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Dedicato a Bob Venturi. 

Noi architetti abbiamo spesso una visione distorta del nostro lavoro, del suo impatto sul mondo, di ciò che alle persone interessa della architettura.

Aleggia un clima pessimistico, ricco di frustrazioni, per cui l’architetto è incompreso nella sua ricerca, in un mondo volgare che non dà sufficiente importanza alla bellezza, alla architettura, al paesaggio.

Instagram, mediamente, ci restituisce una realtà molto diversa da questa idea. Nelle istantanee voglie di rappresentazione tramite la fotocamera dello smartphone sono leggibili le preferenze della cosiddetta gente comune (che poi è sempre una media, perché ciascuno individuo è sempre a sé).

È vero, la gente comune (la media delle persone) se ne frega di certi dettagli, delle nostre paranoie metalinguistiche, della innovazione formale pura, dei nostri miti formati dai banchi dell’università, coltivati con le principali riviste specializzate, sempre più autoreferenziali comme on dit.

Emerge il desiderio di una architettura integrata col paesaggio, che costituisca spazi ricchi, che stupiscano per l’invenzione e l’intelligenza, che sia piena di senso, nella accezione sia dello stimolo ai sensi che nella precisione degli intenti.

Qualcosa di totalmente diverso da un certo approccio produttivista, funzionalista, che nulla concede appunto al senso, e che ha dominato il pensiero architettonico per buona parte del ‘900. 

E allora, vorrei dire un ultimo grazie a Bob Venturi, che l’aveva capito bene mezzo secolo fa, forse il primo ad averlo capito proprio bene.

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