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La dittatura della bellezza – di Einar Kajmaku

Restauration de la Victoire de Samothrace, une sculpture grecque de l’époque hellénistique représentant la déesse Niké, personnification de la victoire, posée sur l’avant d’un navire. Elle est actuellement conservée au musée du Louvre. La hauteur totale du monument est de 5,57 mètres.

La cultura è lo sbocco di uno sforzo di selezione. Selezionare vuol dire scartare, sfrondare, ripulire, far risaltare nudo e limpido l’essenziale1

In questo determinato periodo storico, nella quale il reale non è ciò che sembra e l’apparenza ha preso il posto della verità, bisognerebbe tornare a quella visione ancestrale dell’architettura secondo la quale la bellezza domina2 poiché è pura creazione umana. Ma la bellezza non deve intendersi come semplice sopramobile da riporre in uno stanzino e spolverare ogni tanto. La bellezza è ciò che muove il mondo e come tale deve essere aiutata ed educata non forzata e stuprata come accade oggi. 

Il terzo millennio non ha potuto nulla di fronte alla disgregazione dei canoni standard nella percezione della bellezza, poiché ciò che si può considerare bello lo è solo perché la maggior parte di coloro che si relazionano con un determinato oggetto riconoscono in esso canoni standard di perfezione. 

Oggi, non siamo forse relegati ad inseguire ciò che rimane del bello solo attraverso una seduzione standardizzata!?  Il “Bello” nel nostro tempo è il suo essere continuamente irresoluto e nella sua irresolutezza riuscire a vedere la peculiarità del percepito e di ammettere la sua ambiguità3. Ambiguità che genera nuovi mostri e nuove dittature, poiché assecondati da inconcepibili visioni di una bellezza effimera, bellezza figlia di una menzogna: gli stili. 

Stili catatonici, che hanno compresso l’architettura solo ad un esercizio formale, ad un vezzo masturbatorio nella quale la tèchne è stato un caposaldo imprescindibile nel processo architettonico, lasciando appositamente l’istoria albertiana4 alla non curanza e al pubblico schernimento.

Abbiamo perso un secolo solo a rincorrere nuove tendenze abbandonando il centro fondamentale del dibattito architettonico. Dibattito che soprattutto negli ultimi anni ha visto il proliferarsi di una metabolizzazione post-moderna perché incapace di accettare la realtà. Abbiamo perso un secolo a rincorre uno zeitgeist che andasse bene per il futuro non tenendo in considerazione la tendenza predominante di questa epoca, ovvero il presente. Poiché è solo il presente a guidare il gusto abitudinario della massa. Massa che non ha avuto colpe, non ha avuto un ruolo rafforzativo all’interno della costruzione lessicale architettonica, ma che ha avuto l’ònere di non essere stata abbastanza educata alla normalità della bellezza, perchè l’architetto non ha avuto il potere di contrastare la cultura predominante del secolo scorso. 

Nel secolo scorso si elogiava la condizione trascendete dei solidi elementari5, ma al tempo stesso si negava l’inquietudine progettuale alla base della strategia nella costruzione del complesso. Questa concezione dicotomica della realtà ha creato fratture tra il percepito ed il percepibile, e poichè l’essere uomo non accetta l’imperfezione del dubbio, ecco che siamo stati costretti ad inseguire un piacere epicureo, nella quale il piacere inteso come soddisfazione di un desiderio non può costituire lo scopo della vita, in questo caso dell’architettura, dal momento che un piacere siffatto è necessariamente seguito dal dispiacere6. Ed ecco che allora la concezione di bello che trovavamo alle fondamenta della costruzione lessicale architettonica, perde peso di fronte alla modernità, divenendo inevitabilmente un piacere, un desiderio di bramosia che non fa altro che accrescere il malessere deformando l’architettura odierna ad un sistema avido, incapace di dare risposte utili alla creazione di un metodo, ma capace solo di dare un piacere edonisticamente imperfetto. 

 

Può quindi l’architettura essere al tempo stesso bella ed utile?

Domanda provocatoria che non genera dibattito ma dubbio. Dubbio, prima di tutto, sulla pertinenza della domanda stessa, poiché in questo determinato momento storico è fortemente anacronistica, ma al tempo stesso soluzione determinante di questo sistema indefinito che sono relazioni dell’architettura col tempo. In secondo luogo, il dubbio come cardine portante del nostro presente per poter affrontare il futuro, perché senza la concezione del dubbio non può esserci bellezza che al suo interno non venga ripudiata e quindi a monte discussa la sua veridicità di fronte al reale. 

Forse dovrebbe essere questo il punto centrale di ogni dibatto moderno. Il dubbio genera bellezza o la bellezza è il risultato del dubbio!? 

Non per forza è necessaria una risposta, ma è necessario un processo che intinga le sue dita nella conoscenza del passato, perché oggi a maggior ragione si è perso il dialogo sul sapere se il dubbio possa essere spunto di riflessione o se il dubbio è lo strumento dell’ignorare ciò che ci circonda.

Allora come si può affrontare il problema della standardizzazione della bellezza? Per Le Corbusier bisogna puntare alla standardizzazione per affrontare il problema della perfezione7, perfezione che durante il primo novecento coincideva con bellezza.

Questa era vero agli inizi del secolo scorso, poiché tanti fattori avevano portato a questa concezione del “bello”, figlia di quel positivismo che ha relegato il mondo sotto una dittatura tecnologica. Dittatura che continuiamo a coltivare giorno dopo giorno, consci del fatto che non siamo più in grado di percepire una realtà, una realtà che può essere solo monodirezionale, solo verso il futuro, dimenticandoci appositamente il passato perché non più in grado di fornire risposte.  Riposte che l’uomo non vuole più cercare perché ha paura di inciampare nel reale

È per questo motivo che la standardizzazione della perfezione è il male del nostro secolo. È l’emblema della massificazione del sapere. Poiché vivendo in mondo complesso, come può si può standardizzare la perfezione!? Tutto ciò è possibile attraverso il continuo bombardamento di immagini, senza avere il tempo di rielaborare, tralasciando appositamente il dubbio alla non curanza del sapere. Lasciando la comprensione all’illusione della conoscenza. 

La stessa illusione è un giudizio8.

L’illusione non è il male moderno, è lo strumento necessario per poter cercare di rimettere in sesto quei pochi cocci che sono ancora in piedi, quei stessi cocci che abbiamo relegato all’interno della storia non hanno più la forza di creare un nuovo linguaggio.

Siamo ciò che siamo nel momento in cui riusciamo a dialogare col passato senza snaturarlo della sua forza visionaria. 

Ma come può il passato aver una forza visionaria!? 

Questo è possibile grazie al presupposto che il nostro essere presente all’interno di uno spazio è ragion d’essere solo attraverso la negazione del tempo, negazione che non vuol dire distacco, ma presa di coscienza di tutto ciò che è stato, tutto ciò che ha generato il passato. Questo non è altro che il presente, il fulcro del nostro tempo, poiché avendo sfondato la sfera del reale si è andata ad a dittataggrappare a quei pochi capisaldi di verità che ci ha fornito il positivismo e tutta la cultura tecnologia che ha composto il nostro tempo.

In questa orgia sintattica che è il nostro presente, riuscire a comprendere i mutamenti di quest’ultimo non vuol dire solo avere una concezione più ampia della conoscenza, ma vuol dire aver interiorizzato il passato, aver compreso il dubbio, e cercato il carpire il futuro.

Ma il senso in mezzo a tutto ciò dove si trova!?

Si trova all’interno del nostro pensare, poiché il cogito cartesiano è reale solo quando io uomo, riesco a far dialogare passato e futuro, fortificando così il valore della bellezza. 

Forse la bellezza non è altro che pensiero.l

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