presS/Tletter
 

Per una giusta dose quotidiana di disincanto, via orale o supposte … – di Eduardo Alamaro

E’ passato un po’ di tempo. Son passati più di quattro anni dal 4 aprile 2014, quando segnalai su questa presS/Tigiosa PresS/Tletter il lavoro di Peppe Pappa, artista visivo napolitano da ascrivere tra quei coraggiosi oltreGiani moderni che assunsero su di sé il ruolo ingrato di pubblico accusatore senza macchia. Di colui e coloro, cioè, che svelavano l’inganno dei poteri e dei potenti. Dell’usura e delle banche (dell’arte). Quel ruolo che – ab initio dell’avventura, nell‘800 – fu del Zola del “j’accuse”. E che poi fu di quelli del riordino moderno del mondo: avanti popolo!!!.

Peppe Pappa (Napoli 1941) fa parte di quella leva militante (e talvolta pseudo-militare) degli anni ’60 che tradusse e condusse Napoli alla tematica della morte dell’arte. Amen. Essa si esprimeva soprattutto nel superamento della esperienza artistica quale eredità di alcuni aspetti dell’avanguardia storica: dada, surrealismo, costruttivismo, ecc. ecc. … e quindi come esigenza di un superamento dell’Arte dell’IO nella creatività più ampia del NOI, per una socializzazione dell’immaginario, con uno sfondamento nelle masse, nel mitico “Sociale” di quel tempo che fu (e che forse fa ancora, non so). Misteri del signo e del Signore. Pregate e non fregate, fratelli. 

Erano “i nostri” (Lu.ca e A.B.O. in testa) simpatici credenti (forse cristiani, certo non demo-cristiani), impegnati in e per una nuova soggettività liberata dal Vaticano secondo l’Arte; credenti nel gruppo d’azione & comunione quale pre-figurazione, in vitro, di nuovi rapporti umani, sociali e socialisti a parole, sulla parola militante-tante. Comuni, comunali e comunisti, oltre che consumisti, nei fatti e nei fotti. 

Arma pratica molto usata in quel tempo era l’effrazione, lo stupore suscitato dall’azione, la rapina artistica, lo Scandalo, quest’ultima categoria principe; nonché la didattica gramsciana puntuale, l’impegno, il partito che poi partì (chi l’ha visto?), l’agit-azione. Per questa via della purezza, il nemico primo dichiarato -com’è noto- era la mercificazione dell’arte e cioè le gallerie d’arte. A Napoli in primis e in secundis la Modern Art Agency del compianto Lucio Amelio, nel suo genere di grandezza europea e mundial. 

Ancor oggi Peppepappa (una parola, come Pininfarina) afferma che fu lui “a lasciare” Lucio Amelio e non certo il contrario; quando cioè l’Amelio capì che Napoli era un fenomeno sempre-contemporaneo vesuviano (lo steminator Vesevo di Leopardi) da ri-giocare “alla grande”: oltre Eduardo e l’orticello della Ortese, i La capria e Domenico Rea, i Circumvisionisti e i Linea-Sudisti, i De Sica e i Giuseppe Marotta. L’oro di Napoli-sempre stava ora, agli albori di quel “contemporaneo” post ‘68, tra l’America di Warhol e l’Europa di Beuys. Con Napoli al centro, Napoli che fa centro senza muoversi, immobile come sempre, pigra, geniale! 

Ricordo bene quella mattina di primavera del 1980 a piazza dei Martiri dell’arte nostra: tutti in fila per accedere al rito global, tanti ani nostri fa, … poi venne il 23 novembre 1980 e fu il “Terrae motus” …

La bellezza odierna di Peppepappa, quella per la quale sto scrivendo (per quel che vale), sta nel fatto che è rimasto fedele a quel tempo lontano, al tempo del contro il sistema (‘o blocco, come lo chiama ancor oggi Pappa), al tempo di quando eravamo giovani e speranzosi “alternativi”, rivoluzionari. E’ Peppepappa un ancor resistente-residente in Napoli, come sempre. Sempre e comunque contro i padroni, i baroni e i bari di sempre. Contro i ladri di futuro. Ma non demorde, morde ancora, Peppe.

Da buon cristiano -fatto e de facto- grida dai tetti dell’Arte, come indicò Luca (12): “Ciò che avete sussurrato allʼorecchio (nelle stanze più appartate accademiche), gridatelo dai Tetti, perché tutti possano sentire!” E Peppepappa grida ancora (invano), grillo parlante o pubblico accusatore senza macchia e senza fondi! Parole nel vuoto, pare. Ma mai dire Mai, non si sa mai.

Dopo la condizione operaia (vedi nella PresS/T: “Quarto Stato confusionale”, 2014), Peppepappa ha affrontato oggi la tematica scottante della condizione giovanile, dei precari e degli spostati & pestati a lavoro nero: i tanti/e senza nome e senza carte da giocare. Sono stati illusi/e, le carte erano truccate in partenza. Fa, fa, fa … familismo amorale. 

Da qui “La dose (quotidiana) del disincanto”, titolo della sua performance del novembre 2017 allo Spazio Martucci 56 di Napoli, il cui catalogo con dischetto (a cura di Simona Pasquali) è stato presentato nei giorni scorsi.

 Sono arrivato in ritardo al Martucci ‘56, ragion per cui mi sono risparmiato un po’ di dosi del disincanto parlato residuale, non consigliabile, anzi dannoso per la salute e per l’arte. Sono arrivato in ritardo, ma giusto giusto in tempo per l’inizio della proiezione del filmato dell’evento che fu, e che ora è attraverso la registrazione dell’azione del novembre 2017. Essa prendeva le mosse dal famoso quadro di Caravaggio “I bari”, oggi molto social-rigiocato nella via, per la via governativa del duo Salvini – Di Maio (street art by Sirante, Roma).

Il raffinato Peppepappa usa da par suo “I bari” manieristi di Caravaggio soltanto come fondale scenico esteso all’Arteoggi attraverso l’artisfizio suo, riuscito, del prolungamento in campo reale di un tavolo fuori dal quadro. Quadro della disperazione e della speranza dimaiolese d’oggi. 

Costruisce cosi il Pappa una scena essenziale, pulita, godibile, tragica, gustosa, giocosa (soprattutto) pe pe pe … per la presenza (con ripresa-frontale) di due giovani donne che giocano a carte sul tavolo nero minimal, forse acquistato alla Ikea di Afragola, che gola, che gioia. 

Giocano le due amiche senza troppo impegno ed accanimento, anzi distr-artemente, tanto per passare il loro tempo di giovani donne di provincia campana, (si sente dall’accento e dai volti e dagli occhi); donne che hanno voltato le spalle al loro destino secolare “naturale” di solo-madri, mogli e angeli del focolare; donne che hanno studiato, che si son prese “una laura”, che si sono emancipate, impegnate e impregnate di Kultura, (e anche di maniere); che, nello specifico d’arte, hanno studiato Caravaggio e Pelizza da Volpedo, odiato i bari e amato il quarto stato possibile; donne dell’arte campana avanzata che si son poi spostate sulle tematiche post/sociali di Peppepappa & Pippoepluto ma … ma poi si son dette: hamma campà?, quando arriva Lancillotto, quando vinciamo al Lotto senza andare a letto col baro di turno & di torno? 

EEE Lancill8 non arriva, difficilmente arriverà senza trucco e senza inganni: il loro era un sogno democratico, una fantasmagoria, un abbaglio felice: le due giovani donne si sono formate e de-formate nell’arte, si sono incantate e incartate, ma poi … la dura realtà dell’arte campale-campana quotidiana: non c’è posto (fisso o precario) per tutti, anzi solo per pochi, spesso i peggiori e i più traseticci, … per pochi bari e truff-attori doc, di antica razza, …;

Si, si, si: si son rese conto le due, (e di questo parlano giocando le loro carte sperdute sul tavolo immacolato di Peppepappa), che sono state imbrogliate, imbrigliate, …; che sono fuori il sistema reale dell’arte che produce una quantità di spostati (di fatti e di fotti) senza arte e nemmeno p/arte. Giocano allora le due donne artiste-critiche – in questa crudele performance posta tra autonomia analitica dell’arte e condizione sociale contemporanea -, giocano e recitano il loro disin-canto, la dose quotidiana del canto e del discount, chi paga il conto? Chi paga i danni? Facciamoci nel frattempo un self, facciamoci una partita a carte …. parliamo tra donne, …   

Peppepappa (una parola, ripeto, un marchio di successo, come Pininfarina) è stato coraggi-uso, ha dato loro una chance, una sedia e un tavolino scenico; ha ben architettato la scena del suo dramma-performance, (“la macchina performatrice”, come ben dice in catalogo il Taccone, meglio sarebbe: “macchina visiva perforatrice”) ma … 

… ma non aveva fatto i conti con le due donne performer, che disinvoltamente, naturalmente, come in un film neorealista o nel teatro di Eduardo, si son prese & riprese da sole, (‘o sole loro, ‘o sole mio) la scena, la loro scena; ciò perché le due forse-pie donne dell’arte fottuta campana (e non solo) hanno recitato sé stesse, la loro condizione “critica” nella critica d’arte d’oggi, usando soltanto come fondale scenico il quadro di Caravaggio. Quadro della disperazione e della speranza d’oggi. Mondo crudele, destino cinico e baro, diceva a suo tempo Sara Gatti!!

Con questa rilettura de “I bari” Peppepappa si conferma fine analista visivo, elegante e senza sbavature come sempre, acuto artista politico non politicante (meglio se non parla, meglio se non si fa attorniare dai suoi amici parlanti d’Epoca, una frana). Spero, mi auguro, che vorrà affrontare in un prossimo appuntamento la condizione migrante d’oggi, esplosiva e decisiva, come le prossime scadenze politiche elettoreali e sovranisteggianti confermeranno.

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