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Walter Gropius, l’avanguardia responsabile – di Alessandra Muntoni

Nel 2019 ricorre il centenario della fondazione del Bauhaus, la scuola che capovolse gli obiettivi, gli strumenti e i metodi del progetto, chiamando gli esponenti dell’avanguardia a fare da maestri alla nuova generazione. L a parola d’ordine, Verantwortlichkeit, vale a dire la capacità di dare risposte, già coniata da Otto Wagner in Moderne Architektur, viene ripresa e la responsabilità (che anche in italiano diventa la capacità di rispondere) innerva ogni programma e ogni comportamento dei maestri e degli allievi.

Fuori da ogni mitizzazione, sempre in agguato per congelare programmi rivoluzionari, gli stessi scritti di Gropius raccolti in Scope of Total Architecture (1955), tradotto abilmente in italiano in Architettura integrale (1959), aiutano a eliminare i molti fraintendimenti di una critica che, scrive Gropius, “nel tentativo di puntellare le proprie teorie estetiche o politiche, operano una vera e propria devastazione nel lavoro di chi è veramente creativo, impadronendosi di alcune sue affermazioni e abusandone senza intendere lo sfondo e il contesto da cui scaturiscono”.

Prima questione, dunque, privilegiare la verifica rispetto alla teoria, poi incanalare tutta l’energia e l’originalità del progettista per mantenere attiva la creatività contro il “potere ipnotico della meccanizzazione”, ma allo stesso tempo affrontare la condizione opposta che comporta la perdita del controllo della macchina del progresso, soccombendo alla “mentalità della società di massa”.

Nel fondare il Bauhaus nella tragica situazione lasciata dalla Prima guerra mondiale, Gropius comprese subito che, per trovare le coordinate di una nuova architettura rivolta alla società civile, non avrebbe potuto ottenere nessun risultato con le sue sole risorse. Era invece necessario l’apporto di un’ampia schiera di collaboratori, ognuno capace di agire autonomamente per una causa comune, quella di unificare arte e produzione industriale, esplorando insieme le connessioni tra sfera tecnica e sfera espressiva. La sua intuizione fu di rivolgersi ai maestri dell’avanguardia incanalandone l’energia distruttrice e scompositiva verso la formazione di una nuova sintesi: artigianato artistico e grafica, teatro e musica, tecniche di produzione e strumenti tradizionali della pittura, scultura e architettura. La congiuntura storica e il nazismo fecero sbrigativamente giustizia di quella scuola, i cui risultati tuttavia sprigionano ancora vivide scintille.

   In un’Italia tormentata da gravissime questioni che mettono in pericolo la sicurezza del territorio, nonché la stessa sopravvivenza della società civile e della sua cultura, ritengo utile riprendere a studiare il formidabile lascito di quell’esperimento, per estrarne intenzioni e modi di agire utili a invertire questa tendenza. 

 

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