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180613_Una prospettiva nuova – di Felice Gualtieri

Quando erano i “decentratori” a parlare (tra i quali  lo stesso Mumford e Catherine Bauer), si puntava ad una particolare forma di pianificazione regionale che avrebbe diradato le grandi città, in un rete diffusa di piccole città minori. Attuare una  decentralizzazione e una rilocalizzazione oggi, in sinergia con i nuovi strumenti forniti dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, è un’opportunità in più per i piccoli centri ed un volano di trasformazione per le grandi realtà urbane che, assestandosi su un modello più leggero e dinamico, delegano una parte consistente delle proprie funzioni all’esterno. 

A distanza di cinquanta anni, Broadacre City (nell’infoscape post-urbano) viene dotata di quella infrastruttura connettiva che ne attiva i processi di contro-migrazione.  Non più la macchina, quindi, ma il bit. La città diviene così una delle tappe evolutive della storia umana che si compie nell’unità completa del vivente, nella finalità sacra dello spazio come campo espressivo totale. 

Concepire le regioni post-urbane, significa prima di tutto entrare nella dinamica degli scambi informativi per realizzare quel modello di vita che trova nell’ecologia urbana l’eredità più importante del pensiero di Mumford. Parole come eco-sviluppo, sussidiarietà, vincolo solidaristico si definiscono attraverso un certo uso delle tecnologie digitali che arricchiscono  la realtà di nuove possibilità.  In questo modo, una nuova prospettiva di sviluppo che punta su una rete di nodi locali uniti all’infrastruttura comunicativa ed immateriale, permette di riscoprire e far crescere la vita nei luoghi della memoria, e segna uno scarto rispetto al modello urbano classico e della concentrazione metropolitana.

Nell’antichità, tranne per alcune eccezioni, il sistema degli insediamenti Occidentali era formato da nuclei urbani di piccole dimensioni. Lo schema resterà invariato almeno fino al ‘600 quando iniziò quel processo di crescita conosciuto come urbanesimo che negli anni a venire, con le migrazioni e con l’evoluzione dei modelli di produzione, drenava la forza lavoro necessaria e propedeutica allo sviluppo di una società diversa.

Il radicale fenomeno di urbanizzazione si manifestò solo alle soglie del XX secolo ed aveva come causa il movimento delle masse contadine che abbandonavano le campagne e si spostavano verso le città attratte dalla prospettiva di una vita migliore e da un futuro meno incerto. L’evolversi incontrollato dei flussi migratori verso determinate aree urbane, fu la causa principale che nella seconda metà del Novecento segnò la nascita di vere e proprie aree vaste ed urbanizzate a dimensione regionale che conosciamo con il nome di metropoli (oggi anche megalopoli). La città moderna,  frutto  di questi processi, divenne regione urbana  (come male minore) e speculazione metropolitana, quando la forma urbis esplose definitivamente. Non si tratta solo di emigrazione rurale, ma soprattutto di urbanizzazione come dominio e vincolo di potere. 

E’ da  rilevare che già dal secolo scorso oltre ai movimenti di concentrazione, esistevano fenomeni di contro-migrazione in direzione opposta. I ceti alti, infatti, si permettevano il lusso di una fuga dalla città e dai  difetti connaturati all’urbanesimo, occupando i suburbi (trasformati nel frattempo in città giardino) e ne sfruttavano le potenzialità di vicinanza e di prossimità al centro con l’uso della macchina. Nello stesso tempo, i ceti bassi sono stati continuamente espulsi verso l’esterno non attraverso una scelta ma con un rigetto che ha il sapore dell’umiliazione. Se poi volessimo pensare anche alle condizioni di vita delle persone spinte nelle cinture metropolitane, nelle campagne esterne e post industriali, solitamente in strutture fatiscenti, vecchi casolari abbandonati, fabbriche in disuso, silo per la conservazione dell’olio, interstizi quali ponti e gallerie, è come se dovessimo ripercorrere le denunce che il romanzo sociale e le prime indagini socio/demografiche raccontavano del vissuto del proletariato nelle città di Parigi e Londra alla metà dell’Ottocento, dimostrando che dal punto di vista dei diritti civili e sociali, in più di centocinquanta anni non ci sia stata quasi nessuna evoluzione.

La terziarizzazione degli anni ’80 e la  meccanizzazione del sistema produttivo, hanno rinforzato e strutturato l’esodo verso l’esterno provocando la segregazione umana nelle periferie globali, in un modello abitativo scomposto e diffuso che attacca il territorio in maniera aggressiva e incondizionata. Se la macchina è il mezzo, l’economia finanziaria è il fine. 

Ai margini della metropoli intanto, crescono i campi di fortuna governati dalla legge del più forte. La politica, ridotta ad una gara per lo sfruttamento dell’erario municipale da parte dei singoli gruppi, rende la gestione di alcuni territori ormai quasi impossibile. Le strade sono lasciate senza manutenzione, i viadotti crollano e le tubazioni dell’acqua si svuotano. Nello stesso tempo i paesi muoiono di abbandono con la metropoli che viene percepita come l’unica punta di diamante della civilizzazione e con la relativa scomparsa della media e della piccola dimensione, almeno da un punto di vista ufficiale. 

Ed è proprio da un punto di vista ufficioso che emerge, nell’attuale momento storico, una rete di spazi abbandonati dalle migrazione urbane del Novecento, come resti di una fase industriale dello sviluppo umano. Ma la rete in abbandono, la vecchia infrastruttura, ha mantenuto il suo valore posizionale aspettando l’epoca digitale come momento per realizzare quel movimento inverso di ri-colonizzazione e di riscoperta della vita laddove sembrava essere sparita. Al di là delle contro-migrazioni descritte in precedenza, l’insieme dei processi di trasformazione che segnano l’epoca attuale, producono un terzo tipo di movimento verso l’esterno, che rappresenta un modo diverso di stare al mondo, una stella polare del fare architettura ed un compito per la generazione degli architetti. Earth System è frutto di questa nuova dinamica relazionale fondata sulla piccola scala urbana e su un nuovo progresso tecno-antropologico.  

Realizzare una ri-localizzazione attraverso i movimenti di contro migrazione sostenuti dal paradigma digitale, è quello che sta avvenendo in molte parti del mondo e potrebbe intensificarsi nei prossimi anni. Le stime di ulteriori crescite urbane, in quest’ottica, sono completamente errate e si riducono ad essere strumento di propaganda per gestire il valore urbano.

In copertina: Campo profughi Zaatari – Giordania

Estratto da: Gualtieri F., Earth System – contro migrazioni ed Arte del Sé, Milano, Meltemi Editore, 2018, pp.30-34.

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