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Il nutrimento dell’architettura [100] – di Davide Vargas

Quota 100, come per le pensioni. Con un numero così occorre un pensiero riassuntivo. Importante. Ma non mi viene. Mi frullano per la testa cose. In metropolitana quando il treno esce dal sottosuolo cerco un segnale nel paesaggio che si dilata fino alle inquietudini di Scampia. O per strada mentre una macchina mi taglia la strada, certo sono sovrappensiero ma è il sussulto di un istante, poi metto a fuoco le strisce pedonali che sto attraversando.

O in studio tra i miei libri, i disegni profumati di caffè e le bollette da pagare in fila sulla scrivania. O in uno spiazzo dove mi ritrovo per caso ad aspettare una corriera che non prenderò. Provo a sedermi su una panchina tra le due pensiline che le coperture di policarbonato rendono di fuoco. Ma anche la panchina è in pieno sole e ribolle l’asfalto nero che la prospettiva fa apparire infinito e pericoloso come un deserto, mentre l’azzurro del cielo poggiato sul profilo dei monti in fondo ricoperti di vegetazione suona come uno sberleffo.

Così il pensiero devia. Basterebbe un albero per rendere la seduta confortevole. Metti un tiglio o un olmo o un frassino, alberi sani che fanno ombra, non si fanno attaccare facilmente dai parassiti, non fanno colare melassa appiccicosa né producono pappi piumosi che fanno starnutire. Poi se piantati in trincea non sollevano neanche la pavimentazione. E sono belli. Non ci vuole molto. Si chiama “cura” e ad ogni scala l’opposto ha sempre lo stesso nome: “sciatteria”. 100 alberi, diciamo.

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