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Mario Perniola: Oltre l’arte e il design, 40 anni dopo – di Eduardo Alamaro

Tutta colpa del vecchio Marcuse o/e delle Marcu-sedizioni del mio amico poeta, organizzatore culturale e fine letterato Alessandro Carandente di Quarto di Napoli (ossia di: ‘Nu Quarto ‘e Napule metropolitana p. v.). 

Nei giorni scorsi, a sorpresa, il caro Carandente, che non vedevo da molti lustri mal lustrati, mi ha chiesto il testo di una lontana mia intervista a Mario Perniola, perché stava preparando un fascicolo della bella rivista “Secondo tempo”, interamente dedicato al pensiero del geniale Mario Perniola, “morto a gennaio, come forse saprai”, concludeva la sua mail. 

“No, non ne sapevo niente, ma sei sicuro ch’è morto?”, risposi incredulo. Aggiunsi: “Avevo notizie di un convegno con Perniola a maggio scorso, a Roma, all’Università. Dovevo andarci anch’io, ma poi non ne seppi più niente. Forse m’ero sbagliato: era in memoria e suffragio accademico di Mario Perniola, avevo capito male.”

“Comunque, a prescindere,”, conclusi svelto sempre-mail: “… credo di avere ancora l’intervista da qualche arte e p-arte. La cerco, te la mando senz’altro, se la trovo”. Penosamente e faticosamente l’ho ritrovata in archivio, chiusa (pensavo per sempre) in un pacco polveroso con la sigla a pennarello “QdL” sul dorso. Un tuffo nel mio passato & trapassato. Sono andato così dritto dritto nel c’era una volta … 

… c’era una volta il tempo della tarda Modernità in cui in Italia s’agitava la classe operaia con i Lavoratori. Tanto strutturati e (pensavano) socialmente centrali che avevano persino l’ardire di titolare eroicamente un loro Quotidiano. Il “Quotidiano dei Lavoratori”, appunto. 

A questa testata, QdL, che costituiva allora una prospettiva politica, quella di DP, Democrazia Proletaria (della quale il QdL era partecipe espressione, ma non “organo”), collaborai per un triennio “culturale”. 

Ciò a partire dal 1980, quando mi recai alla Biennale/architettura di Venezia e scrissi della “Via Novissima” al post/modern di Portoghesi. Da allora l’Ornamento e lo Stile non furono più delitto ma diritto, sdoganati. Fine del proibizionismo, decorare (anche via orale) si può! Addio L’oos, molla finalmente l’osso. Addio modernità pura e nuda: ‘nguacchiammoci, ‘mbriaccammece, … ‘a vita è ‘nu muorzo, mordiamo, godiamo!!

AAAlamarcod che … che proprio in quella occasione presi contatto con Fabio Bo della redazione culturale romana di QdL, molto vivace, molto giovane … e da allora s’instaurò una bella collaborazione settimanale. Tutta militante-tante senza soldi, tutto gratuita-mente ma gaudente, s’intende, gente! In compenso però ebbi visibilità stampata, molti sensi & consensi et occasioni di viaggi e conoscenze. 

A DP – QdL, in via Cavour, non lontano da stazione Termini a Roma, avevano pochi soldi e molta passione, nonché molto amore per l’Avvenir. La classe operaia pareva in vista di un illusorio Possibile Paradiso. Terzo o quarto Paradiso, non saprei dire ora.

AAAlamarcord che … che eravamo tecnologicamente molto arretrati, al QdL edizione settimanale; il formato era rettangolare, 29 per 43 centimetri, la carta scadente, oggi impresentabile, ma allora non ci si faceva molto caso, valeva “la sostanza”, (quelli de “Il Manifesto” e di “Lotta continua” stavano tecnologicamente molto meglio, erano più “IN”). 

Certe volte riuscivo a dare gli articoli in tempo per il “fuori sacco” postale da Napoli per Roma, ma più spesso, quasi sempre – non lo si crederà oggi, nei tempi di trasmissione immediata internet – dettavo gli articoli, spesso lunghi, per telefono a Fabio Bo, a Roma. Quello li trascriveva a mano dalla mia viva voce, punti, virgole e punti interrogativi compresi; poi Fabio li batteva a macchina, Lettera 22, per passarli al proto che li faceva ribattere per la stampa. Che giro, che tempi archeologici!

In questo clima nacque spontaneamente, dal vivo, nella prativa giornalistica, l’idea delle interviste, che ebbero un bel successo per l’autorevolezza degli intervistati (che si passavano “la voces”). Spesso infatti esse furono poi riprese in libri, come, ad esempio, proprio quella a Mario Perniola, ripubblicata in “Paesaggio Metropolitano”, (Feltrinelli 1982, pp. 70 – 75, ndr).

Dedicavo molto tempo e cura alle interviste. Sbobinavo e ripulivo, editing molto apprezzato. Solo per questo motivo meriterebbero di essere ripubblicate in un libro del “com’eravamo”. 

AAAlamarcord che … che quella a Mario Perniola fu proprio la prima intervista che feci: uscì nel QdL del 30 gennaio 1981; poi seguì quella a Enrico Crispolti sull’Arte nel sociale, QdL, 20 marzo ’81 (recentemente Crispolti me l’ha chiesta per un suo libro); poi fu la volta del sociologo tedesco Klaus Rath, che avevo incontrato sulla nave, al ritorno da Palermo, bella nottata verso Napoli; poi l’intervista a Mario Costa, QdL del 26 giugno 1981; spettacolare e molto indovinata quella ad Achille Bonito Oliva nel QdL del 10 luglio 1981, intervista che fece molto rumore per cui, sul numero successivo del QdL, 17 luglio 1981, “curai” l’introduzione alle varie “risposte” giunte in redazione. 

Fu l’intervista più divertente quella ad A.B.O. già viaggiante sui ritmi televisivi, … sciolto, quasi liquido napoletano. Ricordo che conclusi l’intervista con questa giocosa domanda: “Vuoi lanciare un messaggio ai Lavoratori dal loro Quotidiano?” E quello, senza pensarci su un attimo, trans-expres-samente disse lapidario: “Amo l’arte e i lavoratori, Odio i lavoratori dell’arte”. 

Poi seguirono tanti altri “interlocutori scelti” per le interviste …; di Napoli nessuno, sarebbero stati solo ‘nciuci e “cavalli di ritorno”. Forse no, ricordo che intervistai Lucio Amelio per la questione nazionale del quotidiano “Il Mattino” di Ciuni e la P2, con la defenestrazione del mite Vitaliano Corbi, critico d’arte inviso però all’Amelio. L’articolo (del luglio 1981), titolava simpaticamente così: “Quando la P2 diventa opera d’arte”. 

L’Amelio Lucio non gradì molto. E così seguì un altro mio a fondo per il QdL che titolava: “Il cigno di Napoli”. Tutto ciò, ben s’intende, mentre a Napoli-metropoli partiva l’arrembaggio per “la Ricostruzione” post terremoto ’80, nonché il “Terrae motus” dell’arte di Lucio global. E ancora, per bilanciare le parti d’Italia nord-sud, partì la Milano da bere, e anche la Lega Nord di Bossi celodurista che… che non aveva tutti i torti, le torte, le paste e le sfogliatelle d’autore da mangiare, ahumm! 

Insomma, come dire ?, tra vita e malavita, “aravo” il campo di ciò che si muoveva nella cosiddetta “condizione post/moderna” … nelle nuove sensibilità artistiche trans e post avanguardia. Questo attivismo del QdL cultura non fu tanto gradito al cattolico-frontista DP Mario Capanna da Milano, … ma da Roma-Sud (Mimì Jervolino, Russo Spena), difesero politicamente “la linea” e l’autonomia culturale del QdL … 

… tante furono le inter-viste mai viste sul QdL operaista e tanti gli interventi critici d’arte, andando per mostre e performance indirizzate a una “socializzazione dell’immaginario” (in questo senso ricordo ora una intervista, lunga e puntuale a Renato Nicolini, che però pubblicai sulla rivista di design “Modo” di Milano, che pagava bene; e un’altra ad Alberto Abruzzese dal titolo esplicito “Oltre la cultura della partecipazione, nella cultura del profitto”, per il catalogo della mostra: “Le figure, le scene, la città /1”, Napoli 1982, e … 

… e tanti furono i miei viaggi nella produzione e distribuzione dell’allora “nuovo immaginario” (anche d’architettura), …: tutti viaggi in treno, seconda classe operaia e operata, spesso a mie spese, soddisfatto e non-rimborsato …; soprattutto seguendo “quelli” del teatro sperimentale, come a Varese per “Ultimi Segnali”  (ricordo all’uopo l’intervista a Giuseppe Bartolucci, QdL 21 gennaio 1982) e/o seguendo le attività, in quel tempo molto interessanti, dell’arte sociologica: Fischer (“Artisti meno, artisti tutti”, QdL 20 – 11- ’81), Fred Forrest, Carlos Ginzburg, e dell’argentino de Roma Zabala (“L’arte è un carcere”), ecc … ecc… ; anzi credo che sia stato proprio Horacio Zabala a presentarmi al suo amico e “guida” teorica Perniola.

Andai così quel mattino a casa sua, da Mario Perniola, nel centro di Roma; mi ero ben preparato, come ad un esame. Appoggiai sul tavolo il registratore, un Philips portatile, molto comodo e solido, col filo del microfonino esterno, e partimmo per l’intervista. Non c’erano computer, telefonini, smatphone, facebook, twitter, google, nulla. Non c’era quasi niente per comunicare, tranne la parola registrata, che aveva ancora una sua residua autorevolezza, come ai tempi di Benedetto Croce alla Costituente.

AAAlamarcord che … che Perniola parlava con molta precisione, da professore qual era, come un testo stampato dell’ara Gutenberg. Era magro, taglia media, cordiale, elegante con uno svelto pullover a giro collo, beige, mi pare, Perniola. Ricordo che a ogni mia domanda seguiva un suo breve silenzio, la sua concentrazione sul punto richiesto era massima. Si sforzava di essere sintetico ed efficace, poco professorale; di rendere cioè il suo pensiero in pillole o supposte, per i Lavoratori della cultura.

Nel corso dell’intervista, ad un certo punto, proprio su una mia domanda sulla società dei simulacri, Baudrillard e il “pensiero negativo”, stava rispondendo quando mi disse, contrariato con sé stesso: “Scusa, stop col registratore, cancella: rifacciamolo, non è venuta bene, non è chiaro quel che dico: non è chiara la differenza tra il mio pensiero e quello di Baudrillard … ”, come fosse la ripresa di un film, la Perniola Film Art. 

Poi disse, convinto, definitivo: “Tutto sommato il lavoro di Baudrillard si muove all’interno della problematica della trasgressione e può essere considerato come uno sviluppo della tradizione francese. Il suo limite consiste proprio nell’impossibilità di uscire da questa problematica trasgressiva e negativa che risale a Sade e, attraverso i cosiddetti poeti maledetti, arriva fino a Bataille. Invece sento la necessità di una svolta e di una valutazione molto più positiva della società post-moderna. A questo proposito citerei Benjamin: “Non bisogna farsi illusioni sul presente, eppure dichiararsi a favore di esso”.

AAAlamarcord che … che alla fine dell’intervista ci mettemmo a parlare un po’, prima di andare via. Mi sorprese il suo interesse antropologico, di filosofo esteso alle feste popolari dell’area vesuviana, in particolare per i fujenti della Madonna dell’Arco. Mi disse che ogni anno si recava lì, al Santuario a Sant’Anastasia, il lunedì in Albis, per vederli in azione, in commozione, in scena, i fujenti, della Madonna, quelli con la fascia azzurra di traverso, di corsa come i bersaglieri … e poi tutti giù per terra, convulsivi, i fujenti, … ‘e fetienti, con devoti & battenti al seguito, stateve attenti!

Oggi, dopo 37 anni, ho riletto quella remota intervista. Mi sono molto intristito per questa “riesumazione” perché sono andato con la memoria indietro nel tempo, a casa Perniola a Roma, quel giorno di gennaio del 1981, all’epoca delle odiose BR. E chi si ricorda più ora di D’urso?, “direttore generale degli istituti di prevenzione e pena presso il Ministero di Grazia e Giustizia, sequestrato dalla BR per un messetto e … e poi rilasciato, dopo gran polemiche “a stampa” e in tv, il 15 gennaio 1981? Nessuno, credo. Tutto passato. Sic transit rumor mundi.

L’ho infine ribattuta al computer, per me e per Alessandro, quella “archeo-logica” intervista a Perniola, oggi defunto. Una prece. Ho premesso ad essa una necessaria introduzione, per collocarla nella Storia. Nella mia storia. Il titolo di redazione che mettemmo allora per QdL è emblematico: “Oltre l’arte e il design”. Il sottotitolo recitava così:L’importanza socializzante del non credere, la società “altra” nei confronti del sapere e del potere, la manipolazione, oltre lo spettacolo e la funzione decorativa della cultura: un incontro con Mario Perniola, uno dei più originali pensatori della “condizione” post-moderna.”

Va bene, basta piangere, basta con l’Alamarcord. Premo il pulsante “invia” del file. Allego anche la scannerizzazione della pagina “originale”, allora stampata nel QdL. Leggo che “il messaggio è stato inviato correttamente”. Tutto Ok, è fatta. Ciao Mario Perniola, non sei passato invano, in me, in Noi.

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