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Per un Museo dichiaratamente commerciale … – di Eduardo Alamaro

Ammore eterno! Amo l’Architettura, specie se ‘ngrata e Krudelia, … aaamo Prestinenza e la sua competenza, amo la PresS/Tletter con la Mela secca doc, …. amo le arti molto applicate, decorative et industriali ‘800, amo il Loosso dell’Ornamento è diritto, …; amo i nobili musei storici italiani nella loro trasformazione “commerciale” odierna, …; amo la vecchia rossa Romagna, (etichetta nera) e la città di Faenza con ceramiche d’arte da sempre, specie se si vendono. Comprare per credere.

E … e a Faenza si tiene biennalmente la mostra-mercato all’aperto “Argillà”, ceramiche da passeggio; una sorta di festival della ceramica con-creta d’oggi, edizione – a inviti d’espositori selezionati – quest’anno particolarmente riuscita, pare. 

Nella tre giorni dell’Argillà 2018, che si svolge da oltre un decennio nel centro storico di Faenza, lungo il corso Baccarini, fino alla assoluta piazza rinascimentale, si son confrontate di fatto due Faenza-futuro: quella chiusa e autoreferenziale dell’Arte (antica – moderna et contemporanea) del MIC (Museo Internazionale Ceramiche fondato nel 1908, l’ultimo dei già Musei artistici industriali & commerciali italiani dell’800 e … e la Faenza leggera di domani, “a portata di mano e di borsellino”, dell’Argillà popolare (e forse anche populista, non so … tutto bolle e balla nel pentolone d’Italia). 

Nonostante gli sforzi e le buone intenzioni per fare un buon mix di caffè-latte, le due Faenza (a pacchetti d’élite per pochi versus i molti fusi e sfusi d’oggi), non comunicano, ancora. Insistere per esistere. Confronto diretto, petto a petto, core a core, cer-vello & coltello. Chi prevarrà tra il latte e il caffè keramicoso? Tra gli sconvolti e i coinvolti? Tra i materiali e gli immateriali della CerAvatar?

In verità “le due vie” assolvono a due facce della stessa moneta ceramica faentina: il Museo, anche se si vuol rendere più simpatico e attraente, anche se si vuol contemporaneizzare nell’arte a forza, per sua natura rimane sempre un linguaggio escluso ed esclusivo, “difficile”, specialistico, interrogativo, per pochi eletti paganti ed appaganti, o con biglietto omaggio, cultura crudele. 

Per come è concepito il Museo oggi, specie quello contemporaneo in arte (che anche nelle forme architettoniche s’è fatto sempre più autoreferenziale e “d’autore”), non riesce a raggiungere una larga fetta di pubblico medio e quindi a diventare realmente di Tutti, utopia moderna che fu (e che le tecnologie informatiche & social possono rilanciare). 

Ragion per cui il Museo pare quasi sempre drammaticamente vuoto, vuoto a perdere pubblico, (come il tristanzuolo “Madre” di Napoli, tutto a carico del contriBUEnte regionale). E ciò è un gran danno perché Tutti votano (o possono vuotare e valutare) nelle democrazie del popolo sovrano (e forse sovranista), come è bene (o mal comune) noto, anche a nuoto migrante p.v. Si salvini chi può! 

Questo inghippo di politica museale non avviene (solo) per malafede programmatica, ma per pigrizia, per autoreferenzialità cronica, per tradizione, paura e furbizia; per mantenere una rendita di posizione antica di casta e castulella corporativa; per mancanza di prospettive e di cultura innovativa. Insomma: per troppa arte, poca industriosità.

Tutti i Musei appaiono oggi in riformulazione emergenziale, si danno un gran da fare per essere più attraenti, si profumano, si imbellettano, si aggiornano meritoriamente nella comunicazione: spesso si futilizzano” ad arte scenica, per dirla alla Totò, (seguo molto la trasformazione in corso d’opera del MANN, il famoso Museo Archeologico di Napoli, oggi a direzione Giulierini da Cortona) ma … 

… ma quelli come il MIC di Faenza sono però musei molto delicati e speciali, del tutto atipici, liberisti e liberali doc, antistatalisti per vocazione, mixati e migranti nelle merci all’origine in-controllata, non irreggiment-abili, non omologabili, molto difficili da condurre. Musei di molti per molti, tendenzialmente di Tutti per Tutti. Altrimenti diventano “normali” musei dell’arte, reparto ceramica, se …

… se rinunciano, come hanno fatto nel tempo per allinearsi alle compatibilità del ‘900 d’Italia, alla loro spina dorsale scandalosa del‘800, eredità da grande Esposizione, a ciò che fa ora scopertamente l’evento Argillà; cioè alla Galleria commerciale, alla mostra (e vendita) del prodotto contemporaneo, alla Rinascente dell’arte, finanche al supermercato contemporaneo, base essenziale di tutti i “malfamati” Musei-officina (officina del pensiero e dell’azione insieme) di questo tipo.

Riformare o affondare l’attuale assetto teorico-pratico del MIC della Faenza dell’arte? Passare la palla di pelle maiolicata dagli artisti da Galleria alla Galleria degli artefici nell’attuale passaggio globale? Riuscirà l’Argillà commerciale all’aperto ad aprire una breccia di cittadinanza, una porta d’Emergenza, nel fortino blindato dell’arte del MIC?, ad aprire la MIC/comm.? 

O il MIC di Faenza se ne andrà ancora una volta (come avviene dal 1938) per la sua consueta e consunta strada degli artisti (spesso illusi et assistiti), com’è più probabile, salvo auspicabili sorprese d’artefici e imprenditori credenti d’oggi? 

Necessita comunque e or dunque dare nuovo senso comune e comunale d’impresa museale a ciò che avviene nella Faenza ceramiche & d’arti e mestieri al plurale. Ad operare un salto di scala dimensionale delle tematiche, oltre (e a/traversando) il Museo strettamente detto, così come è stato fatto e rifatto. Potrebbe essere l’auspicabile salto nell’Argilla plus stabile, in nuce. In possibile luce! Gesù, fate luce!

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