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Renzo Piano: l’architetto della luce – di Massimo Locci

In questi giorni è in programmazione nei cinema il film Renzo Piano: l’architetto della luce, diretto da Carlos Saura. Il documentario prende spunto dalla descrizione delle varie fasi di programmazione, elaborazione progettuale e costruzione di uno dei suoi più recenti e affascinanti interventi, il centro Botín a Santander, per analizzare il rapporto tra architettura e cinema e, contemporaneamente,  il senso della propria ricerca espressiva. 

L’idea è sicuramente interessante anche perché rivolta sia al grande pubblico , sia agli appassionati di architettura contemporanea e sappiamo quanto ciò sia importante. Ma l’occasione è stata sprecata perché il dialogo, tra due protagonisti indiscussi nelle rispettive discipline, non si svincola dal genere documentario, risulta didascalico, poco poetico, poco incisivo e, perfino, ripetitivo. 

Renzo Piano parlando del processo e dei problemi contingenti non riesce a spiegare le motivazioni profonde delle proprie scelte, Carlos Saura si ferma al rapporto fondante tra immagini e valore della bellezza. “Quando progetti un edificio dove la gente si sente a suo agio, vai contro la barbarie – conferma Piano – Noi architetti e voi registi siamo cercatori di pepite e perle e questa bellezza può salvare il mondo”. 

Sicuramente emerge chiara l’idea che costruire è un’arte, che ogni architettura deve essere pensata per un luogo specifico e che la genesi è complessa: ogni scelta deve essere costantemente verificata e rivista nelle varie fasi. Piano afferma una verità ma nel documentario appare, invece, una giustificazione per lo slittamento dei tempi, che ha creato molte contestazioni da parte del committente.

La dimensione progettuale, pertanto, non è un atto prevedibile e non è integralmente programmabile: “ogni volta ti sembra di assistere a un miracolo (…) È un po’ come guardare nel buio. Subito non vedi niente; dopo un po’ l’occhio si adatta. Hai bisogno di un po’ di silenzio. Hai bisogno di vuoto” afferma Renzo Piano. 

Nel film la capacità di (ri)conoscere la filosofia del progetto non emerge, tantomeno ‘il saper vedere’ le valenze espressive meno evidenti. Il regista non riesce a far esplicitare un pensiero profondo all’architetto; il dialogo rimane sul piano delle motivazioni morfologico-funzionali e sul livello delle argomentazioni epidermiche. 

Il progetto, viceversa,  si apprezza proprio per l’articolazione e per la dimensione complessa. Personalmente, avendo visto il sito prima e dopo l’intervento, ho apprezzato soprattutto la capacità di trasformare un contesto banale in un luogo eletto, di inventare un diverso modo di appartenere alla città e al territorio (un’opera nel/per il paesaggio), l’idea di inverare un’architettura della soglia (al limite tra terra, acqua e aria), la sensibilità di immaginare un manufatto ibrido meccanico-zoomorfo (in parte simile a una nave, in parte levitante come un aereo, in parte fluido e dalla pelle madreperlacea come un organismo marino). 

Inoltre non emerge con chiarezza che Piano è stato capace di convertire in una dimensione poetica un incarico che aveva una motivazione meramente promozionale (per dare lustro al committente) e di marketing territoriale: creare un centro sulla costa cantabrica capace di confrontarsi alla pari (contrapporsi?) con i noti interventi di Bilbao e San Sebastian. L’incarico gli fu, infatti, affidato nel 2010 da Emilio Botín (presidente della Fondazione omonima e del Banco Santander, una delle banche più importanti del mondo) con un budget rilevante e lasciando totale libertà espressiva a RPBW e ai suoi partner spagnoli della Luis Vidal Arquitectos.

Infine, essendo entrambi maestri indiscussi, avrebbero potuto aprirsi a valutazioni ulteriori su aspetti della contemporaneità, non solo dell’architettura. Ci si sarebbe aspettato analisi su problemi di compatibilità eco-sistemica tra urbs e natura (che spesso conducono allo sfascio del territorio e dei paesaggi), sulla condizione sconfinata delle periferie delle megalopoli (contrapposta alle prospettive d’evoluzione organica della città occidentali), ragionamenti sui nuovi orientamenti tecnologici e linguistici in grado di superare la fase dell’architettura ‘muscolosa’ e autoreferenziale, illustrando anche le complessità amministrative ed economiche che un progettista deve affrontare. 

Piano si sofferma poco anche sul tema della rigenerazione urbana, eppure il Centro Botín è un edificio sospeso sull’acqua sulla baia di Santander che recupera e valorizza la preesistente vasta area portuale, con intervenenti sulla viabilità e sul sistema dei parcheggi (interrati), che realizza un parco e  pedonalizza l’intera chilometrica banchina.

Per Piano le valutazioni e le attenzioni sono prevalentemente sul livello dell’immagine, evidenziando la dimensione estetica e tecnologica (ripete spesso che il concetto di techne è legato a quello di poesis). Questo aspetto è evidente anche nella mostra The Island, appena inaugurata alla Royal Academy of Arts di Londra, sintetizzabile in un modello immaginario di città (appositamente progettata da Piano stesso) che riunisce 102 suoi progetti  in una logica di sole relazioni morfologiche e percettive.

Forse, però, pretendo troppo da un progettista che dell’understatement e della riduzione all’essenziale ha fatto una bandiera del proprio operare, e che si esprime mirabilmente con i suoi progetti. Questo documentario è la riprova che la lettura critica della propria poetica non debbano farla i diretti interessati. 

Finora Piano si è salvato da processi auto-celebrativi, speriamo non inizi a farlo ora. Lasci   ad altri l’interpretazione della sua poetica come ha saputo fare molto bene Studio Azzurro ai Magazzini del Sale (Fondazione Emilio e Annabianca Vedova), in concomitanza con  la XVI Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, un’ideale circumnavigazione del suo mondo attraverso otto mirabili realizzazioni in ambito marino.

Dopotutto, afferma Renzo Piano: “diventi un architetto per cambiare il mondo, non per sedurre”.

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