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Condividere il sogno dell’abitare – di Marco Ermentini

C’era una volta un paese che aveva inventato l’arte di costruire la città. Sì, in Italia abbiamo inventato un’architettura che si fonda sull’armonia delle varie parti e lo spazio pubblico come teatro della vita e della convivenza. In realtà vivere è convivere, in effetti, è l’essere dipendenti gli uni dagli altri che rende necessario ricevere cura. Allora trovare il ritmo di condivisione con altri è essenziale. Così l’urbanità è la cosa più preziosa e feconda della vita associata. Vuole dire aumentare la qualità della vita propria e degli altri. 

Ma oggi sembra che abbiamo scordato tutto. Qualcosa si è spezzato, abbiamo dimenticato di pensare la città che contempera sicurezza, accoglienza e bellezza. Una parola “difficile” da usare ma che dobbiamo imparare a rivalutare. Così l’abitare condiviso è l’essenza della città. L’abitare è stato ridotto a semplice funzione quantitativa. L’urbanistica si è ridotta a “metrocubismo” che non è una corrente pittorica d’avanguardia ma una disciplina ristretta e astratta dove si prendono le decisioni dall’alto in modo perentorio senza accorgersi che si agisce sulla vita delle persone. Si è provocata la fine della comunità ed è stato sciolto il patto non scritto tra le generazioni e il legame civile. Risultato: la riduzione della cura del paesaggio si è accompagnata alla perdita dell’abitare comune.  

Per reagire a questa situazione forse dobbiamo ripensare l’architettura come uno strumento che cerchi di mettere in connessione le persone per farle vivere meglio. Dobbiamo imparare ad abitare il mondo in modo più intelligente e delicato. Dobbiamo tornare a imparare a condividere il sogno dell’abitare. E soprattutto dobbiamo continuare a sognare.  Perché non provarci?

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