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Padiglione Italiano alla 16° Mostra Internazionale di Architettura di Venezia – di Massimo Locci

Il tema scelto dalle curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara per la sedicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale è, come noto, l’evanescente concetto di “freespace”; un tema vago cui molti hanno risposto con soluzioni evasive.

Tra i tanti sensi possibili alla parola d’ordine si segnala il ragionamento, efficace e concreto, di Mario Cucinella, curatore del padiglione italiano “Arcipelago Italia”, che si interroga sul “futuro dei nostri territori interni”, spostando l’attenzione dell’architettura dalle grandi metropoli a quello delle aree in via di spopolamento, socialmente ed economicamente emarginate. Dai dati dell’Istituto Cresme, che ha collaborato alla stesura del programma, si fa riferimento al 60% del territorio nazionale in cui vive meno del 25% della popolazione. Ambiti problematici anche sotto il profilo sismico, dove all’emarginazione fisica, anche per difficoltà di connessioni infrastrutturali, si aggiunge la scarsa redditività delle produzioni agricole di alta collina e l’invecchiamento della popolazione. 

Cucinella ha scelto ambiti territoriali in difficoltà, con un trend di decrescita anomalo perfino rispetto alla realtà italiana (fatta di tanti centri storici, variati per dimensioni e collocazione geografica), ma ancor più rispetto alle strutture urbane europee (in forte espansione e sempre più tra loro relazionate). La nostra specificità ha permesso ai curatori di identificarla come uno «spazio urbano nel Mediterraneo», per usare le parole di Fernand Braudel.

Contemporaneamente queste aree interne, spesso carenti anche dei servizi essenziali, posseggono un altissimo patrimonio culturale (artistico, paesaggistico, antropologico, eno-gastronomico, etc) che non si riesce a valorizzare. 

Fare architettura è per Cucinella un’azione politica e di riscoperta dei valori etici, solo indirettamente sottesi dal cosiddetto “Manifesto” di Farrell e McNamara. A Venezia ha messo in mostra una mappa dell’Italia trascurata ma non sconfitta: le varie proposte per i territori interstiziali considerano il rilancio delle aree interne come un tema strategico e concreto per l’intero paese. 

La mostra è suddivisa in tre momenti:

“Itinerari” racconta gli esiti di una call (sono stati inviati 500 progetti tra cui ne sono stati selezionati 65), che rappresenta un dato significativo sulla correttezza dell’impostazione dell’indagine e sulla specificità dell’architettura italiana.

“Futuro” riflette, a partire dai dati del Cresme, sulle strategie e le ipotesi d’intervento in relazione all’invecchiamento dei residenti e allo spopolamento.

“Progetti sperimentali”, affidata a sei studi di architettura (AM3 Architettura, BDR Bureau, Diverserighe Studio, Gravalos Di Monte Arquitectos, Modus Architects, Solinas Serra Architetti). Il curatore ha chiesto loro di fornire proposte su contesti diversi e problematici: il teatro di Pietro Consagra a Gibellina,  la ricostruzione post sisma di Camerino (Macerata), la Casa della salute a Ottana (Nuoro), le foreste casentinesi, Matera e gli scali ferroviari di Ferrandina e Grassano.

Lo ‘spazio libero’ indicato dalle Grafton è stato inteso, in questo caso, come architettura di ‘accoglienza’, nel senso che rende ‘accoglienti’ i luoghi, li migliora e ne valorizza le preesistenze paesaggistiche e architettoniche, e che contemporaneamente che ‘accoglie’ i più sfortunati e i migranti, che da problema possono rappresentare una opportunità per ripopolare le aree in via di abbandono. Un tema di riflessione capace di rimettere al centro la radice etica dell’architettura moderna, con un impegno civile per restituire identità contemporanea ai centri minori, creando senso di appartenenza e integrazione sociale con nuove centralità pubbliche, coniugando in sintesi ‘urbs e civitas. 

“Resterà una visione del futuro – ha evidenziato Cucinella – per dire ai ragazzi che l’architetto non è quello che fa i musei e i grattacieli a Hong Kong ma è un lavoro minuto da fare bene ogni giorno. Io volevo traghettare questa idea che l’architettura è un mestiere orizzontale, che risolve un problema, esprime un tempo. Che si tratti di una facciata di una piccola casa o di una ringhiera, quelle qualità sono equivalenti a fare un grande museo, perché il beneficio che offre è lo stesso”.

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