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Se fossi stato Giuseppe Cappochin – di Daniel Screpanti  

Continuano le finzioni psicoarchitettoniche di DS.
Questa volta DS si sostituisce a Giuseppe Cappochin, Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, alcuni istanti prima di divulgare il comunicato stampa in risposta alla donazione di Piano.
Ovviamente si tratta di una finzione che non ricostruisce, se non con l’arbitrarietà della fantasia, la realtà dei fatti.
 
Se fossi stato Giuseppe Cappochin 

Roma, 29 agosto 2018 – Eppure Piano lo sapeva che non doveva rifarlo. Glielo avevo già detto l’ultima volta, davanti a tutto il Consiglio Nazionale degli Architetti.

In Italia non si regalano più progetti.

Ma è convinto di essere come un direttore d’orchestra lui. Invece di scegliere i musicisti, seleziona i costruttori.

Che nervi. Lo avevo capito già dal suo primo discorso al Senato subito dopo la morte di Claudio Abbado, nel 2014.

Possibile che non capisca che un biglietto per assistere un concerto non scandalizzerebbe nessuno, mentre per un progetto è il contrario.

Perché tanto è una cosetta da niente progettare e ti diverti pure. Sono solo linee, superfici, qualche punto.

E invece, non è facile per niente progettare luoghi di qualità. E lo sa benissimo.

Ma lui invidia la leggerezza con la quale il suono arriva alla gente.

Al contrario, per arrivare alla gente, l’architettura ci mette un sacco di tempo. E deve pure percorrere un tragitto impossibile e accidentato.

Lui non sopporta questo aspetto. L’ansia del sociale la chiama.

Ma perché le politiche professionali non hanno l’ansia del sociale?

Se un povero collega venisse sottopagato, o non venisse pagato affatto per ciò che fa, con quale responsabilità andrebbe a disegnare uno spazio dove vivere?

Dove troverebbe la concentrazione e l’impegno necessari?

Solo nella passione per il mestiere.

Uno l’altro giorno mi ha detto che ormai, avendo famiglia, segue da lontano l’utopia dell’architettura. E non è il solo ad aver aperto un ristorante con la laurea nel cassetto sotto il registratore di cassa.

Io non lo so perché fa così.

Mi ricordo che sempre nel 2014, quando organizzammo la mostra delle sue opere a Padova, disse che occorreva essere diversamente politico in quanto architetto Senatore. Dare l’esempio ai politici. Donando un progetto?

Poteva affacciarsi al Congresso degli Architetti nel suo Auditorium romano.

Almeno avrebbe sentito cosa ispirare ai politici. Macché, mi ha messo in difficoltà.

Io ora che dovrei fare?

Lo critico? Così scavo la fossa della categoria.

Il popolo lo adora per ciò che ha fatto. Finalmente qualcuno che ha seriamente mosso un dito.

C’è il progetto del ponte. Una speranza in una fitta nebbia giuridica, legale e politica.

Dunque? Che situazione.

Se non lo critico i colleghi mi sbranano. Se lo critico è finita per la categoria. Non ci capirebbe più nessuno.

Devo stare al suo gioco.

Devo giocare la sua partita.

Per lui il plastico è solo una pedina.

Dunque io devo sfilargli il tabellone.

In fondo il vero progetto non è il ponte, ma la rigenerazione dell’area del Polcevera.

L’ha detto lui stesso.

Devo spostare l’attenzione dal plastico alla planimetria su cui lo ha appoggiato.

Se considero il plastico per quello che è, solo una pedina, posso riportare al centro i concorsi di progettazione aperti. E se faccio questo, salvo la politica del progetto di qualità dal suo gesto.

Sì solo così posso andare oltre. Perché non serve a nulla una legge per l’architettura se non hai come campo di azione un piano per la rigenerazione del territorio. Un piano che sia finanziato costantemente. Genova può e deve essere un modello da replicare ovunque.

Fammi prendere il telefono. So quale risposta deve dare il Consiglio Nazionale degli Architetti.

Riferimenti

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