CHE COS’E’ UN PONTE? – di ARCHITETTURA MATASSONI

LA NECESSITA’ DI UNA PROSPETTIVA PIU’ AMPIA

 

 

“I dinosauri si sono estinti perché non avevano un programma spaziale”
Larry Niven

Certamente un ponte non è solo una struttura di collegamento; è un atto di coraggio, uno slancio,  è l’assunzione di un rischio calcolato, anzi è la metafora dell’irrazionale pulsione che ci spinge a superare il limite. Un ponte è quell’istinto che ci fa osare e di cui non potremmo fare a meno senza negare la nostra stessa natura. Prima dell’ingegneria, del calcestruzzo e dell’acciaio, fatalmente un ponte è anche una rappresentazione della condizione esistenziale umana con la sua precarietà e il coraggio che richiede dai quali nostro malgrado, non si può prescindere!

Quello progettato da Piano per sostituire il Morandi invece è solo un viadotto che se realizzato, nel migliore dei casi sarà un segno elegante nel territorio. Del resto si tratta di  un’idea già sperimentata in un precedente quasi identico costruito ad Ushibuka, in Giappone.  Anche là, Piano ha progettato un impalcato sostenuto da pilastri e sollevato su appoggi puntiformi. Anche quello ha la sezione delle carreggiate in acciaio a forma di “carena di nave” e i deflettori sui bordi per deviare il flusso del vento ed entrambi, è del tutto evidente, sono stati concepiti in sezione.

 

il viadotto costruito di Ushibuka – immagine di Kenta Mabuchi

 

E infatti Piano non è un costruttore di ponti e pensandoci bene, probabilmente non può che progettarli così perché è il suo stesso metodo a condurlo verso quest’impostazione basata sull’idea espressa in sezione. I notissimi schizzi verdi iniziali evidenziano bene questo tipo di approccio adottato per tutti i suoi lavori. Poi, il processo progredisce beneficiando di una grande sensibilità tecnologica per i materiali e i loro accostamenti e di un’attenta organizzazione gerarchica degli spazi; poggiando su alcune idee di base come la trasparenza e la leggerezza esso ha prodotto i migliori risultati nella tipologia dei musei a padiglione che vi si adattano particolarmente bene.

Insomma sarebbe stato ingenuo, aspettarsi da lui forme tridimensionali emozionanti o concetti statici innovativi come quelli avanzatissimi dei progetti di Musmeci, di Morandi stesso o anche del contemporaneo Calatrava, al cui confronto però purtroppo la struttura trilitica proposta – il vetero sistema pilone-trave come lo chiamava Musmeci – anche se disegnata bene, appare concettualmente davvero grezza.

Tutta la vicenda evidenzia ancora una volta che la caduta peggiore è avvenuta in silenzio e molto prima di quella del Morandi; é quella dell’idealità e della fiducia nel futuro. Essa si misura con lo stupore che si prova oggi, al pensiero che già alla fine degli anni sessanta potessero esserci Committenze e Progettisti così arditi e visionari da realizzare opere come il viadotto di Potenza (un viadotto anche quello ma rivoluzionario!). Una crisi tipicamente postmoderna certo, che però in Italia è più evidente che altrove, e grave perché si traduce in una riduzione progressiva delle aspettative.

 

scorcio della struttura a membrana del viadotto di potenza progettato da Musmeci – immagine di nEmo Gruppo

membrana tesa – immagine di Emanuele

il ponte strallato che Calatrava ha costruito a Gerusalemme – immagine di Little Savage

il ponte di Gerusalemme – immagine di Petdad

 

Il progetto di Piano è certamente il frutto di un mestiere consumato e di un uso razionale delle risorse, ma è timido. E’ privo dello slancio che a un ponte non dovrebbe mai mancare!

Un paese che non avesse avuto gli assurdi sensi di colpa, le inefficienze e la crisi culturale che ha l’Italia oggi, avrebbe ricostruito velocissimamente un’opera di carattere più o meno ordinario (forse addirittura a tempo determinato)  al solo scopo di riattivare la normale fisiologia della città ma nel contempo, iniziando anche la preparazione di un progetto ambiziosissimo. Un nostro ground zero.

 

“metropolis” di Frits Lang, 1927 – James Vaughan

 

Insomma ci si deve rendere conto che in circostanze del genere non basta una soluzione efficace ma bisogna rilanciare.

Ci vuole qualcosa che catalizzi l’attenzione dei media e stimoli l’immaginario collettivo, qualcosa che valga bene anche i suoi eventuali costi elevati perché in certi casi non si può ragionare solo in termini strettamente utilitaristici. In certi casi serve un’icona, una “gestalt nazionale”, come lo sono state a suo tempo le piramidi e gli obelischi, i templi e gli archi di trionfo, le cattedrali, il Crystal Palace, la Tour Eiffel o il ponte di Brooklyn. Costruzioni affatto prosaiche e la cui esistenza non è quasi mai giustificabile con le necessità funzionali.

Come al solito, ci vorrebbe più visionarietà e molto, molto più coraggio! Eppure l’essere umano è impastato di questo coraggio e se non l’avessimo avuto non avremmo mai attraversato mari o acceso fuochi e forse non sarebbe mai nata alcuna civiltà.

E così, mentre in Italia anche solo ricostruire un ponte è difficile, per fortuna in giro per il mondo c’è gente che si appresta a guadagnare miliardi con alberghi in orbita o pianificando viaggi su Marte. E allora costruiamo pure il ponte di Piano, purché si ricominci subito a costruire “ponti”!

 

1 Comment

  1. Giovanni 08/07/2019 at 19:50

    D’accordo, anzi di più, su tutto.
    Vorrei solo permettermi una annotazione “politica”: se “destra” è conservazione dello status quo e “sinistra” desiderio di trasformazione, quello slancio che tu, che noi, come Calvino (basta ricordarne le parole della canzone “oltre il ponte”) e come Musmeci, pensiamo essere “forma e intima sollecitazione” della costruzione ponte, visto a 360° gradi il panorama politico, è difficile non pensare che sia solo una bella illusione il voler credere che si possa aprire un capitolo diverso.

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