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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – GIUGNO-LUGLIO 1968 – di Arcangelo di Cesare

Ci sono fascicoli della rivista destinati a restare nella storia della critica architettonica e quello di luglio 1968 è sicuramente tra questi.

Già nel titolo troviamo l’essenza della dedica, quell’“omaggo a terragni” scritto su tre righe in cui, in quella centrale, si evidenzia quell’”IO A TE” che è il riconoscimento migliore che Bruno Zevi potesse fare al maestro del razionalismo italiano.

Terragni era morto il 19 luglio del 1943 e 25 anni dopo la rivista decise di dedicargli, come gli accadeva raramente, l’intero numero; sarà questa la prima seria divulgazione del suo lavoro.

Si era aspettato forse troppo ma bisognava attendere quella necessaria maturazione che permettesse di rivedere quegli edifici, gremiti di simboli del regime, con occhi diversi.

Terragni era architetto versatile, pragmatico e intenso: non aveva la forza teoretica dei maestri tipo Le Corbusier, Mies o Wright ma attraverso quella personale vena ludica e poetica riuscì lasciarci capolavori assoluti. Nato a Como, nella sana provincia italiana, cercò nella vita alcune idee: ne trovò una giusta e una sbagliata, l’architettura e l’involuzione fascista. 

Le identificò.

Ebbe la possibilità di costruire molto per il regime, poi, partendo in guerra sul fronte russo, capì la grande contraddizione tra architettura e fascismo.

Non poté più riscattarsi perché la guerra lo batté sul tempo; prima della morte visse un periodo di smarrimento e sconforto generato dall’aver finalmente capito l’errore. Era ormai troppo tardi e il senso di colpa lo attanagliava sempre di più. 

Meticolosissimo nello studiare gli accostamenti di un pezzo all’altro, nel curare gli incastri e i giunti, nel proporzionare le dimensioni e nel rilevare i distacchi con tagli di luce, riuscì a definire un’architettura che costrinse tutti quelli che lavorarono dopo di lui a sperimentare sempre di più nuove forme e nuove composizioni.

Fu la vittima più illustre dell’irrazionalità fascista; pose fine alla sua esistenza, come architetto e come uomo, come solo i grandi personaggi sanno fare: pagando di persona.

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