fortuna e del successo, questo termine che cosa definisce se non un modo di essere, un certo tipo di inclinazione che fa vedere il mondo sotto una luce alternativa? L’indipendenza e la libertà sono i doni di questa vocazione che però a volte, “regala” anche una vita più difficile.  Ma l’artista segue un impulso, il suo è un bisogno viscerale che lo porta più avanti e più in profondità, fino ad accettare il rischio dell’emarginazione dal sistema con le sue regole corruttive; il mercato, la pressione sociale, le lusinghe del successo, la tentazione di allinearsi al gregge, la piccola-grande erosione morale quotidiana che l’esistenza porta sempre con sé, in ogni epoca.

Lo fa più per necessità che per idealismo perché ribelle lo è per natura, ed anche egoista.  Nel seguire questa sua pulsione, può capitare che si auto-condanni alla solitudine, ma è anche così, anzi, è soprattutto così che conserva la propria integrità guadagnando sul campo il diritto alla libertà d’espressione ed elevandosi a voce critica della coscienza collettiva. La sua credibilità poggia su un’autorevolezza che non può essere mai a buon mercato. Chi riesce a portare questo peso però, può beneficiare di un lusso per pochi, quei pochi che hanno la forza d’animo necessaria a poterselo permettere. Questo vale oggi come nel passato e tanto di più per quelle forme espressive che nascono dalla contestazione sociale e raschiano proprio là dove fa più male; come quella dei writer per esempio.

Purtroppo Banksy, questo lusso non se l’è potuto concedere; proprio lui,  il notissimo writer inglese, ha lasciato che il suo lavoro finisse venduto all’asta nelle sale di Sotheby’s o esposto in qualche museo, cioè sublimato nelle cattedrali del sistema.

Possibile che non si sia reso conto che un’arte nata in strada non può essere traslocata in contesti asettici, quali che siano, perché farlo equivale a “disinfettarla” da ogni vitalità? Comunque da quel momento in poi, Banksy ha davvero ipotecato il suo fuoco sacro! Un cedimento molto, troppo prosaico, che oltretutto è privo di senso anche filologicamente e tecnicamente.

Il fatto è che non si può separare dal suo habitat una forma d’arte fortemente contestualizzata com’è la sua, senza farle perdere sostanza comunicativa. Ammesso che ce l’abbia, essa trae il suo vigore, esclusivamente e direttamente dal luogo in cui nasce, cioè in questo caso sui muri delle periferie e delle aree marginali, perché solo là c’è il suo contesto socio-psicologico che è il suo “terreno di coltura”.

Solo là quelle opere sono percepite nel modo giusto, e di sicuro molto diversamente che all’interno di un museo, se non altro per il livello empatico con cui, solo là, vengono vissute. Si, il punto è proprio questo, là vengono vissute! Insomma un manifesto dovrà pur stare dove c’è gente che può comprenderlo!

Inoltre, le grandi dimensioni, il poco tempo a disposizione per l’esecuzione e l’esigenza di lavorare spesso nelle ore notturne, richiedono tecniche semplificate. Ma la riduzione lessicale può giovare e infatti, i più bravi come lui, sono riusciti a volgere questi limiti in un vantaggio, producendo lavori di un’iconicità intelligente, nei migliori casi persino poetica, ma che tuttavia non si prestano ad essere scalati e ridotti in cornice. Queste opere devono trasmettere il loro contenuto nel tempo di un’occhiata lanciata da un’auto o da un treno e catturare l’attenzione di un passante distratto né più e né meno di un’immagine pubblicitaria. Per questa via si possono raggiungere livelli di raffinatezza psicologica elevatissimi, come ci insegna l’efficacia persuasiva del marketing. Tutto ciò giustifica e dà senso alla semplicità tecnico-grafica, ma solo in queste particolari condizioni che non dovrebbero essere alterate. Il contesto, la tecnica e il tempo di fruizione, sono tutti legati e interdipendenti.

Com’è possibile non rendersi conto della grossolanità di un’operazione che ignora la particolarità di queste condizioni iniziali?

opera attribuita a Banksy – foto di Eva Blue

opera attribuita a Banksy – foto di What What

 

opera attribuita a Banksy – foto di Eva Blue

opera attribuita a Banksy – foto di Eva Blue

opera attribuita a Banksy – foto di nolifebeforecofee

Certo i mercanti, presunti ispiratori della cosa, possono farlo con leggerezza perché il loro scopo è puramente edonistico e anzi, in un certo senso sono moralmente esonerati dal dover avere questa coscienza.

Spetta all’autore consapevole difendersi; lui non può permettersi questo cinismo. Noblesse oblige, la nobiltà obbliga ma soprattutto costa molto cara!

E’ per questo che, in tutta la faccenda, ciò che irrita di più è la boutade del trincia documenti che fa a strisce l’opera incrementandone il valore commerciale; una vera perversione! Dispiace dirlo, ma non resta altra spiegazione che quella più cinica perché sennò, che cosa potrebbe voler significare questo epilogo? Un manifesto contro la deriva mercantile dell’arte,  tanto costoso quanto paradossale? O un gesto iconoclasta, per nulla nuovo, che si accoda ad una lunga serie di atti simili ben più eclatanti, perpetrati a danno di chitarre o del pubblico dei concerti? Una cosa è certa, la ricerca spasmodica della popolarità fa brutti scherzi!

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