presS/Tletter
 

#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – MAGGIO 1968 – di Arcangelo Di Cesare

Nel fascicolo di maggio 1968 sono presentate alcune opere dell’ingegner Antonio Guacci; tra queste, il tempio Mariano sul Monte Grisa, destò la mia attenzione alcuni anni fa durante un viaggio a Trieste. 

Visibile da ogni parte della città, questa imponente opera, domina lo sky-line cittadino con l’iterazione ossessiva di un triangolo isoscele, capace di diventare matrice della composizione architettonica ed elemento base della struttura in cemento grezzo.

Guacci allievo di Giuseppe Samonà, suo docente alla facoltà d’ingegneria a Padova, fu tra i professionisti che, nel dopoguerra, s’identificò nella lezione dell’architettura organica di Frank Lloyd Wright. 

Sarà proprio in quest’ambito che l’ingegnere individuerà quella particolare relazione tra forma, natura e struttura su cui basò tutto il resto della sua produzione architettonica.

Come spesso accade e come la storia ci ha insegnato a considerarli, quando analizziamo figure professionali di questo periodo, ci troviamo di fronte ad artisti completi; personaggi poliedrici capaci di dominare tutti i linguaggi figurativi, di tenere sotto controllo tutti gli aspetti tecnologici e di spaziare nell’universo delle forme con libertà assoluta.

Nel santuario, come in altre opere dell’ingegnere, la marcata cifra strutturale e l’adozione di reticoli compositivi triangolari, determineranno volumi caratterizzati da una grande libertà spaziale ma difficilmente inquadrabili in uno stile definito; come bene sintetizzò il grande Ingegner Sergio Musmeci che, chiamato a certificare i calcoli statici, disse: “Siamo di fronte ad un’opera in cui è difficile separare i fatti statici da quelli spaziali.”

Riguardando oggi le opere di Guacci ritroviamo sempre quell’originale rapporto spazio-struttura in cui la luce accarezza la struttura più che esaltarla, in cui gli spazi compressi contrastano gli spazi dilatati e in cui l’esibizione della struttura non vuole essere imposizione.

Rileggendo la rivista di Bruno Zevi, mi sono ricordato quella sensazione di tranquillità, quando, in un assolato pomeriggio d’estate, ho visitato quest’opera in solitudine.

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Leave A Response