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Crollo Ponte Morandi, indizi di una crisi che diventa tragedia – di Alessandra Muntoni

Non riesco a riprendere il colloquio con i nostri lettori se non discutendo insieme della sciagura del 14 agosto scorso. Quel magnifico ponte, vanto dell’ingegneria italiana, che durante una violenta tempesta si sbriciola sugli edifici sottostanti provocando 44 morti, lasciando Genova sgomenta e spezzata in due.

Ci ho pensato tutta l’estate e ancora non mi capacito che sia potuto accadere un disastro così grande, tale che rasenta il crimine. Questo evento è un tragico indizio di molte crisi intrecciate, che l’attuale Governo, ma anche tutte le istituzioni che avevano il dovere di vigilare, agire tempestivamente durante tutti questi anni, non sono riuscite e non sono capaci di affrontare se non con litigi rancorosi quanto inutili. 

Anzitutto esso è l’emblema di una crisi istituzionale. C’è una grande confusione tra Governo e Ente locale sulla “distruzione” e “ricostruzione” del ponte, nonché la difficoltà nell’individuare un commissario affidabile per la ricostruzione evitando conflitti di interesse. A quale impresa, poi, affidare l’incarico, anche qui senza conflitti d’interesse o carenza di esperienze?

In secondo luogo, è sintomo di una crisi gestionale affetta da ininterrotta incuria, distrazione e superficialità. Non si trovano i disegni originali, non è chiaro il risultato delle perizie, né se queste siano state fatte a tempo debito o no. 

Vi è poi una crisi tecnica, che coinvolge il tipo di progetto, i progettisti, i costruttori, nonché coloro che hanno avuto l’incarico di gestire quel tronco stradale. La tecnica del ponte strallato è valida? Non è basata sull’azzardo di rivestire con calcestruzzo precompresso i tiranti di acciaio? Il cemento ha una durata di poche decine di anni, è soggetto poi sbriciolamento, impedisce di verificare se l’acciaio interno non si snervi. E i sensori applicati erano veramente efficaci? I dirigenti di Autostrade e del Ministero che erano al corrente delle criticità perché non sono intervenuti? E, tornando indietro, il cantiere di costruzione ha seguito le indicazioni del progetto del 1967 o l’acciaio degli stralli era insufficiente? Il cemento usato era o no di ottima qualità? Ed erano affidabili i tecnici preposti al controllo? Chi ha deciso che fosse possibile sottoporre il ponte a carichi ben più alti di quelli per i quali era stato calcolato? Sappiamo, tra l’altro che lo stesso Morandi nel 1981 aveva presentato ad Autostrade una relazione nella quale segnalava l’aumento assurdo dei carichi e gli effetti preoccupanti della corrosione sui piloni. Relazione, sembra, mai pervenuta al Ministero.

Infine, c’è una crisi culturale: chi potrà ricostruire il ponte? Renzo Piano ha proposto una sua idea e certo potrebbe essere una persona su cui puntare, ma stranamente ha usato per il suo progetto la simbologia della nave. Non si capisce perché un ponte debba assomigliare a una nave. Forse per un grande edificio è plausibile; tanto è vero che la metafora della nave attraversa tutta l’architettura del Novecento. Ma la nave e l’edificio galleggiano sull’acqua o poggiano sulla terra. Il ponte, invece, deve scavalcare in sospensione una zona vuota. La travata del Ponte Morandi misurava 210 metri, una misura ragionevole, ma destinata a sopportare un enorme carico dinamico. E gli altri ponti? Alla mostra Gli architetti di Zevi che si è appena chiusa al MAXXI era esposto il ponte di Musmeci sul Basento. Ebbene, nel filmato che esplorava quest’altro capolavoro dell’ingegneria italiana si vedevano i ferri ormai fuoriusciti dal ventre convesso del ponte. C’è qualcuno che abbia messo in guardia chi deve provvedere alla sua sicurezza?

Nell’Italia in disfacimento, parole come credere, aver fiducia, sperare, devono essere abolite dal nostro vocabolario. Possiamo soltanto e ostinatamente affrontare i fatti con l’azione critica e la verifica permanente. Nessuna ideologia, nessuna mitologia può essere più presa per buona, anche se enunciata da personalità di rilievo internazionale.

Nel caso del Ponte Morandi, allora, nessuna ricostruzione immediata è possibile. Se vogliamo recuperare l’eredità della scienza delle costruzioni praticata dai nostri ingegnosi professionisti, e di Morandi in particolare, è indispensabile un’analisi accurata del “luogo del crimine” per comprendere a fondo le cause di un rovinoso dissesto che si era preannunciato da molti anni e che infine ha prodotto la catastrofe. Per questo credo che l’appello dell’IN/ARCH sia intempestivo, frutto di una comprensibile angoscia piuttosto che di ragionevolezza critica. Dobbiamo invece capire se un eventuale restauro sia possibile, come farlo, a chi affidarlo e con quale procedura. Altrimenti rinunciarvi. Dobbiamo soprattutto capire quale sia la strategia più utile per salvare le esigenze della città e dei genovesi. Intanto è indispensabile trovare modi alternativi per ricostituire una sicura ed efficiente viabilità territoriale che ricolleghi il porto di Genova all’Europa e al mondo. 

Proporrei che la PresS/Tletter e l’AIAC promuova un’azione tesa a far luce su tutte queste questioni. 

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