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Spazio e non spazio ebraico – di Alessandra Muntoni

Tra le tante importanti iniziative dedicate a Bruno Zevi nel centenario della sua nascita, 1918-2018, voglio segnalare come viatico ai lettori della presS/Tletter la ristampa di un suo libro, piccolo di dimensioni ma denso di travolgenti contenuti: Ebraismo e Architettura, edito da Giuntina a cura di Manuel Orazi. Si tratta della raccolta di una serie di scritti pubblicati tra il 1974 e il 1998, tra i quali emerge proprio l’ultimo: Spazio e non spazio ebraico.

Ne traggo una citazione di Heschel: «L’insegnamento dell’ebraismo consiste nella teologia dell’azione comune. L’interesse di Dio è per il vivere di ogni giorno. La sfida non sta nell’organizzare grandi sistemi dimostrativi, ma nel modo in cui gestiamo il luogo comune» e il commento di Zevi: «Per l’artista ebreo. cos’è l’ansia del tempo? Riflette un’angoscia esistenziale, emana dal dubbio, dall’insicurezza. Nessun luogo del mondo è immune dall’antisemitismo, nessun luogo è sicuro, neppure la terra d’Israele. Smarrito, l’artista ebreo vive in uno stato d’incomunicabilità, non può illudersi, non c’è nessun rifugio, neppure nell’ambito della cultura». Desunto dalla propria diversità, dice Zevi, l’ebraicità è spaesamento, estraneità, disidentificazione, mancanza di topos, di dimora, sgretolamento di ideali. Una condizione che ormai appartiene a tutto il mondo. Ecco perché l’architettura di tanti architetti ebrei è oggi così importante, dall’espressionismo di Mendelsohn e di Scharoun al tormento linguistico di Meier, alla corrosione che del linguaggio fa Eisenman “spogliandone le parole”, fino alla ribellione da ogni vincolo nell’“allegria del casuale” di Gehry. Dopo le due guerre mondiali, non c’è alcuna possibilità di acquietarsi nell’armonia, nell’ordine delle proporzioni, bisogna per forza riferirsi a questo universo delle sconnessioni.  

Ma, sostiene Zevi: «Dall’inconcepibile tragedia sfocia un ottimismo messianico» scandito da tanti architetti che, in modo diverso, hanno saputo trasformare le inquietanti tensioni esistenziali in un patrimonio di speranze. Seppur solo all’inizio di un percorso ancora lunghissimo, trainata dalla letteratura, dalla musica, «la lotta ebraica per l’emancipazione del “diverso” incalza, anche in architettura». 

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