presS/Tletter
 

La sindrome di Stoccolma in architettura – di Oliviero Godi

La Biennale di Architettura si è aperta qualche giorno fa. Io ero all’estero e me n’ero dimenticato, ma Facebook, con tutti i selfie a Venezia, nell’Arsenale o nei giardini della Biennale degli architetti che conosco, me l’ha ricordato. 

(Pare sia fondamentale far sapere al mondo che si è stati alla Biennale a Venezia).

Comunque sia, questa manifestazione è tesa a far discutere sull’architettura, i sui trend di sviluppo e serve anche a farci riflettere su come essa sia (l’architettura) percepita nel mondo.

In realtà c’è ancora un enorme scollamento tra quanto è visto come un buon esempio di architettura contemporanea dagli addetti ai lavori (pochi e un po’ snob) nel mondo occidentale e quello che nel resto del mondo, specie nei paesi in via di sviluppo, viene considerato come modello da seguire per ottenere una architettura di successo e, soprattutto, spendibile.

In questi paesi in grande espansione, dove costruire riflette mire fortemente speculative, scevre da qualsiasi considerazione di cultura architettonica per sé e che giocano sull’immaginario collettivo per vendere il più possibile, si creano degli scenari molto interessanti che vale la pena analizzare. 

In particolare credo che molte ex-colonie asiatiche soffrano della Sindrome di Stoccolma.

Con l’espressione sindrome di Stoccolma si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Da Wikipedia (non che sia la bibbia…).

Cosa intendo per soffrire di questa sindrome, in architettura: le vittime esprimono ammirazione -postuma- attraverso  l’imitazione dell’architettura del carnefice. 

Nei miei vari viaggi in Asia ho avuto modo di vedere e constatare che in molti paesi il riferimento formale a cui ispirarsi sia sempre quello del paese occidentale che l’aveva occupato. Per quanto in molti casi vi siano state guerre di liberazione feroci, sanguinose e lunghissime, di cui si ha ancora oggi memoria, fare riferimento con l’architettura al paese occupante è sinonimo di potenza, prestigio, classe ed eleganza. 

In Malesia, a lungo occupata dagli Inglesi, gli edifici pubblici risentono ancora fortemente dell’influenza britannica, mentre nelle highlands del paese lo stile dei nuovo edifici turistici è sempre una interpretazione dei cottage di montagna inglesi dell’ottocento.

In Vietnam, i nuovi quartieri residenziali , che siano ad Hanoi o al sud del paese, sono TUTTI in stile “francese”.

Migliaia e migliaia di palazzine a quattro/cinque piani, bianche, con i balconcini di ferro lavorato -spesso dorati-, con elementi tipici neoclassici, e tutte con quest’aria mediterranea/parigina che se non ci fossero in giro i vietnamiti con il tipico cappello di bambù si potrebbe pensare di essere sulla Costa Azzurra o nei sobborghi bene di Parigi. Così le ville nei nuovi quartieri urbani chiusi al pubblico.

I nuovi grandi ricchi vietnamiti, che hanno sfruttato al massimo questo periodo di transizione da sistema comunista a quello capitalista, in questo regno di mezzo hanno ricchezze enormi che devono ostentare e optano per “le chateau”, un pastiche di stili neoclassici, mescolando anche  la struttura di grandi chiese barocche con altri elementi occidentalizzanti, costruendo orribili edifici che, come cattedrali nel deserto, raccontano le manie di grandezza di persone attanagliate dalla necessità di “apparire” agli occhi dei propri concittadini. E’ in effetti una gara a chi ce l’ha più grande…”La Grandeur” francese interpretata localmente.

Comunque, a parte le battute e queste considerazioni sullo stile, la domanda che sorge spontanea è come ci si può affrancare da questa “sudditanza” formale in paesi che spesso hanno tassi di crescita a due cifre e che nulla hanno da invidiare ai paesi occidentali come economie e anche come cultura.

Questi paesi nel passato recente hanno avuto delle priorità che non comprendevano la valorizzazione della propria architettura ed il fatto che lo sviluppo edilizio sia ora praticamente sempre in mano a privati fa sì che non vi sia rispetto delle tradizioni culturali locali, a favore invece di questi modelli occidentalizzanti che rappresentano un po’ anche l’aspirazione social-popolare  -diventare come gli abitanti dei paesi ricchi, quindi del vecchio mondo- in queste ex-colonie.

Temo quindi che verrà saltato il passaggio della valorizzazione dell’architettura locale per arrivare poi a piè pari verso quell’architettura globalizzata delle grandi corporation, che appiattiranno ogni espressione locale a favore di standardizzazione e efficienza.

E’ però interessante sottolineare che se dal punto di vista formale le abitazioni richiamano modelli occidentali, dal punto di vista funzionale sono invece fortemente condizionate dal modo di vivere e lavorare locale, il che in qualche maniera attenua questa spinta “esterofila”.

Vi è poi una espressione più subdola di questa sudditanza verso l’occidente, che si manifesta per esempio attorno a Gerusalemme, dove i nuovi insediamenti israeliani -alcuni legali ed altri in territorio palestinese- vengono costruiti usando un linguaggio architettonico tipicamente europeo, fatto di casette colorate con tetti a falda in coppi, per differenziarsi dall’architettura araba locale fatta di case bianche con tetti piatti (che in effetti riflettono un perfetto adattamento al contesto…). E’ una forma di razzismo dissimulata attraverso l’architettura…

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Leave A Response