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Molti, compreso Kenneth Frampton, sostengono che l’ultimo Wright, quello per capirci dei progetti per Bagdad, si faccia prendere la mano, cada nell’arbitrio e perda il controllo della forma. Realizzi, insomma, architetture autoreferenziali, iperattuali, succubi dei diktat della società dello spettacolo. 

Almeno altrettanti pensano lo stesso degli scritti dell’ultimo Bruno Zevi. Non gli si perdona di aver optato decisamente per Gehry, Hadid, la sperimentazione e l’informale. “Finché sosteneva la migliore architettura italiana da Albini a Gardella, la sua poetica dell’eccesso si poteva -secondo questi commentatori- considerare il prezzo da pagare a un lavoro critico serio e originale. Ma poi  è caduto vittima dell’arte per l’arte. Anzi, del decostruttivismo più estetizzante e dell’arbitrario”.

Agli architetti e ai critici di architettura sembra non essere concesso il diritto a uscire oltre i confini a trasformare l’ultima parte del ciclo della propria vita in un faccia a faccia con il concetto di limite.

Operazione questa che è perdonata, anzi esaltata quando a compierla sono gli artisti. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di criticare Michelangelo per il non finito delle sue ultime Pietà che, anzi, sono preferite al troppo finito delle opere neoplatoniche giovanili. O  accuserebbe Tiziano per gli ultimi dipinti eseguiti con grandi gesti, usando al posto dei pennelli le dita delle mani.

Se si dovesse semplificare in uno schema, il modello di giudizio che si applica per Zevi o per Wright è : periodo di formazione – maturità  – conseguimento dei migliori risultati – decadenza senile. Di quest’ultima, per rispetto al personaggio, non se ne parla apertamente ma la si fa intuire. Con il rispetto che si deve ai grandi vecchi per i quali anche il rimbambimento può essere visto con simpatia e con ammirazione per qualche felice intuizione che però non basta a modificare il giudizio complessivo. “ Ah Zevi, fissato con la simmetria”. “Ah Zevi che sosteneva Libeskind e Marcello Guido”.

La difficoltà a confrontarsi con il personaggio nella sua interezza, nel caso di Zevi, ha probabilmente inibito la produzione di testi critici a lui dedicati, almeno sino alle celebrazioni di questo centenario della sua nascita (1918-2018).

L’unico di un certo respiro era infatti la monografia di Roberto Dulio, Introduzione a Bruno Zevi, pubblicata nel 2008, a otto anni dalla scomparsa. Monografia che in tutto e per tutto ricadeva nello schema: uno Zevi condivisibile sino alla fine degli anni settanta, diciamo sino alle sue dimissioni dall’Università (1979), un personaggio sempre più incomprensibile dopo. Geniale ma come quando si usa la parola per prendere le distanze da qualcuno.

Nello stesso errore sprofonda la pessima mostra a Zevi dedicata al Maxxi, dieci anni dopo (2018). Cohen e Ciorra, due personaggi che certo non hanno mai peccato in vita per simpatia nei confronti di Zevi, decidono di affrontare il critico proprio a partire dalle opere di architetti italiani da lui sostenuti. Risultato? La quasi generalità degli edifici presentati vanno dal 1944 agli anni settanta. Ci sono però due eccezioni. Le opere di Ascarelli e di Marcello Guido inserite, come all’ultimo minuto, nella time line degli eventi e non nella sezione dove figurano gli altri architetti. Una toppa questa che sembra essere maggiore del buco che vuole nascondere. Secondo alcune voci Ascarelli e Guido sono stati inseriti in un secondo momento su pressione della Fondazione Zevi che notava lo squilibrio della mostra verso gli anni dal quaranta al settanta. Non possiamo inoltre non notare che mancano altri personaggi. Per esempio Massimiliano Fuksas al quale Zevi fece dedicare una monografia nella Universale di Architettura da lui diretta. Insomma, come Dulio nel suo libro, anche Cohen e Ciorra – e lo si nota anche negli scritti del catalogo che accompagna la mostra- sembrano orientati verso il recupero con riserva. Se Tafuri, negli anni ottanta, lo ha messo in un angolo, in fondo lo ha fatto per il bene dell’architettura. Quanto allo Zevi, che cavalca il decostruttivismo è meglio parlarne  poco.

Zevi, già in vita, lo aveva intuito. Nei suoi scritti ci sono pagine memorabili sui funerali di Michelangelo dove nota che l’Accademia non aspettava l’ora di celebrarlo per omogeneizzarlo, smussarne le asprezze, renderlo accettabile. D’altronde è il prezzo che si deve pagare affinché chi detiene le chiavi di ciò che viene tramandato, attraverso le pubblicazioni scientifiche, le commemorazioni ufficiali e i libri di testo, celebri un personaggio. Insomma il dimezzamento è il pedaggio per entrare nella storia. E in questo senso sia l’ingessato testo di Dulio che la pessima mostra del MAXXI svolgono la loro funzione.

Tuttavia noi tanti ma non moltissimi che di Zevi abbiamo un’altra idea non possiamo non guardare a questa operazione di inscatolamento e de-caratterizzazione con pietà filiale. E proprio per questo vogliamo provare a sviluppare un’altra ipotesi interpretativa che invece di andare dal passato ai suoi ultimi anni, registrando un rimbambimento finale, va dai suoi ultimi anni verso il passato. Ipotizziamo cioè che l’ultimo Zevi, esattamente come l’ultimo Wright, l’ultimo Michelangelo e l’ultimo Tiziano, giunto all’apice della propria apertura concettuale, coroni un percorso di riflessioni con nuove sintesi che sono in grado di fare nuova luce al passato.

A darci man forte in questa tesi sono alcuni episodi. L’ultimo Zevi, per esempio, si da da fare per raccogliere i suoi scritti precedenti e li ripubblica in Leggere, scrivere , parlare architettura (1997). Pubblica Storia e Controstoria dell’architettura in Italia. Lavora a un libro sulla critica di architettura che lascia inedito e verrà pubblicato dopo la morte. Dirige con polso fermo la nuova serie della Universale di Architettura, che completa la precedente. Organizza un convegno sul Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura, preparando un intervento toccante che non pochi hanno interpretato come il suo testamento spirituale.  

L’ultimo Zevi è tutt’altro che uno scimunito geniale, è un personaggio di statura gigantesca che sta rivedendo la sua intera opera per lasciarla a chi la vorrà tramandare, suggerendo importanti chiavi interpretative per non lasciarla solo all’Accademia, che la avrebbe banalizzata. Come appunto hanno fatto Dulio, Cohen, Ciorra.

Vedere Zevi come il sostenitore del decostruttivismo può essere utile o anche fuorviante. Sicuramente Zevi mostra nei confronti del fenomeno, celebrato nel 1988 al MoMA, grande apertura. È attraverso la decostruzione dello spazio che riesce a far fuori le scatolette postmoderne e a fare i conti con Manfredo Tafuri e con Aldo Rossi, annientandone il discorso. Certo, i decostruttivisti sono estetizzanti, spesso, insopportabilmente. Ma senza di loro l’architettura si sarebbe trascinata come puro gioco di maschere, di regole e anti regole, di ironia a buon mercato, di nostalgie per la storia. Pensare però che Zevi sia andato in fissa con la decostruzione vuol dire non aver letto i suoi scritti degli ultimi anni in cui è sempre presente un concetto: che l’architettura moderna ha finalmente abbandonato ogni regola, è diventata un linguaggio aperto, che ognuno può costruire a suoi piacimento con i materiali che crede. È, insomma, una semplice tappa di un processo di liberazione, di un cammino che procede da molto lontano, e cioè dalle caverne. In Zevi infatti le aperture al futuro sono sempre contrapposte a non meno spericolate aperture al passato. Altro che società della comunicazione e dello spettacolo. Siamo di fronte a una grande narrazione: la narrazione dello stare dell’uomo nel mondo. Non immobile a rimpiangere l’Essere che gli sfugge da tutte le parti, come vorrebbe Heidegger, ma come l’eterno peregrinare dell’agire. Un peregrinare in cui ogni regola è creata e subito dopo bruciata, perché è solo vivendo in crisi, in questa continua generazione e distruzione di valore, che l’uomo assume dignità e coscienza di essere tale. È una visone ebraica della vita, che Zevi ha più volte sottolineato nei suoi scritti e, in particolare, in quelli raccolti dalla casa editrice Giuntina con il titolo Ebraismo e Architettura.

Quali sono i due pilastri della ricerca? Perché cercarli altrove dal suo testamento? È là che sono scritti chiaramente. La paesaggistica e il grado zero. Non ci vuole molto a capire che si tratta delle ossessioni di una vita. La paesaggistica è l’evoluzione dell’architettura organica. La certezza che l’opera dell’uomo è incontro e tensione con la natura. Il grado zero è l’evoluzione dello sperimentalismo professato per tutta la propria attività critica, comprese le aperture all’informale e alla Action architecture, è l’annullare ogni regola in uno sforzo titanico che ricorda quello dei suoi eroi, Michelangelo e Borromini. D’altronde, se Dio lo si può intravedere solo in negativo, il grado zero in arte e in architettura assume un valore immenso perché é l’unica via praticabile per avvicinarsi a questa conoscenza, il momento in cui ogni certezza si annulla e si apre a altre prospettive. È stano che in tante manifestazioni per il centenario, che più che il celebrato celebrano i celebranti, il nodo concettuale, che è l’unico fondamentale ed è profondamente legato alla visone ebraica di Zevi, non emerga. 

Immagini: @MAXXI
https://www.flickr.com/photos/maxximuseo/41250479644/in/photostream/

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