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Biennale Architettura 2018 – di Massimo Locci

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Leggendo i comunicati ufficiali sembrerebbe che i 71 studi di architettura, invitati a partecipare alla sedicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, e le rappresentanze nazionali nei singoli padiglioni, si siano effettivamente confrontati sul tema, scelto dalle curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara, proponendo soluzioni concrete e articolate.

A me pare, in verità, che si siano soprattutto impegnati a dare un senso alla parola d’ordine “freespace”, interrogandosi sui presunti profondi valori sottesi dal cosiddetto “Manifesto” da loro individuato, che si limitava a invitare i progettisti a proporre soluzioni con  elementi di “generosità,  (…) di spazio come dono”. Il passaggio più significativo del documento è  affidato a un proverbio “Una società cresce e progredisce quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non potranno sedersi”.

Il tema è stato inteso e interpretato, dai più, come proposizione di semplici ambiti aggiuntivi di relazione tra dimensione privata e spazio pubblico, pertanto libero e gratuito. Alcuni hanno inteso “freespace” come un atto di ottimismo creativo, finalizzato a promuovere il “desiderio” di architettura e di luoghi urbani; per altri l’interazione con gli elementi naturali (sole, ombra, luce, aria) rappresenta anche la metafora di salvaguardia del bene comune terra.

Come era già avvenuto per la Biennale di Chipperfield, che cercava di individuare un “Common ground” dell’architettura, a temi vaghi si risponde con soluzioni evasive. 

Ciò non è avvenuto, viceversa, con la Biennale di Aravena, che con il “Reporting from the front  intendeva azzerare la distanza tra aspettative degli utenti e produzione edilizia; pertanto proponeva una concreta riconciliazione del mondo dell’architettura con il mondo civile.

La speranza delle Grafton di evidenziare il contributo sociale dell’architettura si riduce a una semplice elencazione, didattica e pedagogica, di situazioni virtuose che le curatrici hanno definito “un’agenda della qualità”.

Inoltre il gigantismo ‘spettacolarizzante’ delle modalità di presentazione dei progetti (quasi in scala 1:1), che sulla carta si voleva evitare, stride con la dimensione modesta dei temi e delle proposte presentate; spesso poco più che semplici panchine o luoghi di sosta collettivi ai margini delle proprietà private.

Spesso  non si va oltre le buone e condivisibili intenzioni: “invitiamo tutti i partecipanti e tutti i padiglioni nazionali – si legge nel Manifesto – a presentare a Venezia il proprio Freespace, in modo che insieme si possa rivelare la diversità, la specificità e la continuità nell’architettura sulla base delle persone, dei luoghi, del tempo e della storia, per promuovere la cultura e l’importanza dell’architettura in questo dinamico pianeta”. 

Personalmente speravo che una delle accezioni possibili, sottese dalla parola d’ordine ‘spazio libero’, fosse Progetto di architettura come Accoglienza, che hanno sviluppato solo in pochi. Un tema di riflessione capace di evocare la radice etica dell’architettura moderna e nello stesso tempo  capace di orientare la ricerca disciplinare per il futuro: pensare al problema dell’accoglienza può trasformare le città ( intese come urbs e civitas insieme) come strategia culturale. 

Sarebbe auspicabile un impegno civile per restituire loro identità, appartenenza, bellezza, nuove centralità e spazi di integrazione sociale. Accoglienza da intendersi, quindi, inscindibile  dalla città pubblica, come risposta alla crisi del welfare, al rischio povertà che minaccia tutto l’Occidente, all’invecchiamento della popolazione, ma anche al problema dei migranti. 

Questo approccio è al centro del ragionamento di Mario Cucinella,  curatore del padiglione italiano, su cui è opportuno ritornarci con più attenzione.  

Un ultimo aspetto da affrontare, sicuramente non secondario, riguarda la scelta del curatore di una delle più importanti manifestazioni culturali come la Biennale Architettura. Affidare (oramai da anni)  i temi teorici e la cooptazione dei selezionati a progettisti puri, pur individuando esponenti qualificati,  è un limite oggettivo. Ciò non avviene mai per la Biennale Arte, dove la regia complessiva è affidata al mondo della critica. 

Le componenti del gruppo Grafton, così come è avvenuto per gli ultimi curatori, nel migliore dei casi sono in grado di registrare solo ciò che avviene nel mondo del progetto, non propongono indirizzi o individuano prospettive per il futuro. I progettisti, spesso, selezionano ricerche affini alla propria, o utili a rafforzare il proprio sistema di relazioni, scelgono attraverso la propria sensibilità e con una logica intuitiva,  giustificando ogni genere di tendenza estetica. 

In questa mostra, infatti, sono presenti figure, poetiche, approcci completamente diversi e antitetici. Da Álvaro Siza Vieira all’Atelier Peter Zumthor & Partner, da BIG – Bjarke Ingels Group a David Chipperfield Architects, dal duo giapponese Kazuyo Sejima+Ryue Nishizawa / SANAA allo Studio Odile DECQ.

Per non inficiare il ruolo della critica è necessario, invece, invertire la rotta, ricordando quanto Bruno Zevi scriveva nel 1979 : “Ogni critico dovrebbe sentire il dovere di dichiarare ciò in cui crede, e specialmente ciò a cui si oppone. 

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